Esistono collaborazioni artistiche nate per inseguire algoritmi e playlist, e poi esistono quelle cesellate con la cura di chi sa che un incontro può diventare un piccolo universo sonoro. Anna Calvi, con il suo nuovo EP “Is This All There Is?”, pubblicato dalla Domino, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Questo lavoro, il primo di tre capitoli legati a un’indagine su identità e cambiamento, si presenta come un corto circuito creativo dove ogni traccia porta l’impronta indelebile di un ospite diverso.
Il disco si apre con la scossa di “God’s Lonely Man”, dove la presenza di Iggy Pop è tutt’altro che un semplice cameo. Calvi costruisce un ritmo ossessivo, un groove che oscilla tra il punk e una solennità quasi rituale, mettendo l’Iguana su un piedistallo per poi sovvertire ogni gerarchia. Quando la sua voce entra in scena con un fischiettante falsetto, si crea un contrasto ipnotico con il baritono roco di Pop, trasformando il pezzo in una dichiarazione di intenti furiosa e magnetica.
Il viaggio prosegue con una deviazione sorprendente: la cover di “I See A Darkness” di Bonnie ‘Prince’ Billy, interpretata con Mike Hadreas dei Perfume Genius. Qui la voce di Hadreas è un sussurro al limite del pianto, mentre Calvi costruisce alle sue spalle un’architettura sonora che si espande fino a dimensioni epiche. È il momento più intimo e vulnerabile del disco, un tuffo nelle tenebre che prepara il terreno per la stranezza successiva.
E la stranezza arriva con Laurie Anderson in “Computer Love”, cover dei Kraftwerk. Anderson recita i versi robotici con un’interpretazione che sembra quella di qualcuno che scopre il significato delle parole in tempo reale, spiazzando l’ascoltatore con un approccio che Calvi definisce “a novanta gradi” rispetto al resto del lavoro. È il brano più concettuale e cerebralmente affascinante dell’intero progetto.
A chiudere il cerchio arriva il brano che dà il titolo all’EP, “Is This All There Is?”, con Matt Berninger dei The National. Se c’è un pezzo che si avvicina di più all’immaginario classico di Calvi, è questo. Le voci dei due si inseguono in un gioco di rimandi: a volte sono un’eco sommessa, altre un vero e proprio call and response, fino a esplodere in un finale catartico che regala il momento clou del disco.
La scaletta non è affatto casuale. Calvi ha disposto le tracce come tappe di un viaggio esistenziale, da una certa idea di deserto urbano fino a un’anthem finale sospesa su un “wasteland” industriale pieno di emozioni nascoste. In soli quattro brani, l’artista dimostra di non essere interessata al “networking” fine a sé stesso. Qui non si cerca di raddoppiare gli ascolti in streaming: si costruisce un mondo coerente e si aprono le porte solo a chi ne incarna davvero lo spirito.
Con “Is This All There Is?”, Anna Calvi non si limita a rispondere alla domanda del titolo. Afferma con decisione che la strada da percorrere è un’altra, fatta di visioni autoriali ferree e incontri capaci di lasciare il segno. Un curioso, breve gioiello che lascia l’ascoltatore con una sola certezza: il prossimo capitolo di questa trilogia potrebbe andare ovunque, e la libertà di non saperlo è la parte più eccitante.
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