C’è un momento in cui i luoghi che attraversiamo iniziano a parlare la nostra stessa lingua. Per Stefano Bruno, in arte DESSAI, quel momento è durato esattamente settantadue ore, o forse una vita intera. Il suo album d’esordio, “72 Ore”, fuori ora per Suonivisioni records con il contributo di Nuovo IMAIE, è la colonna sonora di un film che non esiste, ma che nella testa di chi ascolta prende forma nitida come un ricordo improvviso.
Napoletano doc, polistrumentista e produttore con un passato nei RIVA e collaborazioni varie Dessai firma qui il suo primo vero atto solista. E lo fa da nomade: il disco nasce tra i continui spostamenti dell’artista, assorbendo le luci di Napoli, la calma di Amendolara, le atmosfere di Bordeaux e l’umidità salmastra di Porto. Ne viene fuori un crogiolo di suggestioni cinematiche, un cut-up emotivo che cuce insieme la scrittura folk, il minimalismo acustico e il respiro freddo dei sintetizzatori analogici.
Il risultato è un affresco ibrido e potentemente evocativo, che sembra uscito dalla filmografia di una regista giapponese mai esistita, capace di mescolare l’intimità di una stanza in disordine con la vastità di un paesaggio costiero. Chitarre, mandolino e ukulele dialogano con macchine e riverberi, in un equilibrio precario e volutamente imperfetto che ne costituisce il fascino più autentico.
Anticipato dal singolo “Bella morning Carousel”, il viaggio di “72 Ore” si muove tra le crepe del quotidiano: entusiasmi fulminei, depressioni striscianti, riflessioni sulla fede e sulla ricerca di sé. Niente è patinato, tutto è vivo. E le influenze, più che dichiarate, si respirano: la fragilità di Elliott Smith, la spiritualità laica di Sufjan Stevens, lo sguardo poetico di un Devendra Banhart, ma anche il cinema sospeso di Wim Wenders, la luce di Terrence Malick e la sensualità malinconica di Luca Guadagnino.
«Questo disco rappresenta un ritorno al mio passato – racconta Dessai – ai primi strumenti che mi hanno appassionato e alle canzoni che ascoltavano i miei genitori. È stato prodotto velocemente, quasi in presa diretta, con un’attitudine più da campionamento che da registrazione tradizionale, per essere funzionale negli arrangiamenti, libero e vero, con le giuste imperfezioni».
Un ritorno alle origini che è anche un passo in avanti. Dopo l’esperienza electro-chillwave del progetto JUNO// nel 2014, Dessai riscopre la dimensione personale, quella fatta di corde strofinate e voci in primo piano. “72 Ore” non è solo un album: è un diario di bordo, un rullino fotografico sviluppato in fretta, un viaggio di tre giorni (o forse una vita) che merita di essere ascoltato a occhi chiusi.
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