Prima lo prendono a pugni (idealmente). Poi lo chiamano “maiale nazista”. Poi lui risponde. E intorno la musica non tace, anzi: esplode.
Il caso Roger Waters vs. David Draiman (Disturbed) è solo la punta dell’iceberg. Perché mentre i due rocker si scambiano epiteti pesanti come macigni, sotto la superficie succede molto di più: Tom Waits rompe 15 anni di silenzio con un brano fiume in piena insieme ai Massive Attack, intitolato Boots on the Ground – un attacco frontale al sistema, ai politici, alla deriva autoritaria.
Nel frattempo, da Brian Eno a Björk, da Tilda Swinton a Lorde, oltre 1.000 artisti hanno deciso di boicottare Israele, bloccare la propria musica, scendere in piazza e sfidare l’industria.
Chi ha ragione? Chi è fuori di testa? E soprattutto: la musica può davvero fermare una guerra?
Abbiamo messo in fila i due pezzi che devi leggere per capirci qualcosa.
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Mentre i governi di mezzo mondo si sbilanciavano in riconoscimenti simbolici della Palestina – con Keir Starmer, premier britannico, a parlare di “speranza di pace” – e mentre il numero dei morti a Gaza superava le 65.000 vittime accertate (di cui oltre 19.000 bambini), c’è chi la musica l’ha trasformata in un’arma di disobbedienza civile.
Ma c’è un dettaglio che i comunicati stampa ufficiali non raccontano. Da mesi, infatti, viene annunciato un cessate il fuoco – a parole. Nei fatti, le rappresaglie sioniste non si sono mai fermate. Militari e milizie continuano a violare sistematicamente ogni norma del diritto internazionale, attaccando militarmente ma anche civilmente gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania. Non è iniziata alcuna nuova fase. Il processo di guerra non è mai terminato. I palestinesi soffrono ancora, e lo Stato di Israele, sostenuto militarmente e politicamente dagli Stati Uniti, continua imperterrito la sua strategia di occupazione della terra che appartiene anche ai palestinesi. Case demolite, terre espropriate, checkpoint umilianti, bombardamenti “mirati” che colpiscono sempre i civili. Questa è la realtà che i media mainstream chiamano “tregua”.
Ed è esattamente contro questa realtà che si alza la voce degli artisti.
Non solo Roger Waters, tornato alla carica nelle scorse ore con la sua consueta verve contro chi lo vorrebbe ridurre al silenzio (leggi il nostro articolo qui sopra). Il fronte degli artisti schierati per un vero cessate il fuoco e contro ciò che un’inchiesta dell’ONU ha definito “genocidio” si è allargato, e sta assumendo contorni inediti.
Brian Eno e il concerto per Gaza al Wembley Arena
Ultimo in ordine di tempo, il concerto organizzato da Brian Eno alla Wembley Arena di Londra. Sul palco, con lui, Richard Gere, Paul Weller, Damon Albarn, i Portishead e Riz Ahmed. Incasso devoluto alle associazioni che operano sul terreno. Eno, intervistato dal NME, ha detto:
“Spero che la cultura sia a monte della politica. Non so se sia vero, ma è un atto di fede. E noi dobbiamo fare qualcosa, nell’assenza di una leadership politica”.
Ma non è solo una questione di concerti beneficenza.
Boicottaggio attivo: “No Music for Genocide” ma anche col pensiero ai bambini e alle bambine.
Da settembre, oltre 1.000 artisti e etichette – tra cui Lorde, Björk e i Massive Attack – hanno aderito a “No Music for Genocide”. Obiettivo: chiedere a distributori e piattaforme di bloccare la propria musica in Israele. Un boicottaggio culturale simile a quello che negli anni ’80 colpì il Sudafrica dell’apartheid.
La poetessa blues Aja Monet spiega:
“Il boicottaggio è uno degli strumenti più efficaci contro un sistema militarizzato e violento. Siamo in un’era in cui il capitalismo regola tutto: l’unica risposta strategica è decidere dove non mettere le nostre risorse”.
Massive Attack, dal canto loro, hanno parlato apertamente di “intimidazioni dall’interno dell’industria musicale” verso chi si espone. E hanno annunciato un’alleanza di musicisti per resistere alla censura:
“Scriviamo come artisti che hanno scelto di usare le loro piattaforme pubbliche per opporsi al genocidio e al ruolo del governo britannico nel facilitarlo”.
Da ricordare anche l’iniziativa di War Child c pubblicato a “he ha annunciato il 6 marzo l’uscita di “Help 2” https://www.freakoutmagazine.it/20-03-2026/primo-piano/129882/aavv-help2-war-child-records-18-canzoni-per-denunciare-e-sperare/
Hanno aderito Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg and Young Fathers.
La bomba a orologeria di Tom Waits e Massive Attack

Se c’è un esempio perfetto di come la musica possa trasformarsi in un pugno nello stomaco del potere – e mentre fuori impazza la rissa verbale tra Waters e i Disturbed – ecco che arriva un’altra innescata destinata a fare epoca. A distanza di 15 anni dall’ultimo album inedito (Bad As Me, 2011), Tom Waits ha rotto il suo silenzio nel modo più clamoroso: unendo la sua voce graffiante alle trame ipnotiche dei Massive Attack nel brano Boots on the Ground, pubblicato a ridosso di questi giorni.
Il pezzo, nato da una vecchia idea accantonata per anni, arriva oggi come un “contenitore aperto del caos”, nelle parole della band di Bristol. E il caos, per Waits e compagni, ha un nome preciso: l’alleanza tra autoritarismo di stato, militarizzazione della polizia e politica neofascista. Il testo è un rullo compressore di immagini brutali e senza filtri: “Questa è una fottuta guerra a colpi di mitragliatrice / Con i tuoi stivali a terra”, canta Waits, mentre attacca direttamente i politici che chiama “fottuti pidocchi repubblicani nascosti al Senato” e “sanguisughe gonfiate con i loro mocassini aria condizionata”.
Non è solo una canzone contro la guerra, ma un atto di accusa contro un sistema che “fa campagna con tutto il sangue che può spillare, plasma il tuo mondo, un soldato è solo argilla”. Un attacco frontale alla deriva democratica, alla violenza istituzionale (con riferimenti espliciti ai raid dell’ICE e all’omicidio di George Floyd) e alla riduzione dei civili a carne da macello – un messaggio che riecheggia potentemente anche nelle violenze israeliane contro i palestinesi.
E c’è un dettaglio che rende tutto ancora più significativo: l’intero ricavato della vendita del vinile sarà devoluto all’ACLU e all’Immigrant Defense Project, mentre il video ufficiale del brano cita apertamente dati e ricerche sulla crisi dei senzatetto tra i veterani e sulla violenza di stato. Un ritorno, quello di Waits, che non è solo artistico, ma un vero e proprio cambiamento di paradigma: la voce di chi, per anni, ha raccontato i perdenti e gli ultimi, oggi si alza per denunciare chi calpesta i diritti dei più deboli con gli stivali sporchi di sangue.
Mentre Waters risponde a pugni chiusi ai suoi detrattori, Waits e Massive Attack alzano il fuoco con un’altra innescata: la musica come trincea, la poesia come proiettile.
Hollywood e la memoria dell’apartheid
Anche alcuni volti noti di Hollywood si sono uniti al boicottaggio contro l’industria cinematografica israeliana finanziata dallo stato. Tilda Swinton è stata tra le prime celebrity britanniche a chiedere un cessate il fuoco immediato. John Cusack, Susan Sarandon e Mark Ruffalo sono scesi in piazza.
E non mancano i precedenti storici: nel 1985, Steven Van Zandt (chitarrista della E Street Band) guidò il progetto “Sun City” con Bruce Springsteen, Miles Davis e Rubén Blades contro il resort per soli bianchi in Sudafrica. Oggi, il meccanismo è simile.
Le reazioni: l’ambasciata israeliana accusa, gli artisti rispondono
L’ambasciata israeliana a Washington ha definito il boicottaggio “discriminatorio, immorale e fuorviante”:
“Non fa nulla per la pace, anzi approfondisce le divisioni”.
Ma la cantautrice Julia Holter, tra le partecipanti, replica:
“Ogni giorno da un anno e mezzo vedo bambini denutriti con ferite orribili. Penso a mia figlia. Sento la responsabilità di fare qualcosa, per quanto piccola”.
Marisa Dabice delle Mannequin Pussy è ancora più diretta:
“Senza la partecipazione degli artisti delle major, questo boicottaggio non può crescere come serve. Viviamo in un’epoca in cui l’azione diretta e unitaria può fare la differenza. Basta essere focalizzati e implacabili”.
Cosa succede ora?
Nonostante il fragile cessate il fuoco in corso – che sulla carta esiste ma nella realtà dei fatti viene violato quotidianamente – gli organizzatori di “No Music for Genocide” hanno annunciato che la campagna non si fermerà. Anzi:
“Continueremo fino a quando i palestinesi non otterranno il loro diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla liberazione”.
E ricordano che le tre major discografiche (Sony Music, Warner Music Group, Universal Music Group) hanno ritirato le loro attività dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Perché non fare lo stesso per Gaza, dove le violazioni israeliane – supportate dagli Stati Uniti – continuano imperterrite?
Nel frattempo, Roger Waters – che di battaglie contro il muro del silenzio ne ha combattute a decine – continua a essere il bersaglio preferito di chi vorrebbe ridurre tutto a un pugno in faccia. Ma come abbiamo raccontato, la sua risposta è stata, ancora una volta, un pugno al cerchio e una carezza all’aria: “Psicotico, razzista, nazista?”. No, semplicemente un uomo che non tace.
E con lui, oggi, ci sono Tom Waits, i Massive Attack, Brian Eno, e centinaia di altri artisti che hanno scelto di mettere la musica dove la politica fallisce. Perché la guerra non è finita. Perché l’occupazione continua. Perché i palestinesi aspettano ancora giustizia. Con gli stivali ben piantati a terra.

































