Quando ho saputo della collaborazione tra Phew (Hiromi Moritani) e Danielle de Picciotto ho ricercato nella memoria riferimenti alle due musiciste.
Per Danielle de Picciotto il pensiero è immediatamente andato alla sua collaborazione con Alexander Hacke, non solo per i concerti dal vivo a cui ho assistito (il duo è fortunatamente solito fare spesso tappa a Napoli), ma anche per gli ultimi dischi licenziati a loro nome e di cui si è parlato su queste pagine (si vedano le recensioni di “Keepsakes”del 2024 e di “The Silver Threshold” del 2021).
Per Phew, invece, il pensiero ha viaggiato prima verso l’art-rock-post punk psichedelico degli Aunt Sally (da ricordare il loro riuscitissimo omonimo disco del 1979) e poi verso quell’estetica sospesa tra elettronica anni ottanta e sensibilità nipponica che mi colpì quando comprai ed ascoltai il suo solista “Phew” (del 1981). Negli anni ho poi continuato a seguire la discografia di Phew acquistando, quando capitava, i suoi lavori che nel tempo viravano sempre più verso una trasversale estetica cosmopolita, fino a comprendere anche collaborazioni illustri, come quella con Oren Ambarchi e Jim O’Rourke per “Patience Soup” (del 2019). Anche lei ha fatto, tra l’altro, recentemente tappa a Napoli dal vivo, nel 2023.
- “Paper Masks”
Iniziamo con il definire i ruoli all’interno di “Paper Masks” (Mute); nelle note di copertina del vinile si legge Danielle de Picciotto “Voices”, Phew “Electronics, Voices”. Della de Picciotto sono anche i testi in inglese e tedesco. Il disco, poi, sebbene pubblicato nel 2026, risulta essere registrato “in 2022 – 2023”.
Passando all’ascolto, messo l’LP sul piatto un’elettronica minimale e cori lontani si fondono con il recitato/spoken di “The Cat” che modella cupe atmosfere che si oscurano e si fanno claustrofobiche in “Der Verpasste Kaffee”, composizione caratterizzata dagli intrecci di voce e dagli strali prodotti dalle “macchine” di Phew.
La luce continua a non filtrare in “Amnesie”, anch’essa pervasa da fosche atmosfere turbate da suoni industriali e post-atomici, prima che “Sugar Sprinkles” torturi l’ascolto con le sue incursioni noise.
Girato lato, la musica (fortunatamente) non cambia registro e “Pixelwissen”, “Iceberg”, “Paper Memories” replicano quanto di bello si era ascoltato fino ad ora.
I sette minuti di “Im Nebel”, in chiusura, congedano, come in apnea, un disco da “nessuna nuova, buona nuova” ma che non solo ho personalmente apprezzato (rientra nei miei gusti) ma che (a suo modo) sebbene non presenti “nessuna nuova” si mostra buona fosca “novella”
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Paper Masks by Phew and Danielle de Picciotto

































