Il buon vecchio Nick si è definitivamente gettato alle spalle lo zolfo per cospargere d’incenso il suo sentiero? Sono in molti a pensarla così. L’abbandono del tenebroso Blixa e la sostituzione con il più etereo Ellis, la prematura scomparsa dei figli Arthur e Jethro, album sempre più sinfonici, introspettivi e spirituali… La metamorfosi da Nick the Ripper a Nick the Preacher sembra essersi compiuta. Non ne sono completamente convinto.
Live God, registrazione on stage del trionfale Wild God tour 2024, fornisce diversi indizi di un Nick Cave in perenne mutamento, ma non domo. Nell’ottobre 2024 ho avuto la fortuna di assistere alla data milanese al Forum di Assago. È stata un’esperienza totalizzante. Il vulcano interiore dell’ex Birthday Party produce ancora copiosa lava esistenziale. ‘I’m vibrating, I’m transforming’ come grida ripetutamente ad Assago in un’infuocata versione di Jubilee Street (ahimè depennata dalla scaletta di Live God al pari di Higgs Bosom Blues). Il livore, la rabbia sono ancora lì, avvolti in un manto di suadente spiritualità, che li tiene a bada.
Wild God celebrava la possibilità di una rinascita, la riscoperta della gioia di vivere e non più soltanto la necessità di doverlo fare. Uno step in più, nell’elaborazione del lutto, dopo lo straziante – e per me meraviglioso – Skeleton Tree e il già più lenitivo e soave Ghosteen. Una trilogia sulla vita e sulla morte nella quale Wild God pare rappresentare la fuoriuscita dagli abissi del dolore e della perdita. Live God ci grida in faccia che tutti possiamo rinascere. È una festa pagana di espiazione collettiva nella quale ci si immerge insieme al demiurgo. Un magma di redenzione reso possibile dalla potenza della musica.
E di potenza, Live God ne emana a fiumi. Sgorga dalla particolare formazione – sonora e visiva – scelta per i live: quattro coriste di colore, sullo sfondo, o meglio sul pulpito, completamente vestite di bianco. Cave, Warren Ellis e gli attuali Bad Seeds vestiti di nero, alla Pulp Fiction. Luce e Ombra: di questo siamo fatti, e l’una non può esistere senza l’altra, in una continua lotta dentro noi stessi. È questo che Cave ci dice da sempre, ma ancora più forte oggi. I pezzi dell’ultimo album ne sono intrisi. E la scaletta di Live God non fa che ribadire il concetto.
Apre le danze la splendida Frogs, seguita a ruota dalla title track Wild God, dove la ripetuta esortazione ‘Bring your spirit down’ celebra il connubio tra angeli (il canto gospel delle coriste) e demoni (il contemporaneo assalto sonoro dei Bad Seeds). Con un’ispirata Oh Children si torna allo spiritualismo di Abbatoir Blues. Ma ecco le tenebre irrompere sul palco con una terrificante e magnetica versione di From Here To Eternity. Il telo bianco è squarciato d’impeto. Cave si danna distribuendosi tra il pubblico in delirio, l’amato Warren Ellis – che con la sua gestualità unica offre come sempre uno spettacolo nello spettacolo – e il resto dei Semi Cattivi. Poi Cave si placa, sedendosi al pianoforte per eseguire Long Dark Night e Cinnamon Horses con il suo verso centrale ‘I told my friends that life’s so sweet’. Eccolo ricomparire, Nick il saggio, ma è troppo zucchero. L’anima di Cave rischia di venirne appiccicata. Se ne libera con una versione a dir poco terrorizzante di Tupelo: da pelle d’oca in tutti i sensi, e quasi più radicale e tribale dell’originale. Fumo e figure demoniache volteggiano sopra la folla in preda a una sorta di estasi collettiva.
Per cinque lunghi brani si torna a riflettere e a tirare il fiato. Al centro della cinquina, tre emblemi sublimi della suddetta trilogia: Bright Horses, Joy e I Need You. Tutti cadono in preda a un’intensa commozione. La sofferenza condivisa e narrata da Cave diventa quella dei fan, in una giostra circolare. Una fragorosa e magistralmente eseguita Red Right Hand riporta il maelstrom al centro del palco. Il coro del pubblico sul motivo del ritornello sembra quasi provato in studio, da quanto è perfetto.
Da qui alla fine è tutto un crescendo emotivo. Le orde dell’audience ormai sono un’unica cosa con quelle del singer australiano. All’apice si collocano O Wow O Wow – dedica a cuore aperto alla recentemente scomparsa Anita Lane, al suo fianco dal baratro alla gloria – e Into My Arms, con Cave immobile in primo piano, quasi in lacrime, mentre la esegue al piano. Momento di un magnetismo assoluto che chiuse la serata milanese. La scaletta di Live God si chiude invece con As The Waters Cover the Sea. La riconciliazione con il mondo, che nonostante tutto distribuisce buoni auspici. Nick The Preacher. Sì.
Apollineo e Dionisiaco, quiete e sfrenatezza in una continua alternanza. ‘Il Diavolo non esiste. È soltanto Dio che ha bevuto troppo’, come disse una volta Tom Waits. Ma non sembra la divinità delle Scritture quella evocata da Cave, bensì un Dio Selvaggio che volteggia indifferente sulle tragedie del mondo, le osserva senza intervenire, ma si crede giusto e onesto. Quel Dio è come Cave, e come noi. Terreno, fallace e contraddittorio. Continua a volteggiare, imperfetto, ma pulsante, come la vita. Che scorre potente comunque, come Live God.
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