‘I’m nice now’ è la terza scheggia impazzita scagliata in appena tre anni dagli Upchuck. Il titolo, più che una rassicurazione, suona come un avvertimento urlato dalla dinamitarda cantante Kalia Thompson: “Tieni a mente che ‘oggi sono gentile’, potrei essere peggio”. E di gentilezza nel suono del combo di Atlanta se ne trova ben poca. Sono l’impatto e la genuinità a farla da padroni.
Sia chiaro, gli Upchuck non inventano nulla, ma chi può dire di farlo al giorno d’oggi? Semmai, compongono una solida sintesi di quanto prodotto dalla nascita del cosiddetto proto-punk all’hardcore made in USA dei primi anni Ottanta, fermandosi un passo prima della contaminazione con il metal. Old school, insomma, ma con meno paraocchi del previsto. Un ripescaggio di vecchi stilemi mai domi che partorisce una cifra stilistica riconoscibile. Gli Upchuck sono gli Upchuck, e questo è indubbiamente un merito oggigiorno.
La voce della scatenata e rasata leader nera contribuisce sicuramente all’immediata riconoscibilità della band. Aggiunge quel tocco ‘riot grrrl’, un affondo negli anni ‘90, quelli della rabbia giovanile contro il sistema, quando ribellarsi contro le peggiori derive socio-politiche sembrava avere ancora un senso. E il combo di Atlanta non si ferma al nichilismo: usa la propria rabbia per puntare al cambiamento. Ed è questa attitudine, in mezzo a tanta sfacciataggine punk e velocità hardcore, a marchiare a fuoco il sound degli Upchuck.
Non a caso la band, molto prima di venire notata e prodotta da Ty Segall, si è fatta le ossa tenendo infuocati live in diversi skate contest locali. Skate punk, insomma.
In ‘Kin’, sembra di sentire la prima Washington di Teen Idles e Minor Threat. ‘Tired’ non fa prigionieri ed è una dichiarazione di intenti contro i mass media e il potere. In ‘Fried’ riecheggia il punk abrasivo e dissonante dei Black Flag. In ‘Plastic’, KT spalma su una ritmica incalzante un cantato quasi hip hop, figlio della sua città di appartenenza. Sul finire del pezzo, il cantato in spagnolo del batterista Cris Salado introduce influenze alla Molotov. Il Latin punk la fa da padrone in ‘Homenaje’, il pezzo più politico dell’album, dove Salado riporta alla mente la furia degli argentini Todos Tus Muertos. ‘Pressure’ è puro mid-tempo hardcore. ‘Kept Inside’ è violenta ed emozionale allo stesso tempo, come i Nirvana di ‘Bleach’ formulavano alla perfezione.
Sul finale del disco, la band mostra altre potenzialità, abbandonando la ferocia antisistema per aprirsi a tematiche più personali e muovendosi in territori grunge/stoogesiani. La digressione nineties emerge quando la sezione ritmica tritasassi tira un minimo il fiato. In pezzi come ‘Slow Down’ e ‘Nowhere’, KT è libera di esprimere il proprio rancore tingendolo di una sofferta vena melodicamente nera che la ricollega alle riottose ragazze anni ‘90: L7, Babes in Toyland e Hole.
Il suono di basso e chitarra è compresso e distorto come insegnano le più grezze emanazioni detroitiane. Certe tonalità basse, figlie di una rabbia faticosamente repressa, fanno tornare a mente la splendida e furente Lisa Kekaula, ugola al vetriolo dei soul punkers The Bellrays.
Il tempo ci dirà se gli Upchuck saranno fatti per restare. Nel frattempo, continueranno sicuramente ad incendiare i palchi e ad infiammare le platee, come ben testimoniano i loro live.
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