Dopo sette anni di silenzio, i Radiohead sono tornati a suonare dal vivo. E la sorpresa più grande, a sentire Jonny Greenwood, è stato il divertimento.
Lo scorso autunno, tra novembre e dicembre, cinque residency europee hanno riportato Thom Yorke e compagni sul palco, regalando ai fan serate di archeologia musicale e confermando che il legame tra i membri della band è tutt’altro che logoro. Ora è Greenwood a raccontare il dietro le quinte al Telegraph, svelando un mood inaspettato.
“Sono sorpreso che il tour sia davvero accaduto e che ci sia piaciuto così tanto“, ammette il chitarrista. “È stato fantastico tornare a suonare quei brani. Ed è stato davvero bello suonare di nuovo con Thom“.
Sul palco, i fan hanno assistito a momenti di vera archeologia musicale: Just è tornata in scaletta dopo 16 anni, mentre gemme oscure come Climbing Up The Walls hanno emozionato i più fedeli. Le date londinesi hanno addirittura polverizzato il record di presenze alla O2 Arena, a dimostrazione che l’appetito per la band non si è mai spento.
Eppure, chi spera in un nuovo album dovrà armarsi di pazienza. Alla domanda se il tour possa preludere a nuove registrazioni, Greenwood è spiazzante: “Non ne ho idea. Tutti noi, in questo momento, stiamo facendo nuova musica ma in ambiti diversi“. L’ultimo lavoro in studio, A Moon Shaped Pool, risale ormai al 2016, un’abisso temporale nella frenesia dell’industria musicale. “Ho trovato strano non fare nulla di nuovo durante il tour“, confessa, lasciando intendere che la creatività della band, per ora, scorre in canali paralleli.
Greenwood è reduce dalla nomination all’Oscar per la colonna sonora di One Battle After Another, mentre Yorke continua a dedicarsi ai The Smile, il progetto parallelo con il quale ha recentemente pubblicato nuovo materiale. “Per fare un altro tour, dovremmo decidere oggi, e anche in quel caso non accadrebbe prima di 18 mesi”, spiega Greenwood, fotografando una band in pausa, ma non in crisi.
L’arte e la politica, ancora
Proprio in queste settimane, Greenwood è tornato al centro del dibattito per le sue posizioni sulle collaborazioni artistiche in contesti controversi. In una recente intervista al Times, ha ribadito con forza la sua idea che la musica debba stare “al di sopra e al di là delle questioni politiche”, difendendo il sodalizio con il cantante israeliano Dudu Tassa. “Se dovessi smettere di collaborare con musicisti perché non mi piacciono i loro governi, allora non potrei lavorare con nessuno di loro“, ha dichiarato, sottolineando come il loro album Jarak Qaribak coinvolgesse artisti israeliani, iracheni, egiziani e siriani.
Una posizione che si distanzia da quella del compagno di band Thom Yorke, che nella stessa intervista ha invece escluso categoricamente future esibizioni in Israele: “Non vorrei trovarmi nel raggio di 5.000 miglia dal regime di Netanyahu“.
Ma al di là delle differenze di vedute, il ritorno sul palco ha riacceso una scintilla. I Radiohead, oggi, sono una band che non sa quando e se tornerà in studio. Ma quando decideranno di farlo, sarà alle loro condizioni. E probabilmente, come è successo per questo tour, saranno i primi a stupirsi di quanto sia bello essere di nuovo insieme.
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