Un ensemble atletico e di sostanza con a capo il Rospo, che negli anni è diventato un principe. Azzurro mai, ma sempre GRIGIO.
Prima di andare a scuola, la mattina, mi sparavo un po’ dei loro pezzi. Mi stordivo con i loro archi percussivi e i loro fiati elefantiaci. E poi lui, John De Leo... una colonna d’aria che si inerpica là dove le umane possibilità si fermano. Volevo essere come lui. Poi il tempo passa e resta la loro Musica. Con l’età mutano (in cerchi concentrici) le interpretazioni dei testi e le suggestioni evocate da armonie e melodie. Si allarga il sentire. Il concerto di Napoli è stato come riabbracciare il ragazzo spigoloso che ero, accompagnandolo amorevolmente con il me stesso di adesso. La barba più folta e sostanzialmente più bianca di oggi accoglie diversamente le loro curve sonore, ma l’essenza di questi ragazzi (seh, una volta!) è la stessa. «Ah! L’ironia, sì! Non ci perde mai di vista». L’ironia, appunto. Versi stridenti: «Madonne che si mettono a piangere, ci crederò soltanto quando le vedrò ridere»; giochi di parole: «Malatosano cronico». Gli amletici interrogativi interpretati in musica da John. Il radiodramma è alla base dell’architettura generale della loro produzione.
Il grigio, misto tra bianco e nero. «Tra il bene ed il male preferisco… il MalBen… boh». Preferiscono il grigio, la misura tra alto e basso, tra nero e bianco. I Quintorigo sono sempre stati questo. Ne hanno dato una splendida e rinvigorita testimonianza tra le mura del Maschio Angioino, durante l’afosa serata del 19 luglio scorso. Una sfumatura di colori di cui, all’impatto, non capisci l’origine, ma ne percepisci la forma sghemba, autentica, primitiva. Forniscono interrogativi musicali, paradossi. Non hanno una sezione ritmica, eppure le ritmiche sono la loro forza; non hanno una chitarra elettrica, ma sono rock nel midollo. Non hanno un cantante convenzionale o pop, ma ogni melodia di John finisce per essere un tormentone. Non nel senso che la ritrovi al bar, alla pompa di benzina o al supermercato; diventa un tormento perché i Quintorigo e John raccontano i paradossi. Come Bentivoglio Angelina: una forma canzone sanremese che però parla di un assassinio, con note schizofreniche accompagnate da melodie finto-buoniste per raccontarti del sangue sgorgato dalla testa di Angelina che, per perculare tutti, si conclude con la cadenza musicale che è il topos di Nel blu dipinto di blu.
Entrano al Maschio Angioino (per la rassegna Musica al Castello 2026 promossa dal Comune di Napoli) con la sequenza delle voci campionate di Zahra. I Quintorigo riscaldano i motori. Entra John e porta con sé il suo bagaglio di aria e teatralità. Quello che una volta è stato l’enfant prodige dalle treccine improponibili, ora non ha più bisogno di mezzucci per dimostrare ciò che è. Il ragazzo introverso e tormentato è diventato un quasi sessantenne rilassato, divertito e divertente, che fa della comunicazione attoriale un’arma in più. Certo… diventa un’arma in più nel momento in cui puoi contare su una macchina sonora della voce fuori dal comune.
Un Demetrio Stratos 2.0, con le dovute distanze (mi rivolgo al mio silente Maestro). Una tecnica al servizio, però, di un pop sofisticato e mai inutilmente ostico. Una goduria le curve sonore e i vibrati di quest’uomo, sostenuti dalle trame vertiginose dei compagni d’avventura. Una preghiera: non litigate più.
https://www.quintorigo.com/
https://www.johndeleo.org/






































