Michael Stipe, ex voce pensante e ipnotica degli R.E.M., è a un passo dal traguardo: il suo debutto solista è in fase di ultimazione. E da quello che racconta, sarà tutto tranne che una “pacifica domenica mattina”.
Ospite da Stephen Colbert, Stipe ha rivelato di star scrivendo “le ultime parole” del disco, iniziato nel 2022 ma idealmente covato per molto più tempo. Il problema? Quella dannata “asticella alta” lasciata dai R.E.M., una band che si è sciolta nel 2011 senza litigi, ma con il peso di aver cambiato le coordinate del rock americano. «Voglio che sia grandioso come quello, ed è quasi impossibile», ha confessato. La pandemia, poi, non ha aiutato.
Ma è il contenuto del disco a far saltare sulla sedia. Stipe ha deciso di andare dritto: suoni che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, eppure dialogano. Tipo? «Un brano è il suono di un albero che si ascolta per la prima volta». Sì, avete letto bene.
L’aneddoto è pura poesia freak: un amico ha registrato un albero nel cortile della sua casa in Georgia – microfono sulla corteccia, vibrazioni, chissà – e poi gliel’ha riprodotto. «Sembrava il suono dei Daft Punk», dice Stipe. E a quel punto lui, da par suo, ci ha infilato sopra una sea shanty (un canto di lavoro tradizionale e ritmato, utilizzato dai marinai sui mercantili del XIX secolo per sincronizzare le fatiche più pesanti, come tirare le cime o salpare l’ancora).
Colbert gli chiede quale, e la risposta è «la più famosa che tutti conoscono». Poi intona Drunken Sailor, ovviamente. «L’albero non ha ancora risposto – scherza Stipe –. Faremo parlare i suoi con i miei».
Ma non finisce qui. Stipe confessa di aver sempre capito male il testo di quella canzone, e così ha scritto un “pezzo di lirica molto speciale” con versi come: “Legalo all’albero e radigli la pancia / Duct tape orecchie d’asino, stivali di gelatina”. Roba che né i Daft Punk né i marinai ubriachi si sarebbero mai aspettati.
Il disco, va ricordato, arriva dopo anni di piccoli segnali: i brani del 2019 Your Capricious Soul e Drive to the Ocean, la collaborazione con Big Red Machine e persino la sigla per la serie Rooster con Andrew Watt, Josh Klinghoffer e Travis Barker. Ma niente, fino a oggi, aveva avuto il respiro di un’opera prima.
E gli ex compagni? Con Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry il rapporto è da vecchi amici veri. Si sono riabbracciati nel 2024 per l’ingresso nella Songwriters Hall of Fame, regalando una rara e acustica Losing My Religion. «Una reunion? Non sarebbe mai all’altezza», hanno detto subito dopo.
Meglio così: lasciamo che Michael continui a parlare con gli alberi, a intrecciare Daft Punk e shanty, e a mettere in difficoltà chi cerca un senso in questo meraviglioso caos.
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