earMUSIC ha licenziato a luglio il decimo disco della band di Gavin Rossdale, e precisamente il sesto disco dalla rinascita, nel 2011, dopo la ben nota interruzione di 10 anni. I Beat Loneliness, questo il titolo del disco, esplora le complessità del cuore spezzato, la trasformazione personale e il doloroso processo di lasciar andare, cose ma anche persone (come dice il singolo programmatico in circolazione dal 5 giugno 60 Ways To Forget People) aprendo le porte a un nuovo audace capitolo di risveglio, ridefinizione di se stessi e perché no anche della vita comunitaria.
Gavin Rossdale commenta così l’ultimo faticoso e meritevole lavoro discografico «Quello che sento riguardo a questo disco è che affronta le lotte comuni a tutti noi. “60 Ways To Forget People” è un’ode al sacrificio e una dedica alla concentrazione necessaria per migliorarsi. Sempre, in ogni cosa.»
Prodotto da Gavin Rossdale insieme a Erik Ron (Godsmack, Bad Omens), I Beat Loneliness affronta tematiche che sono tutt’altro che legate all’eremitismo, alle vie di fuga, e all’isolamento, come si potrebbe inizialmente pensare da alcuni titoli (Per esempio anche Everyone Is Broken) ma al contrario toccano la salute mentale, la solitudine vista però come valore positivo di crescita, e la resilienza.
I Bush, nati a Londra negli indimenticabili anni del grunge (si sono formati nel 1992 e Sixsteen Stone, il loro primo disco mitico, è del 1994), per quanto scioltasi nel 2002, hanno avuto la peculiare caratteristica di confermare nella rinascita del 2010 Chris Traynor alla chitarra, Corey Britz al basso con la sola aggiunta di Nik Hughes alla batteria a sostituire l’originario Robin Goodridge,
Per tutta la loro carriera, divisa in due ben distinte fasi, da Sixsteen Stone a Golden State passandfo per Razor Blade e Science of Things, per la prima parte dal ’92 al 2002, e da The Sea of memories ad oggi, attraversando altri 6 dischi compreso l’attuale nuova uscita, i Bush, con oltre 24 milioni di dischi venduti, 1,1 miliardi di stream e numerosi singoli al primo posto in Gran Bretagna (si ricordano almeno Glicerine, Everything Zed, The Chemical Between Us) restano una presenza imprescindibile nel panorama rock britannico, ma con la singolare contingenza di aver sempre oscillato, nell’immaginario collettivo (ma anche nella valutazione della loro effettiva produzione) fra due estremi, il grunge alla Nirvana (a cui furono, erroneamente, paragonati quando uscì Sixsteen Stone) e il rock commerciale solo apparentemente duro di band come i Nickelback (ai quali purtroppo è doveroso paragonarli nel caso dei loro episodi meno riusciti).
Come si colloca, fra questi due estremi, la produzione del disco attuale? Anzitutto va detto che ci sono tantissime tracce che seguono lo stile classico dei Bush, stile che va a piazzarsi nel mezzo fra i due estremi in realtà. Non sono mai stati una band propriamente grunge, e nessuno dei pezzi di I Beat Loneliness è grunge, e però per fortuna il nuovo disco non tocca picchi bassi, ma al contrario presenta in alcune tracce la band nella sua forma stilistica più tipica, come per esempio in Scars, nella title track, in We’re All the Same on the Inside, I Am Here to Save Your Life, raggiungendo, rispetto a questa cifra stilistica, il vertice forse con Love Me Till the Pain Fades. Troppo facili, un po’ commercialotti, e dunque più vicini all’estremo Nickelback, sono forse The Land of Milk and Honey e il singolo 60 Ways to Forget People, ma la vera novità di questo disco, che bisogna salutare in termini assolutamente positivi, sono alcune ballate lente, in cui peraltro dal punto di vista testuale i Bush adottano una inedita immagine “ecumenico/impegnata”: parliamo di We Are of This Earth, che arriva alla traccia 8 a interrompere un ritmo di pezzi fin qui molto tirato, con tante tracce esplosive. Subito dopo, un’altra ballata, Everyone Is Broken, ed è proprio in questi due lenti che la solitudine esaltata nel disco si comprende come valore positivo, come strumento per aprirsi agli altri, e fare causa insieme, a partire dalla consapevolezza (o inconsapevolezza generale) della sofferenza comune e dei rischi comuni del pianeta (una tematica che potremmo definire leopardiana se non sentissimo azzardato scomodare il sommo poeta nostrano per un disco che fondamentalmente rimane un prodotto pop-rock e dunque piuttosto popolare): “Non sono mai venuti a salvarci, I bambini hanno detto tutto quell che c’è da dire, nuotiamo in un oceano felici di essere trascinati, io cerco di restare all’erta”
Al di là degli intenti ecumenici, la novità benvenuta di queste due tracce, come pure, se non soprattutto, di Don’t be Afraid, è il ritmo più lento, la frenetica batteria più calma e alla ricerca di sfumature, le trame musicali più melodiche e dolci, ma non per questo melense, e la voce di Rossdale che cerca dentro di sé toni romantici e caldi, e non necessariamente aggressivi e arrabbiati. In questi pezzi si nota una maturità musicale (del resto i Bush non sono più i giovincelli ribelli degli esordi quasi-grunge), ulteriormente arricchita da arrangiamenti preziosi in stile Placebo nei momenti migliori. La stessa maturità da uomo compiuto che ha portato in questi anni Rossdale a sviluppare un lato inedito di gentiluomo ospite nella serie nella serie “Dinner with Gavin Rossdale”, disponibile gratuitamente su WatchFree+, in cui si offre al pubblico mentre organizza cene intime nella sua casa di Los Angeles con ospiti del calibro di Serena Williams, Common, Tom Jones e altri. Durante le tre portate preparate personalmente da lui, si può notare Rossdale, personaggio decisamente più complesso e multiplo dell’immagine un po’ understatement con cui il pubblico può considerarlo, sviluppare conversazioni sincere e argute che offrono uno suo lato raro e umano dietro le luci della ribalta. Qualcosa di questo Gavin emerge anche nel nuovo disco, se consideriamo anche Footsteps in the Sand, e Rebel with a Cause, un ultimo e altro lento dolce e compassato, che vedono soprattutto nelle strofe una innovazione melodica, più solare e meno dura, rispetto alla ispirazione tradizionale.
Complessivamente, dunque, un album che per metà è in pieno stile Bush e per l’altra metà cerca di andare oltre, finendo per potersi definire come forse il miglior disco della seconda vita dei Bush, un disco da non sottovalutare, e che sicuramente vuole essere nelle intenzioni della band un importante biglietto da visita per il loro tour mondiale, che è iniziato il 21 aprile a Victoria, nella Columbia Britannica (Canada). La band prosegue con una serie di date in Nord America per tutta l’estate, per poi attraversare l’oceano e unirsi ai Volbeat in un tour nei palazzetti di tutta Europa e Regno Unito dal 18 settembre al 13 novembre.
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