Testo: Marco Sica
Foto: Pietro Previti
Talvolta spazio, tempo e luogo trovano esatto compimento in congiunzione con l’essere umano e la sua arte… così è stato per “We Want Miles!”, il concerto dedicato a Miles Davis per il centenario della sua nascita che si è tenuto il 22 luglio 2026 all’Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei nell’ambito della rassegna B.O.P. – Beats of Pompeii.
Come ricordato dal palco anche da Marcus Miller, Davis dal 1975 restò inattivo per cinque anni per poi ritornare a suonare con una “nuova” formazione; nel 1982 diede alle stampe “We Want Miles”, disco che contiene le registrazioni live del 1981 e che oltre a Davis annovera anche Marcus Miller, Bill Evans, Mike Stern e Mino Cinelu (oltre a Al Foster deceduto un anno fa); musicisti che avrebbero caratterizzato gran parte della produzione di Miles Davis degli anni Ottanta. Ora quel “gruppo” si è riunito nel suo ricordo.
Quanto restituito in musica da Marcus Miller (basso e sax), Bill Evans (sax), Mike Stern (chitarra), Mino Cinelu (percussioni), Russell Gunn (tromba), Brett Williams (tastiere) e Anwar Marshall (batteria) si è sublimato nella fusione tra suoni e ambientazione, diventando le “rovine” dell’antico anfiteatro un luogo “magico”, ancestrale, rituale, in cui mente e anima hanno incontrato la propria essenza e vissuto attraverso le vibrazioni una “pagana” spiritualità.
L’esecuzione di brani registrati in quel mirabolante 1969, quali “It’s About That Time” (in apertura) e un estratto da “In A Silent Way” e “Bitches Brew”, ha, infatti, condotto l’ascolto attraverso un viaggio introspettivo, sciamanico, “lisergico” e spirituale… (sono anche i momenti del live che ho personalmente apprezzato di più e che rappresentano uno dei massimi vertici visionari della produzione di Miles Davis).
Dalla discografia degli anni Ottanta, le percussive e ritmate “Aïda”, “Fat Time”, “Catémbe”, “Hannibal” e “Jean-Pierre” di matrice “black” e “funk” che, sebbene meno “evocative” e più prossime a una dimensione puramente “fusion” e per certi versi “accattivante” (con coinvolgimento del pubblico su “Jean-Pierre”), hanno comunque a loro modo enfatizzato il tratto “tribale” (grazie anche a Mino Cinelu) dell’iniziazione, merito anche dei disegni di luce proiettati sulle gradinate retrostanti il palco, e rappresentato la parte più “muscolare” del concerto con la loro solida sezione ritmica e una “tagliente” chitarra di matrice anche “rock”; se tra i fiati Bill Evans non è stato certamente una sorpresa, bella sorpresa è stata la tromba di Russell Gunn.
Menzione a parte per una splendida “My Man’s Gone Now” (di George Gershwin, nella versione di “We Want Miles”) e per un’insperata e speciale breve “So What” (da “Kind of Blue” del 1959).
L’attesa e immortale “Tutu” ha segnato l’atto conclusivo di un’esperienza musicale di pregio, di altissimo livello tecnico, che si è mostrata tanto fortemente emotiva quanto fisica.

















































