C’era qualcosa di sacro e minaccioso nel suono dei Timber Timbre. Una crepa nel pavimento di una casa vuota, il lamento di un architetto dei sogni infranti. Taylor Kirk, il poeta canadese che ha dato corpo, voce e incubo a quel progetto, ci ha lasciato all’inizio della scorsa settimana. Aveva 44 anni. A darne notizia è Exclaim.
Nato in Ontario, poi trapiantato a Montréal, Timber Timbre nacque nel cuore degli anni Duemila come un’idea solitaria, per espandersi in seguito in una creatura collettiva. La sua musica era fatta di spazi vuoti, silenzi caricati di tensione, un blues che sapeva di polvere e di palude, un folk che odorava di naftalina e di mistero.
Il grande pubblico lo scoprì con l’album omonimo del 2009, finito nella longlist del Polaris Music Prize. Poi arrivarono Creep on Creepin’ On (2011) e Hot Dreams (2014): dischi che non cercavano il successo, ma lo strattonavano con eleganza da un vicolo buio.
Un rapporto speciale anche con l’Italia: oltre a delle tournée di qualche anno fa, ha collaborato con l’italo americano di Caserta Joseph Martone producendo i suoi due album e collaborando anche dal vivo.
La voce di Kirk ha abitato anche il piccolo schermo, prestandosi alle atmosfere tese di The Good Wife e Breaking Bad. Perché quando il male si faceä sottopelle, serviva la sua colonna sonora.
Ora Taylor se n’è andato. Ma i suoi incubi orchestrali restano, a far compagnia a chi ha ancora voglia di perdersi in un bosco che canta.
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