Ci avevano abituato a enigmi, frequenze spettrali e infanzie disturbate. Ma questa volta i Boards of Canada hanno superato sé stessi. Dopo tredici anni di silenzio – interrotto solo da remix vaganti, riedizioni e un DJ mix su NTS – il duo scozzese è tornato a far vibrare il nastro magnetico. O forse no. Perché con loro, si sa, la certezza è un lusso.
Tutto è iniziato nei modi che preferiscono: criptici, analogici, inquietanti. Qualche mese fa, un fan segnala a Pitchfork un vecchio sito web usato in passato per indizi sui BoC, a lungo ridotto a un deserto 404. Improvvisamente, resuscita con un messaggio: “nobody home…” accompagnato dalla stessa frase in codice Morse. Un modo come un altro per dire: “siamo qui, ma non troppo”.
Il 6 aprile scoppia il finimondo nella community. Alcuni utenti su Discogs e Reddit raccontano di aver ricevuto VHS vergini, marchiate con l’iconico esagono dei Boards of Canada. Sul nastro, l’audio di uno spot per una rivista di una scuola biblica cristiana chiusa nel 1991. Più o meno il loro concetto di “singolo promozionale”.
Poi arrivano i poster. Londra, New York, California, e persino il mitico Liquidroom di Shibuya. Immagini che evocano alla perfezione l’immaginario di Music Has the Right to Children (1998), quel limbo tra documentario didattico e allucinazione psichedelica. La Warp, fedelissima alla linea, prima pubblica un carosello Instagram di quei poster il 14 aprile, poi rilascia un teaser.
Si intitola “Tape 5”. Tre minuti esatti, caricati sul canale YouTube del duo e sui social di Warp. Senza senza un comunicato stampa, senza nemmeno la conferma ufficiale che si tratti di musica nuova dei Boards of Canada. Ascoltatela: synth malati, batterie che sembrano uscite da un VHS mangiato dalla muffa, quella strana grazia ipnotica che solo loro sanno confezionare.
Tredici anni fa usciva Tomorrow’s Harvest. Oggi, qualcosa si muove di nuovo. Forse è un album, forse un nuovo ciclo di indagini sonore, forse solo l’ennesimo messaggio in una bottiglia analogica. Come sempre coi Boards of Canada l’unica verità è che non c’è.
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