I Midlake meritano di essere “inscritti” nella storia della musica per (almeno) due distinti motivi: aver pubblicato nel 2006 il meraviglioso “The Trials of Van Occupanther” e aver contribuito nel 2010 alla realizzazione del non meno splendido “Queen of Denmark” di John Grant.
“The Trials of Van Occupanther” si mostrava, infatti, opera di pregio nella sua esatta sintesi tra “folk”, “rock” e “indie”, opera che una mirabile “Roscoe” faceva da giusta sintesi con il suo incipit in odore dell’iconica “(Don’t Fear) The Reaper” dei “Blue Öyster Cult” e che acquerelli d’autore quali “Head Home”, “Young Bride”… contribuivano a renderla unica.
“The Trials of Van Occupanther” rappresentava però per i Midlake anche il punto del non ritorno, per una discografia che nel tempo non riusciva ad avvicinarsi al senso di compiutezza toccato da quel disco, restando negli altri titoli sempre più di un passo indietro.
Da menzionare però “Live at Roundhouse” (del 2023 e contenente registrazioni dal vivo del 2022) che non solo si dimostrava una “buona” raccolta dei loro brani migliori extra “The Trials of Van Occupanther”, ma che presentava anche versioni estese e alternative di alcune loro composizioni come “Noble” o “Head Home”.
Ora con il bel “A Bridge To Far” (Bella Union) i Midlake compiono (invece) un passo avanti, accorciando notevolmente la distanza che li separava da “The Trials of Van Occupanther”, per un disco che si propone come sua “nuova” valida alternativa.
Messo l’LP sul piatto, tra flauti e visioni “pastorali” apre la più che riuscita “Days Gone By” con il suo cambio da delicato progressive anni settanta.
Non meno riuscita è la morbida “A Bridge To Far”, mentre poi i giri aumentano con “The Ghouls” che si lancia come un cavallo in corsa tra selve e boschi.
“Guardians” (con Madison Cunningham alla voce) si eleva fluttuando tra psichedelia e folk sognante.
Chiude un side A di tutto rispetto, “Make Haste” esatta nei suoi contrasti tra il solido riff e i liquidi frammenti sonori.
Girato il vinile la musica (fortunatamente) non cambia e anche “Eyes Full Of Animal” si mostra brano indovinato nel suo incedere.
Giunge quindi “The Calling” (singolo dal piglio “rock” perfetto) che si candida a miglior composizione dell’intero disco, con una linea vocale che si incolla sulla pelle e che rimane impressa nella mente.
Se con “Lion’s Den” tornano sonorità più prossime al folk-rock, “Within/Without” riporta l’ascolto verso territori più da raffinata ballata glam rock.
“The Valley Of Roseless Thorns”, con la sua classicità e pacatezza, congeda elegantemente un lavoro che si è mostrato tra le più belle sorprese del 2025 (e non solo).
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