Esistono musicisti capaci non solo di mantenere la loro produzione sempre su di una “buona media”, ma di maturare nel tempo, anche sulla lunga distanza, come se acquisissero consapevolezza di sé e capacità espressiva via via con il tempo; uno di questi è Kurt Vile!
Se infatti si considera che sia l’esordio discografico in LP con i The War on Drugs, “Wagonwheel Blues”, che il suo primo LP solista “Constant Hitmaker” risalgono entrambi, come pubblicazione, al 2008, oggi, nel 2026, si può dire che Kurt Vile con “Philadelphia’s Been Good To Me”(Verve Records) abbia raggiunto la “maggiore età”; va precisato che Vile era attivo già attivo prima del 2008, come testimoniano le “home recording” dello stesso “Constant Hitmaker” datate 2003-2007).
Messo il primo dei due vinili sul piatto, “Zoom 97” è ballata tanto delicata quanto sostenuta in cui Vile suona anche il Goldtone mandolin guitar, come anche “dichiara” nel tersto: “my chimin chords on a Goldtone mandoline guitar…”
Se di pregio è la trascinata “99 BPM” con i suoi intrecci di “corde”, splendida è “Rock O’ Stone” nel suo indie folk e nelle sue aperture strimentali, brano che mi ha portato alla mente alcune composizioni di Cass McCombs.
Dopo i primi accordi (anche per suono) “spiazianti”, “You Don’t Know Cuz It’s My Life”, complice anche un’indovinata linea vocale, coinvince nelle sue più cristalline sonorità.
Girato il vinile, “Chance To Bleed” inasprisce e “distorce “ il suono pur mantenendo orecchiabbilità soprattutto nel riuscito cantato “Now you got a change to bleed now…”.
L’ambientazione di “Philly’s Been Good To Me” tra synth e space arpeggio “suona straniante” finché l’orecchio, giusto il tempo di fare l’abitudine al “suono”, si assesti su la più rassicurante, spoken, familiare e lunga “99th Song”.
Il secondo vinile è inaugurato dalla strumentale “Red Room Dub” la cui assenza della voce mette a nudo una composizione troppo essenziale e a tratti banale, per il primo “significativo” mezzo passo falso a cui fa seguito “Holiday OKV” brano che, malgrado la presenza di Steve Gunn alla chitarra elettrica e un potenziale intrinsico interesse, inizia a denunciare ripetitività; più convincente è la godibile “Every Time I Look At You”.
Se una superflua “Piano For Sarah” fa il paio con “Red Room Dub”, “Avalanches Of Snow” rialza il livello, mostrandosi sognante nei suoi morbidi sette minuti, con un Kurt Vile impeganto anche alla tromba.
Da segnalare, infine, tra le foto interne quella di Vile vicino a un “graffito” di MF Doom.
- Conclusioni
Terminato l’ascolto, “Philadelphia’s Been Good To Me” si è mostrato, seppur con i limiti di cui sopra, allo stato come un bel lavoro, tra i più riusciti di Vile (se non il più riuscito), nel suo essere ben inquadrato in una “dimensione” di cantautorato indie; un disco che sarebbe stato “impeccabile” se “ridotto” a un solo LP…
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