Era il luglio del 1996, avevo diciannove anni da poco compiuti, quando da Napoli partii per Perugia, per Umbria Jazz… per assistere al (per me atteso) concerto di Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette; resta questo tra i miei più bei ricordi di gioventù, non solo per quello che vidi quella sera ai Giardini del Frontone ma per una Perugia che in quei giorni del festival diventava capitale della musica in un perenne, continuo, ininterrotto evento artistico ed umano.
- Premessa
Recentemente su queste pagine ho avuto modo di affermare che per me il più grande batterista jazz che avessi mai ascoltato fosse Jack DeJohnette nella formazione con Keith Jarrett e Gary Peacock; questa resta ovviamente una considerazione strettamente personale (data la mirabile e lunga carriera di DeJohnette e i tanti eccelsi batteristi che hanno segnato la storia del jazz), considerazione dettata dal fatto non solo che con quel trio io sia cresciuto ma anche (e principalmente) dal fatto che abbia sempre ritenuto Jarrett, Peacock e DeJohnette, tra loro, incredibilmente complementari e capaci di fondere i propri linguaggi musicali in un’unica esatta voce.
Va poi detto che DeJohnette non è stato solo un batterista ma anche un pianista, un sassofonista… oltre (ovviamente) a essere un dotato compositore…
Pertanto redigere anche solo un elenco esaustivo della sua carriera come musicista/compositore risulterebbe complicato per colui che ha lasciato incise le sue “bacchette” finanche in “Bitches Brew” di Miles Davis.
Prima di iniziare a scrivere questo articolo, richiamando il suo nome come ricerca tra i miei dischi, oltre alle collaborazioni con Keith Jarrett, Miles Davis e Charles Lloyd, mi sono apparsi lavori anche meno noti ma comunque eccezionali di cui avevo dimenticato che dietro “le pelli” sedesse DeJohnette (penso al Freddie Hubbard di “Straight Life” registrato nel 1971, al Mick Goodrick di “In Pas(s)ing” registrato nel 1978, al “At The Montreux Jazz Festival” del 1968 con Bill Evans, ai dischi con Herbie Hancock e Pat Metheny – come “80/81” del 1980 e “Parallel Realities” registrato nel 1990 -, e ancora ai dischi con Terje Rypdal, Miroslav Vitous, John Abercrombie e Dave Holland, o a “Made In Chicago” con Muhal Richard Abrams, Larry Gray, Roscoe Mitchell e Henry Threadgill registrato nel 2013…).
Nell’evidente impossibilità, quindi, di ripercorrere interamente la vita artistica di DeJohnette lo voglio ricordare con la sua “Special Edition” e con lo “Still Live” (questo in trio con Keith Jarrett e Gary Peacock).

- “Special Edition”
Dopo gli interessanti lavori della seconda metà degli anni settanta a nome Jack DeJohnette’s Directions (da menzionare sicuramente l’ottimo “New Rags” del 1977 con John Abercrombie alla chitarra, Alex Foster ai fiati e Mike Richmond al basso; disco di cui le sole “Minya’s the Mooch” di DeJohnette e “Steppin’ Thru” di Alex Foster valgono il prezzo del biglietto), tra il 1979 e il 1982 DeJohnette registra tre dischi di pregio: “Special Edition” (del 1979 e pubblicato nel 1980) e come Jack Dejohnette’s Special Edition “Tin Can Alley” (del 1980 e pubblicato nel 1981) e “Inflation Blues” (del 1982 e pubblicato nel 1983) che, con “Album Album” (del 1984), verranno poi nel 2012 “raccolti” in un’unica (appunto) “Special Edition”, summa di un “quinquennio” in cui Jack DeJohnette codifica con abilità una scrittura capace di coniugare più stili e differenti umori jazz.
Ma andiamo per ordine!
“Special Edition” del 1979/1980 (Jack DeJohnette – drums, piano, melodica; David Murray – tenor saxophone, bass clarinet; Arthur Blythe – alto saxophone; Peter “Slip” Warren – bass, cello) contiene una delle più celebri composizioni di DeJohnette, la splendida “Zoot Suite” (riproposta anche live in versioni estese come quella catturata a Baltimore nel 1980) e con essa l’ottima free “One for Eric” e “Journey To The Twin Planet” (entrambe a firma DeJohnette), oltre a una bella interpretazione di “India” di John Coltrane (di Coltrane in “scaletta” c’è anche “Central Park West”).
Se “Tin Can Alley” del 1980/1981 (Jack DeJohnette – drums, piano, organ, conga, timpani, vocal; Chico Freeman – tenor saxophone, flute, bass clarinet; John Purcell – baritone saxophone, alto saxophone, flute; Peter Warren – bass, cello) si distingue per la perfetta “Tin Can Alley” e per la trascinate “I Know” (entrambe di DeJohnette), in “Pastel Rhapsody” (sempre di DeJohnette) propone un DeJohnette notturno pianista.
“Inflation Blues” del 1982/1983 (Jack DeJohnette – drums, piano, clavinet, vocal; Baikida Carroll – trumpet; Chico Freeman – tenor saxophone, soprano saxophone, bass clarinet; John Purcell – baritone saxophone, alto saxophone, flute, clarinet; Rufus Reid – bass) è un altro disco di valore, con in primo piano “Starburst”; e ancora l’urbana ed elegante “Ebony”, l’inaspettato reggae di “Inflation Blues” e a chiudere il cerchio aperto con “Starburst” la bella e jazzata “Slowdown”.
- “Still Live”
Che i primi anni ottanta arridessero a Jack DeJohnette lo dimostra il fatto che oltre alla già citata felice collaborazione del 1980 con Pat Metheny per “80/81” (con loro anche Charlie Haden, Dewey Redman e Mike Brecker), ad ideale fortunato “prosieguo” di “Inflation Blues”, ancor più di “Album Album”, ci sono le registrazioni del gennaio del 1983 con Keith Jarrett e Gary Peacock che andranno a costituire i bellissimi “Standards, Vol. 1” (pubblicato nel 1983, con in evidenza “All the Things You Are”, “The Masquerade Is Over” e la “pop” “God Bless the Child”) e “Standards, Vol. 2” (pubblicato nel 1985); di quel fortunato gennaio 1983 sono anche le registrazioni di “Changes”, LP che però non contiene “standards” ma due composizioni di Jarrett “Flying” e “Prism”.
Se tra il 1959 e il 1961 Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian con “Portrait in Jazz” (registrato nel 1959), “Sunday at the Village Vanguard”, “Explorations” e “Waltz for Debby” (registrati nel 1961) avevano coniato un nuovo linguaggio jazz per pianoforte, contrabbasso e batteria, accreditandosi come trio d’eccellenza, Jarrett, Peacock e DeJohnette rappresenteranno di questo “trio” la massima e ineguagliata espressione.
Avrei potuto (indistintamente) parlare dei seminali “Standards, Vol. 1” e “Standards, Vol. 2”, o ancora di “Standards Live” (registrato il 2 luglio 1985)… o del monumentale “At the Blue Note” (registrato il 3, 4 e 5 giugno del 1994)… o dei tantissimi altri “standards” in trio (penso a “Tribute” e “Standards in Norway” registrati nel 1989, “Bye Bye Blackbird” registrato nel 1991, “Tokyo ’96”, “After The Fall” registrato nel 1998, “Whisper Not” registrato nel 1999, “My Foolish Heart” e “Yesterdays” registrati nel 2001, “Up for It” registrato nel 2002…), ma per una questione personale la mia scelta è ricaduta sulle registrazioni dal vivo del 13 luglio 1986 alla Philharmonic Hall di Monaco incise in “Sill Live”.
Se infatti “Standards, Vol. 1”e “Standards, Vol. 2” sono due gioielli che hanno inaugurato un’era, e tanti sono i ricordi che mi legano ad “At the Blue Note” (enciclopedica opera di lettura e rilettura di “standards” e non solo), sin da quando trent’anni fa lo ascoltavo per le prime volte d’estate, a casa di un amico …, i trenta minuti di “Still Live”, con in sequenza “My Funny Valentine”, “Autumn Leaves” e “When I Fall in Love”, sono una pugnalata dritta al cuore, con un trio in stato di grazia capace di unire all’improvvisazione e al fraseggio jazz un gusto melodico senza eguali; mentre le prime battute per solo piano di “My Funny Valentine” sembrano tratte da un “solo concert” di Jarrett, ed “Autumn Leaves” suona perfetta nella sua coralità (il suo rientro al tema dopo l’assolo centrale continua ad incantarmi), “When I Fall in Love” è la quintessenza degli “standards”.
I diciassette minuti di “The Song Is You” sono di mirabolante e vertiginosa esecuzione prima che “Come Rain or Come Shine” rassereni i toni con il suo notturno andare e “Late Lament” si mostri sensuale e misteriosa.
È quindi la volta dei diciotto minuti (e più) della suite “You and the Night and the Music/Extension/Intro/Someday My Prince Will Come”; la versione CD rispetto al vinile include anche la bella “Billie’s Bounce” di Charlie Parker, per poi congedare l’ascolto con l’impeccabile “I Remember Clifford”, esecuzione che chiude un disco che va ben oltre il jazz e l’idea di “standards”…
Come in un’“edizione straordinaria” si può urlare a gran voce che Jack DeJohnette sia “ancora vivo” nel solco lasciato dalla sua musica.
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