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Home Primo Piano

L’onesto e sincero “Talkin To The Trees” in cui Neil Young incontra il suo “mondo”

di Marco Sica
18 Luglio 2025
in Primo Piano, Recensioni
Tempo di lettura: 12 minuti
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Neil Young, a nome Neil Young and the Chrome Hearts, ha pubblicato a quasi ottant’anni l’onesto e sincero “Talkin To The Trees” (The Other Shoe/Reprise), dimostrando come si possa mantenere nel tempo una sincera (seppur in parte ripetitiva e non “innovativa”) scrittura restando intellettualmente onesti con se stessi e con le proprie “origini”  (recentemente su queste pagine si era “criticato” il non convincente e “modesto” “Meanwhile” di Eric Clapton).

– Premessa 


Erano gli anni novanta, ero adolescente, non esisteva ancora “internet” così come da noi oggi vissuto, né tantomeno “piattaforme liquide” su cui ascoltare musica; si andava avanti leggendo riviste specializzate, fanzine, giornali, comprando libri… e chiedendo a negozianti “benevoli” di poter ascoltare un disco di cui si era sentito parlare o scambiandosi, tra amici, audiocassette registrate; anche la “ricerca” e lo “studio”, sebbene richiedessero più tempo e impegno, vivevano di una più romantica poetica data dall’attesa.

E fu su di un giornale (non ricordo quale di preciso) che lessi di “After The Gold Rush” di Neil Young; senza esitazioni andai ad acquistarlo: fu una folgorazione.   


Così dovetti “fare i conti” con un musicista che con incredibile maestria aveva segnato negli anni settanta la storia della musica e, Canadese di nascita ma “naturalizzato” Statunitense, aveva “cantato” gli U.S.A. come pochi altri (sempre su queste pagine si è fatto accenno a ciò in occasione di un articolo su Bruce Springsteen, operando un paragone tra i due musicisti, con l’ago della bilancia che per lo scrivente, è giusto dirlo,“pende” dalla parte di Young).

 – Buffalo Springfield: 1966-1968

Nella seconda metà degli anni sessanta Neil Young fa parte dei Buffalo Springfield, gruppo composto tra gli altri anche da Stephen Stills (memorabile la sua partecipazione a “Super Session” di Al Kooper del 1968, musicista destinato poi a fondare i celebri Crosby, Stills & Nash e che con i Buffalo Springfield scriverà “For What It’s Worth (Stop, Hey What’s That Sound)”) e da Bruce Palmer (di culto il suo bel “The Cycle Is Complete” del 1970).

A nome Buffalo Springfield Young licenzierà, tra il 1966 e il 1968, tre dischi; i primi due, l’omonimo del 1966 e “Buffalo Springfield Again” del 1967, di ottima fattura (in particolare il secondo in cui Young firma anche la bella “Mr. Soul”, l’elegante e “lisergica” “Expecting to Fly” e la particolare “Broken Arrow”), mentre il terzo, “Last Time Around” del 1968, uscirà quando il gruppo era di fatto oramai sciolto e conterrà materiale registrato in precedenza.


- Dal 1969 al 1972


Conclusa l’esperienza con i Buffalo Springfield, inizia per Neil Young la carriera “solista” e, come per altri musicisti dell’epoca, gli anni settanta hanno rappresentato il suo decennio d’oro e la discografica da lui pubblicata tra il 1969 e il 1979 (soprattutto con il senno di poi) rappresenta un “monumento” destinato a durare in eterno. 

Dopo l’omonimo “Neil Young” del 1968, con le sue “I’ve Been Waiting for You” (interpretata anche da David Bowie e Pixies), l’“iconica”  “The Loner” e la lunga acustica “The Last Trip to Tulsa”, nel 1969 Neil Young, accompagnato dai Crazy Horse, restituisce il suo primo capolavoro “Everybody Knows This Is Nowhere”, disco intriso di rock e di poetica, viscerale e contenente il gioiello “Down By The River” (ricordo la bella versione a firma Low e Dirty Three nel settimo capitolo della “collana” “In the Fishtank 7”) e la splendida “Cowgirl in the Sand”. 

 Il 1970 è poi un anno di grazia per Neil Young.


Con i Crosby, Stills & Nash (che diventeranno per l’occasione Crosby, Stills, Nash & Young) prima vedrà la luce “Déjà Vu” (di pregio  “Helpless” e “Country Girl”, entrambe di Young) e poi, nel giugno/luglio del 1970, verrà registrato il meraviglioso live “4 Way Street” (pubblicato però nel 1971) in cui Young propone versioni “acustiche” di “Cowgirl in the Sand”, in medley di “The Loner/Cinnamon Girl/Down by the River” e di “On the Way Home” dei tempi dei Buffalo Springfield, ma soprattutto delle ancora “inedite” “Don’t Let It Bring You Down” e “Southern Man” portata a oltre tredici minuti (negli anni ottanta e novanta i Crosby, Stills, Nash & Young pubblicheranno altri dischi assieme e in particolare “American Dream” del 1988 e “Looking Forward” del 1999, di cui Young firmerà i brani eponimi, “Déjà Vu Live” registrato nel 2006 e “CSNY 1974” del 2014 contenente, come suggerisce il titolo, “vecchio” materiale e live recuperati dagli archivi come il bel Fillmore Est del 1969, registrato il 20 settembre, diviso in parte acustica e parte elettrica e con una “Down By The River” di 16 minuti).

E “Don’t Let It Bring You Down” e “Southern Man” suonate dal vivo in quelle sere del 1970, sono il felice annuncio di “After The Gold Rush” che verrà pubblicato pochi mesi dopo, lavoro che per lo scrivente resta il più “affascinante” di Neil Young con un cantato “perfetto” nelle sue fragili sfumature che esaltano linee melodiche eccezionali: “After The Gold Rush”, “Don’t Let It Bring You Down”. “Southern Man”, “Tell Me Why” e “Only Love Can Break Your Heart” valgono da sole il “prezzo” del disco; ma anche le altre composizioni mostrano uno Young ispirato. 


Il successivo “Harvest” del 1972 risulta essere un disco “ineccepibile” di country rock d’autore (anche se lo scrivete gli preferisce per gusto personale “After The Gold Rush”) in cui Young trova un esatto equilibrio come certificano brani come “Out on the Weekend”, “Heart of Gold”, “Harvest”, “Old Man”, “Alabama”, “The Needle and the Damage Done”… non disdegnano interventi orchestrali come in “A Man Needs a Maid” (per un’apertura verso un più “indulgente” pubblico) e ritorno a vecchie “abrasioni” come nella bella “Words (Between the Lines of Age)”.


- Dal 1973 al 1975: la “Ditch Trilogy” 

Dopo la colonna sonora dell’omonimo film “Journey Through the Past” (musica e film entrambi a cura di Young), “Time Fades Away” (del 1973) segna un cambiamento nella scrittura di Neil Young inaugurando quella che sarà battezzata la “Ditch Trilogy”; registrato dal vivo, “Time Fades Away” si distingue per “Don’t Be Denied”, “Last Dance”, “Journey Through the Past” e “L.A.”.

I “sentimenti” espressi in “Time Fades Away” trovano maturazione in “On the Beach” del 1974 (splendido fin dalla copertina) e in brani quali “Revolution Blues”, “On the Beach”, “Ambulance Blues”.



Con “Tonight’s the Night” del 1975, Young chiude la “trilogia” compiendo un ulteriore passo verso lo “sprofondo”, per un disco sofferto e dagli “occhi stanchi”; il blues di “Tonight’s the Night”, l’alternanza di spoken e di cantato della meravigliosa “Tired Eyes”, la “melodia presa in prestito” della notturna e intima “Borrowed Tune”, il country rock di “Come On Baby Let’s Go Downtown”, la voce strozzata di “Mellow My Mind”… compongono uno dei più alti picchi raggiunti da Neil Young (“Tonight’s the Night” e “After the Gold Rush” sono la doppia faccia di una esatta medaglia, i due lavori in studio di Young di maggior spessore).

   
- Dal 1975 al 1979: si chiude il decennio


Neil Young chiuderà il decennio mettendo a segno altri colpi memorabili; ancora nel 1975, nel buon “Zuma” con i Crazy Horse includerà una delle sue composizioni più belle di sempre “Cortez The Killer” (da ascoltare anche la lunga versione dei Built Spill), oltre alla riuscita “Danger Bird” e con esse “Stupid Girl”, l’hard rock di “Drive Back”…

La grandezza di “Cortez The Killer” sarà eguagliata (se non superata) da l’altro mostro sacro “Like a Hurricane” contenuto su “American Stars ‘n Bars” del 1977 (da ricordare anche l’acustica “Will to Love”); “Cortez The Killer” e “Like a Hurricane” diventeranno un punto di forza dal vivo con esecuzioni che supereranno di gran lunga le versioni “in studio” (si ascolti ad esempio la  “Like a Hurricane” con i Crazy Horse su “Weld” del 1991).

In quegli anni Young pubblicherà anche con il vecchio amico Stephen Stills “Long May You Run” (del 1976) e il più tranquillo “Comes a Time”, entrambi votati al country-rock.

Nel 1979, Young con Crazy Horse darà alle stampe altri due dischi di livello: “Rust Never Sleeps” e “Live Rust”. 

In “Rust Never Sleeps” (in parte registrato dal vivo) faranno la loro comparsa “My My, Hey Hey (Out of the Blue)” e “Hey Hey, My My (Into the Black)” (due tra i più bei brani di Young), oltre al rock accelerato di “Sedan Delivery”, con la sua apertura melodica indimenticabile (sembra di ascoltare i  Blue Öyster Cult), le “tradizionali” “Thrasher”, “Pocahontas” e “Sail Away”, la “southern” “Powderfinger” (interessante è la diatriba, poi risolta, che vide coinvolti Neil Young e i Lynyrd Skynyrd in merito alle questioni attinenti al “Sud” e a talune sue “ideologie”; gli stessi  Lynyrd Skynyrd saranno “polemici” nei confronti di Young proprio nel loro brano più celebre “Sweet Home Alabama” lì dove recita: “Well, I heard Mister Young sing about her/Well, I heard ol’ Neil put her down/Well, I hope Neil Young will remember/A Southern man don’t need him around anyhow”.  

“Live Rust”, registrato dal vivo nel 1978, non fa altro che attestare l’incredibile forza dei concerti di Young con i Crazy Horse, e con la sua pubblicazione del 1979 chiude un mirabile decennio.

–          Gli anni ottanta

Gli anni ottanta non saranno così fortunati per Neil Young, il quale, irrequieto, continuerà a pubblicare dischi senza però “mordente”. Sugli scaffali dei negozi si alterneranno ora vecchi cliché (il rockabilly dichiarato sin dalla copertina di “Everybody’s Rockin’” del 1983 con i The Shocking Pinks, il country “lussuoso” di “Old Ways” del 1985, il rhythm and blues di “This Note’s For You” del 1988 con i The Bluenotes), ora dischi figli dei nuovi suoni che si andavano ad affermare, con operazioni anche di dubbio gusto come per “Trans” del 1983 (con i suoi “computer” e la sua elettronica “Mr. Soul”) e il synth-pop di “Landing on Water” del 1986, sonorità queste che mineranno anche in parte “Life” del 1987 con i Crazy Horse (come si sente purtroppo in “Around the World”, “When Your Lonely Heart Breaks”, “We Never Danced”) e “American Dream” del 1988 a firma Crosby Stills Nash & Young; eccezione sono “Hawks & Doves” del 1980, disco che raccoglie vecchio materiale, e (come sempre) il “rock” (con i Crazy Horse) di “Re·ac·tor” del 1981 (da citare “T-Bone”).

Solo sul finire del decennio, con “Freedom” del 1989, Young ritroverà l’ispirazione con un buon disco, malgrado lo stesso sia ancora “impregnato” tra i solchi di suoni “eighties” (come in “Crime in the City (Sixty to Zero Part I)”, “Don’t Cry”, “Eldorado”, “Someday”, “Wrecking Ball”…), caratteristica questa che, a parere di chi scrive, è significativamente penalizzante. Un sound più asciutto e crudo avrebbe giovato non poco al risultato finale, considerando (come detto) la qualità di molti brani. Di tale peccato è macchiata anche la dura versione elettrica di “Rockin’ in the Free World”. Sempre del 1989 è l’EP “Eldorado”, figlio minore di “Freedom”. 

–          Dal 1990…

Dopo “Freedom”, con “Ragged Glory” del 1990 (con i Crazy Horse) Young recupera un suono più “puro”; se l’elettronica degli anni ottanta mal si cuciva addosso alla sua musica, il “grunge” si mostrò un abito a lui ben più affine e la sua influenza fu sicuramente positiva per un musicista che era da sempre attento alle “mode” del tempo (non a caso Young nel 1995 pubblicherà “Mirror Ball” con i Pearl Jam e prenderà parte al loro “Merkin Ball”). E così brani quali “Country Home”, “Over and Over”, “Love to Burn”, “Love and Only Love”… festeggiano il felice “ritorno” di Neil Young (nella versione estesa di “Ragged Glory”, la “Smell the Horse”, ci sta spazio anche per la lunga “Born to Run”).

Il ritrovato momento di grazia culminerà l’anno successivo con la registrazione e la pubblicazione di “Weld”, muscolare e granitico live con i Crazy Horse (si era già accennato a “Weld” a proposito della versione in esso contenuta di “Like a Hurricane”); “Weld” fotografa in pieno un gruppo che suona a mille un rock viscerale e sporco, eseguendo dei brani di esemplare scrittura (oltre a “Like a Hurricane”, “Hey Hey, My My (Into the Black)”, “Love to Burn”, “Cortez The Killer”, “Powderfinger”, “Love and Only Love”, “Rockin’ in the Free World”, “Tonight’s the Night” e una suggestiva “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan…). Il disco gira con una indomabile carica per quello che si candida ad essere uno dei più bei live di sempre.

Ancora del 1991, con i Crazy Horse, lo sperimentale “Arc” che, senza compromessi, consta di un’unica lunga traccia di 35 minuti fatta di “frammenti” live di noise, feedback e distorsioni tra cui emergono rigurgiti di rock.  

I primi anni novanta arridono ancora a Neil Young che celebra con il pacato “Harvest Moon” del 1992 i vent’anni di “Harvest”, per un disco che segna un ritorno a sonorità più morbide, che si dimostra di piacevole ascolto, ma che non è comunque paragonabile al fratello maggiore; va però detto che “Harvest Moon” (canzone) suona come una ballata indie/folk anni novanta, mostrando come Young sappia sempre stare al passo con i tempi. Riuscita è anche “War of Man” mentre perplimono gli archi in “Such a Woman”; non manca la lunga chiusura affidata alla bella “Natural Beauty” registrata dal vivo.

Nel 1993 neanche Neil Young si può esimere da registrare il suo MTV “Unplugged” (con una “Like A Hurricane” per organo) a cui seguirà nel 1994, sempre con i Crazy Horse, “Sleeps with Angels”, altro lavoro che mantiene buono il livello compositivo  con la splendida “Change Your Mind” e con essa la “radiofonica” “Western Hero”, il blues graffiante di “Blue Eden”, la ballata indie/post rock “Safeway Cart”…; unica pecca le sonorità un po’ troppo “moderne”.

Dopo la citata collaborazione con i Pearl Jam per “Mirror Ball” del 1995 (disco che non lascia il segno come avrebbe dovuto) e la colonna sonora “Dead Man” del 1995 (per il film di Jim Jarmusch) in cui Neil Young si cimenta in una chitarra più sperimentale ed “eterea” che, a dire il vero, non sembra essere il suo habitat naturale, con i Crazy Horse congeda gli anni novanta con il buon “Broken Arrow” del 1996 (come dimostrano le iniziali e lunghe “Big Time”, “Loose Change” e “Slip Away”) e con il live “Year of the Horse” (registrato nel 1996 e pubblicato nel 1997).

Con il 1997 si chiude anche il periodo di maggiore interesse della produzione di Neil Young che continuerà nel tempo costante con pubblicazioni di dischi in studio e di registrazioni live (di vecchi e nuovi concerti); tra le varie uscite da menzionare “Psychedelic Pill” con i Crazy Horse del 2012 per le lunghe esecuzioni di “Driftin’ Back” (27:36 minuti), della acida “She’s Always Dancing”, di “Walk Like a Giant”, “Ramada Inn”… per un disco in cui Young e i Crazy Horse tornano liberi a dialogare con se stessi e a fare la musica che gli è più congeniale.

–          “Talkin to the Trees”

Come detto ad inizio articolo,  “Talkin To The Trees” è suonato con i The Chrome Hearts (Anthony LoGerfo – drums; Corey McCormick – bass e vocals; Micah Nelson – guitar e vocals; Spooner Oldham – organ) e mostra essere un disco di country/rock/blues che, sebbene non innovativo e per la discografia di Young in parte “ripetitivo”, “gira” sincero, ottimamente suonato con spunti e brani di più che piacevole ascolto.

Apre la country “Family Life” a cui segue il blues elettrico di “Dark Mirage” (primo brano degno di nota).

Se “First Fire of Winter” è bella ballata che si muove tra le “corde” di Bob Dylan, con “Silver Eagle” si ritorna a un country classico che diventa elettrico e ottimamente distorto in “Lets Roll Again”.

“Big Change” è un rock blues urbano cadenzato per un altro bel momento d’ascolto che prosegue nella riuscita “Talkin To The Trees”.

“Movin Ahead” (ri)alza i ritmi per una “particolare”, “istintiva” e “mutevole” composizione, con un basso che “sostiene”, per un brano che mostra la sempre viva capacità di Young di “osare” e di “divertirsi”.  

Se elegante è “Bottle of Love”, delicata è “Thankful” che chiuse un disco personale, “familiare” e “domestico”  (“And I’ll call it family life/When I sing it for my wife/Who I love and I adore/And she’ll smile for me once more”) in cui Young dialoga con il suo mondo aspettando che il mondo cambi: “Going back to sleep, might be time to get up/Might be time, might be time to sleep/Talking to the trees, waiting for the answer/Waiting around for the world to change”.  

https://neilyoungarchives.com/
https://neilyoung.warnerrecords.com/

Prec.

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