“Molte sono le forme delle cose divine,
molti eventi inattesi portano a compimento gli dei:
e quello che ci aspettavamo non è accaduto,
mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile”
(dal Coro delle “Baccanti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
- Premessa
È facile quando si è adolescenti restare affascinati da racconti che assumo il valore di mito; quel “mythos” che si contrappone al “logos” e che ti ancora a una (ir)realtà immaginifica, ancestrale, arcaica, a quello stato dell’intelletto umano che trova nella magia le risposte occulte, prima di genuflettersi passivo alle religioni (per mutuare il passaggio dalla magia alla religione e infine alla scienza cosi magnificamente descritto da James G. Frazer).
“O beato
colui che conoscendo le iniziazioni degli dei
vive felice nella purezza
e si fonde con il tiaso
baccheggiando sulle montagne
con sacre purificazioni,
e celebrando i riti della grande madre Cibele,
agitando il tirso, incoronato d’edera,
si fa servitore di Dioniso!”
(dal Coro delle “Baccanti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
Poi viene, appunto, l’età della scienza (o almeno dovrebbe così essere), l’età della ragione, l’età del “λóγos”, e quei racconti che da adolescente avevano catturato il tuo animo e che avevi “letto” e “interpretato” con “partigianeria”, li scopri per ciò che in realtà sono e narrano, e finiscono (paradossalmente) con affascinare ancora di più, forse con minore innocente illusione e poetica, con minore “ideologia”, ma con novella forza e coscienza.

Così è stato per me con le “Baccanti” di Euripide, opera che ai tempi di scuola amai, vedendone (erroneamente) il (solo) lato “dionisiaco”, riscrivendo di fatto in cuor mio una versione “romantica” e “mistificata” (ma era l’età, in letteratura, dei “poeti maledetti”, in musica e poesia di Jim Morrison, l’età della Beat Generation…). Quando da adulto poi ho riletto le “Baccanti”, ne ho colto il vero (per quanto possibile) valore tragico, finendo con l’amarla ancora di più!
“Che cosa è la sapienza?
O quale dono degli dei ai mortali
è più bello che imporre la mano vittoriosa
Sulla testa del nemico?
Si ama sempre ciò che ci piace.
Avanza lenta, ma è certa
la potenza divina.
Raddrizza coloro tra i mortali
che onorino l’inesattezza
e nel delirio della loro illusione
non rendano onore agli dei.
Gli dei occultano abilmente
il lungo passo del tempo
e braccano chi non li venera.
Ciò che prevarica le leggi e le usanze
non deve essere conosciuto né praticato.
Non costa grande fatica
pensare che è questo che conta:
il divino comunque esso sia,
e quanto nel lungo corso del tempo
ha sempre valore di legge
ed è insito nella natura.”
(dal Coro delle “Baccanti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
- “Le Baccanti” di Theodoros Terzopoulos
Divino e terreno, saggezza e follia, ritualità, religione e miscredenza hanno aperto la nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi, la rassegna del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, con la messa in scena delle “Le Baccanti” di Euripide, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, presentazione firmata dal regista greco Theodoros Terzopoulos, andata in scena al Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei.
Tempo fa, su queste pagine, nel recensire il “Frankenstein” di Guillermo del Toro ci si interrogò sulla necessità e/o opportunità di rivisitare in chiave “contemporanea” dei classici, nella ricerca di una perpetua attualizzazione di “soggetti” che, spogliati della loro primigenia natura, rinascono a nuova vita a seconda delle esigenze e degli umori del tempo.
In quella circostanza ebbi modo di osservare che negli ultimi anni avevo (troppo) spesso assistito a rappresentazioni di opere tratte da “vecchi” romanzi, vecchi “drammi” o “commedie”, vecchie “novelle” che avevano subito una rivisitazione, concedendosi licenze che talvolta erano apparse forzature in un’ostinata ricerca di trasformare un testo “antico” in una moderna messa in scena, carica della denuncia sociale e di costume che è propria dei giorni nostri, con il “collaterale” rischio (se si amplia la visione anche all’ambito cinematografico/televisivo) di causare una progressiva “cancellazione” dei contenuti e delle forme del “soggetto” originale; altre volte mi era sembrato che si fosse voluto necessariamente trovare nell’“antico” l’esistenza si un messaggio “attuale”, quale monito dei “saggi” del passato per le future generazioni (tra cui la nostra).
Ebbene anche Terzopoulos (che delle “Le Baccanti” ha curato oltre alla regia anche l’adattamento, le scene, le luci e i costumi) non si è sottratto in parte a tale “operazione” laddove ha dichiarato che «È di estrema importanza proporre Baccanti in questo momento, laddove Dioniso incarna l’archetipo del rifugiato, partito da Tmolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mar Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa. Il suo tragitto ci ricorda che l’arte del teatro è un viaggio infinito, percorso da persone in fuga, in continua trasformazione, che il Male si può mascherare da Merito e viceversa, e che l’enigma della morte racchiude una prospettiva di vita; ci ricorda che la Parola è Terra, che la Conoscenza è Consapevolezza, la Passione è Negazione e l’Armonia è la sua Contraddizione. Dioniso sale sul palco e ci invita a rompere, insieme, lo specchio del narcisismo, lasciando che i suoi frammenti diano vita a una nuova immagine. Torna da noi come uno straniero e ci invita a sacrificare il nostro corpo sull’altare dell’Ignoto e del Trascendente. In tempi difficili, come i nostri, mentre il faro del teatro continua a illuminare se stesso, Dioniso ci invita a illuminare il futuro con la luce della vita, e ricostruirci, insieme, come Mito» (dal comunicato stampa); va però detto che quanto espresso dal regista greco, oltre a denotare sensibilità, è indubbiamente rispettabile, meritorio e affascinante.
Al contempo Terzopoulos, con sapienza ed equilibrio, ha saputo rappresentare le “Baccanti” con fedeltà, restituendo la tragedia scenicamente forte di un’esatta contemporaneità, dimostrando così (per tornare al quanto sopra detto) come si possa ben attualizzare un testo “classico”, curando le “immagini” e le “visioni” nel nome di un’estetica di valore e non di mera apparenza.
Di particolare pregio è stato il Coro (composto da: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati) capace di fratturare e rinsaldare la tensione grazie alla propria corale fisicità e alla sua voce fatta di versi e parole.
Altro elemento di pregio, l’utilizzo anche della lingua greca che ha creato suggestioni fonetiche cariche di “mistero”.
Da menzionare, infine, il sempre bravo Roberto Latini nel ruolo di Dioniso, Alvia Reale nel ruolo di Agave, un ispirato Enzo Vetrano nel ruolo di Cadmo, Stefano Randisi nel ruolo di Tiresia, Marco Cacciola nel ruolo Penteo e Paolo Musio nel ruolo del Corifeo; sono poi rimasto particolarmente colpito dalla bravura di Gemma Carbone (la Corifea), di Giulio Germano Cervi (il Primo Messaggero) e di Rocco Ancarola (il Secondo Messaggero).

- Conclusioni
Uno spettacolo, quello andato in scena al Teatro Grande di Pompei, che ha quindi convinto e che ha ben messo in luce le caratteristiche del dio Dioniso “cantato” da Euripide, per una tragedia che personalmente ritengo essere non solo meravigliosa ma soprattutto lucida analisi e “critica” laica alla religione, con una rappresentazione della divinità tanto “inebriante” quanto irosa, vendicativa e crudele fino a indurre la madre Agave a dilaniare il proprio figlio Penteo (ma sul punto ci sono ben più preparati e autorevoli studiosi che si sono dedicati a tale argomento); una divinità, a ben leggere, non dissimile da tante altre, compreso il dio veterotestamentario, tra i più crudeli e irosi, nella sua descrizione “letterale” prima che “teologica”.
“DIONISO….
Così dico, io, Dioniso, figlio non di padre mortale ma di Zeus.
Se aveste saputo essere saggi allora, quando non avete voluto,
adesso vivreste una vita beata,
e il figlio di Zeus sarebbe vostro alleato.
CADMO O Dioniso, ti supplichiamo: abbiamo sbagliato.
DIONISO Lo avete capito troppo tardi:
quando dovevate riconoscermi non lo avete fatto.
CADMO Adesso lo abbiamo capito.
Ma è un castigo troppo atroce.
DIONISO Perché mi avete offeso, e io sono dio.
CADMO Gli dei non devono essere come i mortali, nella collera.
DIONISO Antica decisione di Zeus, che è mio padre.”
(“Baccanti”; Euripide “Le Tragedie” – Universale Economica Feltrinelli/Marsilio)
Le foto sono di Matilde-Piazzi tratte da https://www.teatrodinapoli.it/evento/baccanti-pompei-26/#

































