C’è un filo invisibile che tiene insieme la storia della musica americana, fatto di incontri, stime reciproche e canzoni che aspettano il momento giusto per tornare alla luce. È questo il cuore pulsante di ‘Time’, il nuovo album di Taj Mahal, in uscita il prossimo 1° maggio per Resonatin’ Records e Thirty Tigers. Un disco che non è solo l’ennesimo capitolo di una carriera monumentale, ma un vero e proprio ponte gettato tra due leggende.
Il titolo, infatti, non è casuale: prende il nome da un brano inedito di Bill Withers, un demo perduto nel tempo e recuperato grazie all’amico di lunga data, il produttore Steve Berkowitz. Con la benedizione di Bill e Marcia Withers, quel nastro è finito nelle mani giuste. Taj Mahal, che con Withers condivideva un legame personale oltre che artistico, ricorda con la consueta profondità: “La mia ex moglie andava a scuola con la moglie di Bill, quindi ci si conosceva. Ho sempre avuto un grande rispetto per quel fratello. Bill saliva sul palco con una chitarra acustica, cantava ‘Grandma’s Hands’ e arrivava dritto al cuore della gente. Niente acrobazie, niente apparenza: aveva il suo tempo, il suo modo di fare. Quell’onestà significava tutto. Quando ho sentito questo brano, l’ho ascoltato un paio di volte e ho capito subito il suo messaggio. Siamo stati grati di ricevere la sua benedizione per registrarlo”.
Ma ‘Time’ non è solo la celebrazione di un’eredità preziosa. È anche un’istantanea luminosa di un momento preciso: il 2010, quando Taj Mahal e la sua storica Phantom Blues Band si chiusero negli Ultratone Studios di Studio City, California, per registrare dal vivo quelle che sarebbero diventate le tracce di questo album. Una collaborazione trentennale, quella con la band, che aveva già regalato al mondo due gioielli come i vincitori del Grammy ‘Señor Blues’ (1997) e ‘Shoutin’ in Key’ (2000). Con loro, la chimica perfetta di Tony Braunagel (batteria), Larry Fulcher (basso) e Johnny Lee Schell (chitarra), quest’ultimo co-produttore insieme a Berkowitz.
Il risultato è una masterclass di soul, roots, folk, reggae e blues che attraversa con disinvoltura decenni e continenti. Accanto alla titletrack di Withers, troviamo una versione ipnotica di ‘Talkin Blues’ di Bob Marley con la partecipazione vocale di Ziggy Marley, il groove leggero di ‘Wild About My Lovin’ e un’incursione afro-cubana in ‘You Put The Whammy On Me’. A impreziosire il tutto, le tastiere del neworleanese Jon Cleary e l’organo di Mick Weaver.
Pochi artisti, del resto, hanno saputo decifrare la mappa delle radici americane come Taj Mahal. Oggi, a distanza di oltre sei decadi e più di 40 album, il discorso si fa ancora più solenne: nel 2025 ha ricevuto il Grammy alla carriera, un riconoscimento che corona un percorso iniziato alla fine degli anni ’60, quando iniziò a infrangere i confini del blues per rivelarne le connessioni globali. Dai Rolling Stones a Bonnie Raitt, il suo sguardo ha influenzato generazioni, mentre la sua mano non ha mai smesso di innovare, come dimostrato dal recente ‘Get On Board’ (2022), trionfante con Ry Cooder.
‘Time’ si inserisce perfettamente in questa traiettoria: un disco che non guarda indietro con nostalgia, ma raccoglie il testimone di un’eredità (quella di Withers, ma anche la propria) per restituirla vitale, vibrante, profondamente attuale. Nelle note di copertina, Ruthie Foster riassume con lo spirito giusto l’essenza di questo lavoro: “Alzate il volume, questa è musica dal groove profondo, fatta da una band che suona ancora come se la notte fosse giovane”.
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