C’è un’onestà quasi d’altri tempi nel modo in cui Amy Macdonald abita il palco. Al Fabrique di Milano, la cantautrice scozzese mette subito in chiaro le cose: puntualità britannica (ore 21:00 spaccate) e una schiera di chitarre acustiche pronte a essere alternate quasi a ogni brano, supportata da una band solida (chitarra elettrica, basso, batteria, tastiere e un banjo elettrico fondamentale nell’economia del sound).
L’apertura è un “uno-due” collaudato: le venature folk-rock di Is This What You’ve Been Waiting For e Dream On scaldano i motori, ma è con The Hudson che il concerto imbocca la sua strada maestra. Siamo nelle coordinate care al folk delle Highlands, un territorio che Amy domina con una naturalezza disarmante. Su Spark, la Macdonald dimostra di saper calamitare l’attenzione senza dover ricorrere a effetti speciali: basta la sua voce, una spanna sopra la media per timbro e tenuta live.
Quando arriva la prima hit storica, Mr. Rock n’ Roll, l’atmosfera cambia: il Fabrique si trasforma idealmente in un pub di Glasgow. Le influenze sono chiare, dalla musa Emmylou Harris alla tradizione dei The Waterboys che riecheggia in Pride.
Il cuore pulsante del live tocca l’apice emotivo con la doppietta Don’t Tell Me That It’s Over (cantata senza chitarra) e la struggente Run, dove la performance vocale raggiunge vette di rara intensità. C’è spazio anche per le atmosfere malinconiche alla Sinéad O’Connor in alcuni passaggi del nuovo materiale, prima di tornare a far saltare il pubblico con l’incedere di I’m Done.
Se episodi più pop come Slow It Down o Can You Hear Me scorrono via senza scossoni, è il finale a incendiare la serata. Statues profuma di whiskey e polvere, mentre Barrowland Ballroom scatena un’attitudine punk-folk degna dei migliori The Pogues. Immancabile la chiusura del set principale con This Is the Life: un inno generazionale cantato all’unisono da tutto il locale.
I bis regalano ancora sorprese: un rullante montato in prima linea trasforma We Survive in una marcia trascinante grazie a un banjo in gran spolvero. Dopo il gran finale affidato a The Glen e alla storica Let’s Start a Band, Amy saluta il pubblico con la genuinità che la contraddistingue, promettendo di scendere tra la folla per una foto e una birra.
Bella, brava e con una voce che non ammette repliche. Se all’inizio della serata c’era qualche dubbio, alla fine del concerto la certezza è una sola: il biglietto per vedere Amy Macdonald sono soldi benedetti.
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Per la foto si ringrazia Fabio Izzo per Fabrique Milano. Guarda la gallery
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