Ci aveva lasciato con le ossa rotte col rock-blues di Bad As Me (2011). Undici anni dopo, Tom Waits torna a graffiare il buio, e lo fa nel modo che gli riesce meglio: parlando, quasi recitando, come un barbone metafisico appoggiato a un lampione fuori dal mondo.
Il pretesto è il nuovo 12 pollici in collaborazione con i Massive Attack, intitolato “Boots On The Ground”, uscito a sorpresa la scorsa settimana accompagnato da un film politicamente carico firmato dal collettivo di Bristol e dal photo artist thefinaleye. Ma è il lato B, “The Fly”, a far rizzare i peli – un pezzo parlato che Waits ha deciso di condividere per intero, o quasi, come un messaggio in bottiglia gettato in un mare di fango.
Nella tradizione di What’s He Building In There? e The Ocean Doesn’t Want Me, Waits costruisce una poesia macabra, ironica, disgustosa e sublime. La mosca è la protagonista, ma è anche uno specchio per l’ascoltatore: un cavallo alato nato “dalla coscia del Presidente”, cresciuto su un occhio di pesce morto, imparentato con scarafaggi, ratti, pulci e pidocchi.
“No one’s had a life stranger than you / You know famine, you know war, you know danger”, sussurra Waits con la voce che sembra venire da una radio AM rotta. “Roaches, rats, gnats, fleas, flies / No one’s gonna weep when you die”.
Poi l’immagine finale, degna del suo miglior teatro dell’assurdo: “Like two lazy violins braided together in a low spastic siren to warn us of nothing / And you’re named only after your ability to do so”.
Il singolo vede anche la partecipazione vocale del figlio Casey, ma è Waits, ovviamente, a rubare la scena – o meglio, il sottoscala. Dopo più di un decennio di assenza discografica, l’uomo che ha trasformato il rumore di un frigorifero in sinfonia ci regala un frammento di puro disagio danzante.
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