Circa un anno fa, su queste pagine, nel recensire “Talkin To The Trees” a nome Neil Young and the Chrome Hearts, si titolò ‘L’onesto e sincero “Talkin To The Trees” in cui Neil Young incontra il suo “mondo”’; si osservò poi come Neil Young avesse ‘pubblicato a quasi ottant’anni l’onesto e sincero “Talkin To The Trees” (The Other Shoe/Reprise), dimostrando come si possa mantenere nel tempo una sincera (seppur in parte ripetitiva e non “innovativa”) scrittura restando intellettualmente onesti con se stessi e con le proprie “origini”’ (in quella occasione si operò anche un approfondimento sulla carriera artistica di Neil Young a cui si fa rimando qui).
Ebbene, a ottant’anni oramai compiuti, Neil Young resiste indomito, e con la stampa di “Second Song” (a nome nuovamente Neil Young and the Chrome Heart) continua a restituire lavori belli, onesti e sinceri.
Che Young avesse in animo la voglia di suonare, lo aveva già dimostrato con il recente “As Time Explodes (Live Album)”, disco dal vivo con i Chrome Heart contenente registrazioni tratte dal Love Earth Tour del 2025, con in scaletta intramontabili e magnifici classici del passato quali “Harvest Moon”, “Cortez The Killer”, “After The Gold Rush”, “Like A Hurricane”, “Ohio”, “Vampire Blues”, oltre all’esplicito inedito “Big Crime”.
Che Young avesse in animo la voglia di tornare alle sue origini, lo dimostra ora “Second Song”, con il suo piglio “acustico” e “cantautorale” e con composizioni risalenti alla metà degli anni Sessanta; con Young (Vocals, Upright Piano, Acoustic & Electric Guitar, Vibes, Mellotron, Marxophone, Harmonica), Anthony LoGerfo (Drums, Wave Drum), Corey McCormick (Bass, Vocals), Micah Nelson (Electric Guitar, Vocals), Spooner Oldham (Hammond B3 Organ, Farfisa Organ, Pump Organ, Piano, Mellotron, Vibes).
- “Second Song”
Sul confine nebbioso del tempo….si parte subito più che bene con la malinconica “The Foggy Edge of Time” a cui segue l’altrettanto riuscita e figlia di una notte inquieta… “Day After Day”.
“Earth Girl” segna, invece, un passo indietro rispetto a quanto fino ad ora ascoltato, rea di essere troppo in stile “Broadway”.
Fortunatamente gli 11:15 minuti della poetica “Second Song” (in vinile divisa in due parti, una per lato) riportano subito l’ascolto sulla giusta strada (come suggerisce anche il video; ma a ben vedere i video ufficiali in generale).
Il viaggio (in auto) continua con il country-folk di “Casting Me Away From You”, brano che risale come scrittura agli anni Sessanta, come si apprende anche dal sito https://neilyoungarchives.com/news/casting-me-away-from-you/ consultato il 18.9.26: “is one of my early songs. I think I wrote it in 64 or 65. When we recorded ‘Second Song; early this year I ran out of tunes fast. I only had the 5 new ones, long ones, and I needed more, so i started to feel it out and came up with Casting Me Away – from the deep past”.
Con “Soon I Might Be Going” il suono si sporca e si elettrifica… per un altro momento pienamente riuscito…
Chiude “I’ll Love You Forever”, secondo brano tratto dagli archivi, risalente al 1964, e già pubblicato con diversa veste sulla raccolta “The Archives Vol. 1 1963–1972”. Quì è reinterpretato con i Chrome Hearts e il nuovo “suono” si rivela vincente…
- Conclusioni
A conclusione di quest’articolo… voglio riproporre la premessa che ha caratterizzato lo speciale scritto (circa) un anno fa…
Erano gli anni novanta, ero adolescente, non esisteva ancora “internet” così come da noi oggi vissuto, né tantomeno “piattaforme liquide” su cui ascoltare musica; si andava avanti leggendo riviste specializzate, fanzine, giornali, comprando libri… e chiedendo a negozianti “benevoli” di poter ascoltare un disco di cui si era sentito parlare o scambiandosi, tra amici, audiocassette registrate; anche la “ricerca” e lo “studio”, sebbene richiedessero più tempo e impegno, vivevano di una più romantica poetica data dall’attesa.
E fu su di un giornale (non ricordo quale di preciso) che lessi di “After The Gold Rush” di Neil Young; senza esitazioni andai ad acquistarlo: fu una folgorazione.
Così dovetti “fare i conti” con un musicista che con incredibile maestria aveva segnato negli anni Settanta la storia della musica e, Canadese di nascita ma “naturalizzato” Statunitense, aveva “cantato” gli U.S.A. come pochi altri… e che ancora oggi, sebbene non con l’illuminata ispirazione di un tempo, continua comunque a dimostrare come si possa mantenere una sincera scrittura, restando intellettualmente onesti con se stessi e con le proprie “origini”.
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