In occasione dell’uscita dell’ultimo lavoro discografico di Steven Brown si era titolato su queste pagine: ‘Convince (ma solo a metà) “In This Very World” di Steven Brown’; in particolare, nella recensione/approfondimento dedicata a Brown (e ai Tuxedomoon) si era osservato come ‘Quando Steven Brown restituisce un disco come “In This Very World” (Crammed Discs), mantiene fede alla sua (in)capacità di mettere a fuoco l’insieme, in un’ondivaga alternanza di bei momenti d’ascolto ma che si rivelano al contempo spesso disomogenei o “impertinenti”’.
Discorso differente va fatto per il concerto che il fondatore dei Tuxedomoon ha tenuto il 20 maggio 2026 nello splendido Spazio Arena di Avellino nell’ambito di Contemporary Speech, la rassegna di Progetto Sonora.
Brown (voce, pianoforte, clarinetto e sassofoni), affiancato da Luc van Lieshout (tromba, flicorno, armonica ed “effetti”) e Lucien Fraipont (chitarra e basso), sebbene di fatto presentasse “In This Very World”, ha restituito un’ora e mezza (circa) di musica bella e convincente.
Determinante per la riuscita del concerto sono stati due elementi: la resa dal vivo, che ha trasmesso sia particolare intensità alle esecuzioni (soprattutto nelle parti degli assoli), sia una maggiore “compattezza” e “coerenza” (in ragione dei soli tre musicisti presenti che hanno prodotto un suono più asciutto e diretto), nonché la scaletta dei brani che ha visto da una parte “una selezione” di quelli contenuti in “In This Very World”, mentre dall’altra l’inclusione di composizioni risalenti a precedenti lavori sia a firma del solo Brown che dei Tuxedomoon (anche se per quest’ultimi prevalentemente post periodo primi anni Ottanta).
Un approccio più “esteso” e di “sana” matrice live lo si è percepito già nell’apertura affidata a “Cheran” (da “In This Very World”) caratterizzata da una strumentale e “sperimentale” introduzione; va detto che “Cheran” aveva già colpito nella versione in studio laddove lo si definì “bella invocazione desertica”.
Ancora da “In This Very World”, si è proseguito con l’omaggio a David Bowie “Panic In Detroit” (di cui si scrisse: ‘mostra un Brown più “concreto” e a suo agio nel reinterpretare in modo intimo e personale il brano di David Bowie’) e con “Luce” che ha confermato la sua anima “notturna, calda lenta e jazzata, per un momento rilassato d’ascolto…”.
Si è quindi passati al “blocco” Tuxedomoon con “Muchos Colores”, con la trascinante “Some Guys” (resa dal basso e dall’armonica meno wave e più rock/post punk, per un gradito punto a favore), con l’altrettanto gradita “A Home Away” e con una bella versione (più) intima di “In a Manner of Speaking”.
Tra esse, un ritorno al presente di “In This Very World” con “Waltz Nr.2” che, se su disco era apparsa “superflua”, inserita in un contesto live ha assunto “maggior senso”.
“Nakba” (sempre da “In This Very World”), oltre a rimarcare il suo valore “simbolico”, ha confermato la propria natura strumentale da “camera”.
Se dal lavoro solista di Brown “El Hombre Invisible” sono stati proposti il brano eponimo e “The Book”, l’apice della serata lo si è raggiunto con “59 to 1”, non solo per la sua bellezza ma perché tratta da quel capolavoro dei Tuxedomoon che è “Half-Mute”.
Indovinata la scelta di eseguire “Work” (sempre da “In This Very World”) di cui si ebbe modo di scrivere: ‘i giri riprendono e su di un “basso” stile Les Claypool si aprono lucubrazioni vecchio stampo con un assolo di “fiato” e di chitarra a mettere la giusta firma conclusiva: più che gradito momento d’ascolto’.
Come per “Waltz Nr.2”, se sul disco in studio “Wordsworth” aveva poco convinto, nell’esecuzione live più “scremata” ha trovato una consona collocazione.
In chiusura concesso anche un bis nello spirito di “In This Very World”, considerato che anch’esso si congedava con l’ideale “bis live” di “Nella Terra (Live)”.
https://www.instagram.com/stevenbrown.official/
https://www.progettosonora.it/evento/steven-brown-tuxedomoon-con-luc-van-lieshout-e-lucien-fraipont/

































