La label Parlophone apre gli archivi e ci regala un viaggio nelle viscere del mito: il 18 settembre arriva “The Shel Talmy Recordings”, una raccolta che scava nell’estate magica in cui un ragazzo di nome Davie Jones imparava a diventare un extraterrestre.
Non è un semplice cofanetto per collezionisti. È una capsula del tempo che puzza di naftalina, fumo di sala prove e ambizione pura. Shel Talmy, lo stesso che mise in moto le chitarre a tritolo degli Who e dei Kinks, nel 1965 si trovò tra le mani un giovanotto dal naso affilato e dagli occhi già persi verso un futuro che non esisteva ancora. Insieme, nei caldi studi della IBC di Portland Place (Londra), cucirono 22 tracce che ora rivedono la luce. E tra queste, ben 10 sono fantasmi sonori mai ascoltati da nessuno.
Sì, avete capito bene: dieci canzoni inedite, demo e scarti preziosi che nessuno, fino a oggi, aveva avuto il privilegio (o l’ardire) di tirare fuori dal cilindro del tempo. E non parliamo di quattro soldi e una chitarra scordata: tra i musicisti che popolano queste registrazioni spuntano nientemeno che Jimmy Page, già session-man di lusso, e il pianista Nicky Hopkins, quello che avrebbe poi fatto piangere i tasti di Stones e Who. Un trio da brividi, ancora prima che il mondo sapesse cosa fosse un “Bowie”.
Per farvi venire l’acquolina in bocca, è già stato rilasciato un assaggio dell’inedito “I Want Your Love”: un pezzo che puzza di mod britannica, di rhythm’n’blues sporco e di gioventù che cerca disperatamente una forma. Non c’è ancora il camaleonte, ma si sente già il fremito di chi sta per cambiare pelle.
Ma c’è di più. Questo cofanetto non racconta solo il solista Davie Jones, ma anche le sue prime incarnazioni tribali: i Manish Boys (con cui Bowie sognava un soul più nero del carbone) e i Davie Jones & The Lower Third, la band che per prima cercò di imbrigliare la sua furia in un suono più duro. Due progetti che durarono il tempo di un lampo, ma che qui trovano la loro consacrazione postuma.
E mentre il mondo si abitua all’idea che il 1965 sia stato l’anno zero di tutto, questa raccolta arriva a un anno di distanza dall’ultimo, monumentale box set dedicato al Bowie morente: quel “I Can’t Give Everything Away (2002-2016)” che chiudeva il cerchio con le crepuscolari Blackstar e The Next Day. Quella era la fine. Questa, invece, è l’urlo acerbo dell’inizio.
The Shel Talmy Recordings è il settimo tassello di una serie che aveva preso il via nel 2015 con Five Years, e che continua a ridisegnare la mappa di un universo che non smette mai di espandersi, nemmeno quando si scava nelle sue fondamenta.
Perché la vera magia di Bowie, si sa, non è mai stata nei trionfi, ma negli slalom tra le ombre. E questo cofanetto è tutto lì: il suono di un ragazzo che ancora non sapeva di essere un dio, ma che già provava a vestirsi da stella.
Se amate il rock che si fa storia, e la storia che si fa mito, segnatevi questo titolo “The Shel Talmy Recordings” . E ascoltate quelle dieci tracce come fossero messaggi in bottiglia da un’altra epoca.
https://www.davidbowie.com/blog/2026/7/15/david-bowie-the-shel-talmy-recordings

































