Due anni fa, nel recensire l’ultima “fatica” discografica dei Deep Purple, scrivemmo un articolo/approfondimento piuttosto critico e per taluni versi provocatorio tanto da titolare ‘“=1”: i Deep Purple fermi a quel (poco) di buono fatto negli anni settanta’.
Ebbene, oggi, con la pubblicazione di “Splat!” (earMusic) i Deep Purple sono riusciti a confermare pienamente il contenuto di quell’articolo, ripartendo sostanzialmente da quel (poco) di buono fatto negli anni Settanta, diluendolo con un più facile radiofonico ascolto.
Prima di addentrarci nella recensione di “Splat!” è pertanto necessario ripercorrere alcuni “passi” essenziali di quanto già osservato.
- Già detto
Devo preliminarmente precisare che, in una personale classifica di “genere”, per il periodo che va a cavallo tra il finire degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, i Deep Purple non hanno mai goduto del mio più alto gradimento, avendogli da sempre preferito, non solo i Led Zeppelin (superiori come compositori e come “musicisti” e più costanti nella qualità delle loro produzioni), ma anche (e soprattutto) i Blue Öyster Cult di “Tyranny and Mutation” (del 1973) e “Secret Treaties” (del 1974); va poi detto che i Deep Purple non furono nemmeno dei veri precursori come i Blue Cheer di “Vincebus Eruptum” (del 1968) o come, per altri versi, gli MC5 di “Kick Out The Jams” (del 1969 e contenente registrazioni live del 30 e 31 ottobre del 1968).
Né, dopo aver lasciato la propria indelebile impronta agli inizi degli anni Settanta, i Deep Purple riuscirono, nel prosieguo del decennio, a rimodellare ed evolvere il “genere” che avevano contribuito a plasmare, come invece fecero i King Crimson di “Larks’ Tongues In Aspic” del 1973 e di “Red” del 1974 (ma qui siamo innanzi ai massimi livelli raggiunti dalla musica “rock”), o a colpire l’immaginario divenendo “costume” come fecero i Black Sabbath, o a pubblicare brani AOR “perfetti” come “(Don’t Fear) The Reaper” (del 1976) dei citati Blue Öyster Cult.
Dopo le incertezze dei primi tre dischi (“Shades of Deep Purple” e “The Book of Taliesyn” – entrambi del 1968 – e Deep Purple del 1969, tutti con Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso), miscellanea di rock, psichedelia e proto-progressive (si pensi alla suite “April”, alla bella “Lalena”, ad “Anthem” … lavori in cui compaiono, tra le altre, perfino le cover di “Help!”, di “Hush”, di “River Deep, Mountain High”, oltre alla western “Hey Joe”), e una discutibile esibizione live del 1969 con la Royal Philharmonic Orchestra condotta da Malcolm Arnold che vedrà la luce come “Concerto for Group and Orchestra” (la commistione tra rock e musica classica era spesso un malcostume del tempo come già aveva testimoniato “Days of Future Passed” del 1967 a firma “The Moody Blues”; unico merito di “Concerto for Group and Orchestra” è che presenta la miglior compagine di sempre con Ritchie Blackmore, Jon Lord, Ian Paice e l’ingresso di Ian Gillan e Roger Glover che, su disco, sarà eguagliata – se non superata – solo da quella che vedrà Steve Morse alla chitarra), non si può comunque negare che e dal 1970 al 1974 i Deep Purple, come già detto, abbiano contribuito a “creare” un “genere”, influenzando generazioni di musicisti futuri.
Del 1970 è infatti “Deep Purple In Rock” e del 1974 sono “Burn” (con il cambio alla voce Ian Gillan/David Coverdale e al basso Roger Glover/ Glenn Hughes) e “Stombringer” ; nel mezzo la pubblicazione di “Machine Head” del 1972 e del celeberrimo coevo “Made In Japan” (quest’ultimo indubbiamente tra i più riusciti e acclamati live rock in senso esteso dell’epoca sebbene – a parere di chi scrive – non superiore, ma anzi in alcuni casi inferiore, ad altre registrazioni di concerti di quel periodo quali ad esempio “Live/Dead” dei Grateful Dead, “At Fillmore East” dei The Allman Brothers Band, “How The West Was Won” dei Led Zeppelin – ancor più del ben noto “The Song Remains The Same” -, ed ancora “Absolutely Live” dei The Doors – ancor più nella versione integrata “In Concert” – il già citato “Kick Out The Jams” degli MC5, “Live At Leeds” dei The Who, “1969: The Velvet Underground Live” dei The Velvet Underground, i “Live Cream” dei Cream – se si considerano entrambi i volumi I & II, “Jimi Plays Monterey” dei The Jimi Hendrix Experience, “The Turning Point” di John Mayall – ancor più del famoso “Jazz Blues Fusion”-, i tre volumi di “Live in Boston” dei Fleetwood Mac, “4 Way Street” a firma Crosby, Stills, Nash and Young … o “Roxy & Elsewhere” di Frank Zappa con le The Mothers of Invention – anche se in questo caso parlare di “rock” è riduttivo oltre a essere presenti overdubbing nell’incisione).
Ad ogni modo, giocando con possibili citazioni e/o coincidenze (“Black Night” vs “Summertime” di Ricky Nelson vs “We Ain’t Got Nothin’ Yet” dei The Blues Magoos, “Fireball” vs “Rock Star” dei Warpig … ne sono un esempio) o incorrendo in “paradossi” musicali (straordinaria è la somiglianza dell’intro di “Child In Time” con quello di “Bombay Calling” degli It’s A Beautiful Day; verrà pubblicato dai Deep Purple anche un live del 1995 proprio con il titolo “Bombay Calling”) e in assonanze (come “Lazy” con la rivisitazione di Eric Clapton di “Steppin’ Out”, sia nella versione con i The Bluesbreakers di John Mayall che in quella con i Cream – da sentirla dal vivo sul succitato “Live Cream Volume II”), i Deep Purple hanno avuto il sicuramente pregio di codificare, nella prima metà degli anni settanta, un linguaggio musicale diretto, immediato, fruibile e per questo vincente, forte di soluzioni esatte nella loro costruzione.
Pregio e limite poiché, fatta salva la pace dei citati “Deep Purple In Rock” e “Machine Head” – che non hanno bisogno di presentazioni -, e volendo includere anche “Burn” (con le ottime “Burn”, “You Fool No One”, “Mistreated” …), ma collocandolo su un gradino inferiore rispetto ai citati inarrivabili due (in “Stormbringer”, nonostante “Stormbringer” e la bella ballata “Soldier of Fortune” emergono già segni di stanchezza e di “deriva”), i loro dischi in studio, di effettivo rilievo, si limitano ai detti due/tre (per onestà intellettuale e completezza “temporale” va menzionato anche il disco “ponte” “Fireball” del 1971, traghettatore più compassato e morbido e in ogni caso ben fatto – da ricordare oltre al brano eponimo, la country “Anyone’s Daughter” e “The Mule” anche se, per rimanere in tema, la “Mule” dei Gov’t Mule si fa preferire, così come di rilievo, per tornare al discorso registrazioni dal vivo, è il loro bel live “Live… With a Little Help from Our Friends” – e “Who Do We Think We Are” del 1973 reso famoso per “Woman From Tokyo”).
Dopo (il primo) abbandono di Blackmore, “Come Taste the Band” del 1975 con Tommy Bolin (che morirà prematuramente l’anno dopo) è lavoro che, con una piacevole ritrovata vigoria, chiude nel migliore dei modi un’era per i Deep Purple non replicabile e intramontabile; il tempo, infatti, non è stato con loro galantuomo e alla fine, da guide e ispiratori, si sono trasformati (con scarso successo) a loro volta in “imitatori” prima di se stessi e poi dei loro “discepoli” con l’intento (forse) di voler arrivare anche al nuovo pubblico che, a partire dalla seconda metà degli anni settanta e soprattutto negli anni ottanta, si stava infiammando sempre più con il “metal” e con tutte le sue derivate correnti che via via nascevano.
Il risultato è stato spesso mediocre in termini qualitativi e pedissequo (“Perfect Strangers” del 1984, “The House of Blue Light” del 1987 e “Slaves & Masters” del 1990 … ne sono un esempio – si ascolti la ballata “Love Conquers All” o “Knockin’ at Your Back Door” per averne un’idea -; malgrado ciò il pubblico li ha sempre continuati a seguire …), tra cambi di formazioni che vedranno alla voce Joe Lynn Turner (in “Slaves & Masters”) e alla chitarra anche Joe Satriani e Steve Morse.
Proprio con Morse ci sarà una “timida” ripresa e una più coerente attualizzazione e saggia commerciabilità a partire da “Purpendicular” del 1996 (“Vavoom: Ted the Mechanic”, “Loosen My Strings”, “Cascades: I’m Not Your Lover”, “Sometimes I Feel Like Screaming” e “Watching the Sky” da “Abandon” del 1998); il resto è sterile commento (invertendo gli addendi il risultato non cambia) “abusato” da “enciclopediche” pubblicazioni live, da discutibili cover come “Roadhouse Blues” (da “Infinite” del 2017) o da interi album di cover come “Turning to Crime” del 2021 (contenente anche “Oh Well” di Peter Green ai tempi dei Fleetwood Mac, “Dixie Chicken” dei Little Feat – ancora in tema live da ricordare il loro ottimo “Waiting for Columbus” -, “7 And 7 Is” di Arthur Lee dallo splendido “Da Capo” dei Love, “White Room” dei Cream …).
Fare, pertanto, un paragone tra ciò che i Deep Purple furono, quanto abbiano rappresentato negli anni Settanta, con la loro produzione successiva e odierna è “irriverente” oltre a essere inutile esercizio di stile; paragone utile solo nella misura in cui serva ad affermare che anche “=1” segue la filosofia del voler provare a piacere, avvalendosi dell’esperienza del gruppo e del produttore, oltre che di mezzi e risorse a disposizione.
Notizia, poi, di spicco è che in “=1” alla chitarra milita Simon McBride che ha sostituito Steve Morse, andando così ad aumentare l’irrequieto elenco di chitarristi che si sono susseguiti nel tempo, partendo da Ritchie Blackmore, passando per Tommy Bolin, transitando nuovamente per Blackmore e ancora poi per la fugace apparizione di Joe Satriani, per Steve Morse e quindi per Simon McBride.
Per il resto, in formazione Ian Paice (unico superstite dai tempi di “Shades of Deep Purple”), gli storici Roger Glover e Ian Gillan e il titolato Don Airey (che ha sostituito Jon Lord ed è presente, in studio, da “Bananas” del 2003
- “Splat!”
Giunti al cuore della nostra recensione possiamo dire che “Splat!” sia riuscito al contempo a seguire, come il suo predecessore, “la filosofia del voler provare a piacere, avvalendosi dell’esperienza del gruppo e del produttore, oltre che di mezzi e risorse a disposizione” e a recuperare, anacronisticamente, alcune sonorità e un certo nostalgico gusto anni Settanta puntando su Bob Ezrin alla produzione (e alle seconde voci) e su una formazione composta ancora da Ian Gillan alla voce, Roger Glover al basso, Ian Paice alla batteria, Don Airey alle tastiere e Simon McBride alla chitarra.
Quanto sopra detto trova certificazione da subito nel brano d’apertura “Arrogant Boy”, sicuramete riuscito nella sua miscellanea di hard rock anni Settanta e di “citazioni” progressive; ciò che però emerge con evidenza è la non più potente voce di Gillan che se negli anni d’oro contribuiva a fare la differenza, ora si limita a definire le linee vocali.
Discorso non differente per “Diablo” (con Keith Urban alla chitarra) che prosegue nel solco tracciato da “Arrogant Boy”, con un’apertura vocale di “maniera” e con il consueto rincorrersi dei (brevi) assoli.
Se “The Rider” segna un momento “anonimo”, “The Lunatic” fa tornare il disco a girare con più interesse evocando “tempi” progressive.
Mentre “The Only Horse In Town” è buon riempitivo radiofonico e AOR, morbido finanche nell’assolo di chitarra, “Sacred Land” è ieratica e da “clan” pronto alla battaglia con le tastiere a simulare “bagpipe” scozzesi.
Anche “The Beating Of Winds” suona radiofonica (soprattutto nel ritornello) mostrandosi più vicina a un rock blues (nel riff) con influenze black (in alcuni passaggi vocali) che a un sano hard rock.
“Guilt Trippin’” fa parlare di sé per il piglio più rabbioso, le sue nuance orientaleggianti e il pianoforte in primo “piano”; un po’ “imbarazzanti” i vocalizzi di Gillan sotto l’assolo di chitarra.
Con “Scriblin’ Gib’rish” si ritorna agli anni Settanta con un “synth” a far le veci dell’organo; discorso analogo per “Jessica’s Bra”, anch’essa fuori tempo massimo di circa mezzo secolo, con le tastiere a intonare celtiche atmosfere.
“Third Call” e “My New Movie” (rispettivamente l’undicesimo e il dodicesimo brano) iniziano a stancare e a far diventare ripetitivo l’ascolto.
Non salva il conclusivo brano omonimo “Splat!” che seppur funzionale anch’esso per trasmissioni radio da autostrade statunitensi, arriva nella corsa al tredicesimo posto di una track list eccessivamente lunga e che segue sempre gli stessi schemi.
https://deeppurple.com/
https://www.facebook.com/officialdeeppurple
https://www.instagram.com/deeppurple_official/

































