Il talento del folk nordico Ólöf Arnalds torna alla sua lingua originaria e alle sue folk sessions di sole chitarra e voce nel nuovo disco Spira, lanciato dal singolo Tár í morgunsárið”(“Tears at Dawn”) in cui racconta delle difficoltà personali dovute al rifiuto del cattolicesimo da teenager, dopo che con Sudden Elevation (2013) e Palme (2014) era approdata alla lingua inglese, abbandonando il nativo islandese di Við og við del 2006, (Best Alternative Album’ agli Iceland Music Awards, e ‘Record of the Year’ per i principali giornali islandesi e uno dei 100 migliori album del decennio per eMusic) di Innundir Skinni del 2010 e seguendo la scia dell’EP di cover “Ólöf Sings” del 2011.
La cantautrice, erede di una tradizione musicale islandese che da Bjork è arrivata ai giorni nostri con i Sigur Ros e Olafur Arnalds, si muove all’interno di un folk minimalista decisamente traditional, tanto che la sua madrina Bjork è lontana anni luce dal folk-popolare della Olof, più vicino per stile a Joanna Newsom, i primi album solisti di Nico e Vashti Bunyan.
La notizia del nuovo disco è ghiotta anche perchè nel 2015 si era allontanata dalle scene musicali per dedicarsi ad altri progetti: fondatrice dello spazio culturale Mengi a Reykjavík, nuovo lavoro come copywriter, e poi la crescita del figlio e della figliastra, nonché il prosieguo della collaborazione di lunga data con Skúli Sverrisson (nel frattempo diventato suo marito) per esempio su un pezzo inciso con la Icelandic Symphony Orchestra.
Il nuovo disco è prodotto proprio da Skúli Sverrisson, che ha suonato basso e chitarra aggiunta nelle tracce, e la novità è che, ben 19 anni dopo, Olof torna alle sue origini musicali e linguistiche, con una cantata medievale di ballate di sola chitarra e voce nella lingua del suo paese, esattamene come per il disco di esordio, dopo aver attraversato come detto generi musicali, collaborazioni artistiche, ed esperienze sonore di ogni tipo (anche collaborando con Blonde Redhead, David Sylvian, Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Bill Frisell, Arto Lindsay e Nick Cave per esempio). Inoltre, ancora una volta come per il disco di esordio, Spira è stato tutto inciso nella sua casa di Sundlaugin.
Dell’Islanda, terra natia di cui è innamorata, Ólöf recupera tutto il possibile in questo disco: in Úfinn sjór (“Rough Waters”) persino l’oscurità tipica dell’inverno nordico è esaltata, perché permette la espressione solitaria a luce di candela e “the heart thaws / in a stream of words / in all the colours of the spectrum / like before.”. Così come in Heimurinn núna la ballata tipicamente medievalistica con voce da soprano cerca di recuperare l’energia primigenia della natura selvaggia islandese.
Ma protagonisti del disco non solo solo gli ambienti quanto gli affetti: Stein fyrir stein (“Stone by stone”) è dedicata allo zio che la ha cresciuta dopo la morte del padre, Vorkoma è dedicata invece all’amico Guðrún Eva Mínervudóttir, così come la title track Spira è dedicata alla relazione con suo figlio dopo il divorzio dal suo ex marito, ed è introdotta da uno splendido coro-lamento in pieno stile bardico.
Von um mildi (“Hoping for Grace”), è dedicata al perdono e qui l’esecuzione vocale si fa preghiera pura, proiettando l’ascoltatore in immaginari conventi di brughiera. E’ il momento forse più alto dell’esibizione vocale di Ólöf.
Attraverso il disco e il suo splendido cantato da sirena incantatrice Ólöf percorre i suoi affetti, i suoi ricordi, e si purifica anche da qualche demone interiore (come nel caso del racconto autobiografico e intimo del suo singolo), se alla fine del disco può dirsi Lifandi (“Alive”) riscoprendo il nuovo amore e cantando: “What a wonderful stroke of luck that you should want me” accompagnata, caso unico nel disco, non dalla chitarra ma da un piano e xilofono di note apparentemente oscure, contrastanti con la solarità del testo.
L’intero disco è solare, a dir la verità, per musica e testi, (tranne l’arpeggio e il cantato inquieto di Úfinn sjór che ricorda la tradizionale Lord Randal) e si ha l’impressione lungo tutte le tracce, decisamente monocordi e minimaliste dal punto di vista stilistico, che aria, solarità, serenità, luce, siano gli ingredienti spirituali di questo ritorno all’ispirazione musicale originaria.
Tutto nel disco ispira serenità, ma più di tutto la voce angelica e fatata di Ólöf, che riesce a farsi immaginare musicalmente come un trovatore medievale delle campagne deserte islandesi capitata per caso nell’epoca post-moderna e tecnologica. Niente della musica di Ólöf di questo disco potrebbe immaginarsi composta al giorno d’oggi: una scelta stilistica sicuramente difficile, che alienerà molti dall’ascolto, ma fa di lei oggi una delle più autentiche e rigorose interpreti del possente ritorno del folk nordico.
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