Ci sono artisti che ti entrano per caso nella vita e nel cuore e non riesci più a toglierti dalla testa. Ecco, Elliott Smith è uno di questi. La storia di Smith è strana, e non solo a livello musicale. È uno di quegli artisti che quando c’è quasi non ce ne accorgiamo, è sottofondo, non ne cogliamo l’importanza, e quando all’improvviso scompaiono diventano importanti, prendendo a volte la deriva del fenomeno di culto. Smith lo sta diventando. Eppure in vita aveva, sì, un suo seguito e aveva addirittura corso per l’Oscar per la colonna sonora di “Will Hunting – Genio ribelle”, battuto solo da quel mostro (in ogni senso) d’incassi che è stato il Titanic di Celine Dion. Elliott Smith contro Celine Dion, cose che a sentirle quasi viene da ridere. Il menestrello sconosciuto contro la diva affermata, quasi una favola, senza però il lieto fine. Candidatura all’Oscar che ne ha in parte aumentato la popolarità ed è stato probabilmente l’inizio, o meglio l’acutizzarsi della fine. Una responsabilità troppo grande per il ragazzo schivo di Portland.
E proprio Portland la sua città (d’adozione) gli rende onore, a tre anni dalla sua morte (era il 21 ottobre del 2003), con un tributo. Quindici pezzi rivisti da vari artisti di Portland appunto. “To: Elliott from: Portland” (uscito per Santeria), così si intitola il tribute album che vede impegnati molte persone che di Steven (vero nome di Elliott Smith) erano qualcosa in più che estimatori. A masterizzare il tutto è stato Tony Lash, cofondatore degli Heatmiser la prima band (grunge) di Smith. Poi c’è Sean Croghan amico e musicista di Smith che rilascia l’unico inedito della raccolta, “High Times” che chiude l’album. Sono poche le canzoni riprese che si discostano di molto dall’originale, anche perché il timbro non può essere che quello. Ci sono canzoni che nascono adatte a essere riprese e molte che solo in questo modo hanno raggiunto la fama. Altre invece proprio non ce la si fa ad ascoltarle in maniera troppo differente. Ma forse è l’affetto per le originali a parlare. E allora ben vengano la versione di Clementine dei Decemberists, che con quell’armonica all’inizio si fa un attimo fatica a riconoscere, ma è solo un attimo, o quella di Satellite dei The Helio Sequenze che anche nella voce ricorda il cantante di Portland. E poi c’è The biggest lie di Dolorean e la bellissima Ballad of big nothing rivisitata da The Termals e masterizzata da Joanna Bolme, bassista dei Jicks di Stephen Malkmus e soprattutto ex ragazza di Smith. E ancora I didn’t understand, Rose parade, Beetween the bars, Needle in the hay di cui Eric Matthews dice “La versione originale di “Needle in the Hay” si reggeva su una struttura ben più complessa costituita da batteria, armonica tromba e percussioni. Alla fine però Elliott decise di (…) renderla quantomai scarna e acustica. (…) ho aggiunto qualche ornamento che rendesse la canzone più cupa e pesante e che rispecchiasse il lato più triste della vita di e dello stato d’animo di Elliott.” Tanto per farsi un’idea. Mettere subito dopo “Needle…”, Division day sembra quasi voler soppesare questa cupezza con una spensieratezza che a sprazzi Smith (stando alla sua biografia) mostrava. Angeles rimane fantastica anche nella versione Crosstide, e questo vale anche per Wouldn’t mama be proud fatta da Jeff Tosh.
Elliott Smith è un artista da conoscere per intero e ben venga anche il tribute album, tappa fondamentale per i grandi artisti. Ottime cover tra l’altro che aggiungono una visione nuova all’opera del menestrello di Portland che la fama ha fatto precipitare nel baratro e la morte ha restituito al mondo, ancora più forte…se possibile.
Autore: Francesco Raiola






























