Sette anni di attesa ma Saul Williams, poeta hip-hop, sciamano digitale e icona del post-rap più radicale, non è mai stato un artista da “ritorno”. I suoi dischi non sono scadenzati, sono necessari. E il suo nuovo parto, Leap Life, in arrivo il 28 agosto via Big Dada, non fa eccezione: è un album che sa di polvere da sparo e di voci che arrivano da oltre.
A differenza di tanti colleghi che cercano il suono del momento, Williams ha scelto la via dell’incantamento, affidandosi al fedele compagno di viaggio Carlos Niño per tessere trame cosmiche e jazzate. Ma è la lista degli evocati a far tremare i polsi: Robert Del Naja (il 3D dei Massive Attack) a seminare ombre elettroniche, Kamasi Washington a far esplodere il sax, Moor Mother a incidere il verbo con il bisturi, e poi Gonjasufi, Georgia Anne Muldrow e Surya Botofasina. Un pantheon di spiriti affini, più che una semplice tracklist.
Ma c’è un ingranaggio più oscuro che muove Leap Life. Williams non parla di canzoni, ma di comunione con i defunti. “Avremo bisogno di quegli spiriti”, dichiara con la sua voce che oscilla tra il sermone e il grido. “C’è una consapevolezza che i soldati nella nostra battaglia non sono solo quelli che vediamo. Ci sono persone che lottano al nostro fianco, che magari non possiamo vedere.” Un pugno nello stomaco per un’epoca che celebra l’evidenza dei corpi e dimentica il peso delle ombre.
Con Leap Life, Williams ci invita a combattere fianco a fianco con gli invisibili, a fare del groove un rito sciamanico per risvegliare le coscienze addormentate.
Il primo assaggio di questa liturgia sonora è “Conspiracy“, un brano che già dal titolo non lascia scampo. Un pezzo che non è un semplice featuring, ma un vero e proprio summit di anime inquiete con Moor Mother e Gonjasufi. Il video, firmato da Cleon Arrey, è probabilmente l’unica finestra visiva possibile per un suono che vuole essere percepito prima ancora che ascoltato.
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