Si può fare un disco etereo, quasi celtico, pieno di atmosfere dream pop, e contemporaneamente ricco di suoni industrial? Se ti chiami Barnett, forse sì. I fratelli Jack e George, nati da un costruttore e un’insegnante d’arte in una piccola città dell’Essex britannico, ce l’avevano forse nei geni questo apparentemente impossibile mix.
E forse proprio per l’eredità di entrambi i genitori sono stati in grado di scrivere una canzone bellissima, che è il primo singolo del disco insieme con Bells, fatta di soli archi piano e duetto di voci (con Caroline Polachek alla voce femminile) che rappresenta una storia d’amore fra due gru in un cantiere. “Caroline fa una gru, io l’altra, dice Jack, e loro non possono toccarsi perché i loro movimenti sono dettati dall’operatore, ma quando si alza il sole sperano che le loro ombre si possano incrociare”.
Industrial love Song è più di una canzone geniale ed è più del singolo di lancio: è anche in qualche modo il manifesto del disco. “E’ difficile legare questa canzone a un periodo. E’ musica progressive fatta con strumenti che esistono da centinaia di anni” dice George. E jack prosegue: “mentre stiamo per lasciare l’era meccanica, ci accorgiamo di quanto abbiamo in comune con le nostre macchine, quanto esse siano umane. Improvvisamente non mi è sembrato assurdo scrivere una canzone d’amore dalla loro prospettiva”.
Sempre per dare melodia ai rumori, Bells, lato B di Industrial Love Song, è registrata a partire da una campana in una chiesa ortodossa.
Xilofoni e altri strumenti a percussione accompagnano poi I’m Already Here, altra canzone surreale e sospesa, melodica e eterea, come peraltro la track introduttiva Waiting, costruita su un solo vocalizzo. Fin qui sembra di ascoltare un disco di Mike Olfield depurato delle parti ritmiche, e della chitarra, ma il lato industrial del disco irrompe a cavallo di questi pezzi con A Season in Hell, prepotente canzone dalla struttura tostissima che spezza il non-ritmo fin qui costruito solo su vocalizzi, piano, archi, campane, arpeggi.
Il disco parla di macchine, mondi sotterranei, amori non umani, luce, mare, morte, e della fragilità umana. Le canzoni alternano il minimalismo all’elettronica, il solo di piano e voce a batterie pesanti, il bello col brutale, la ninna-nanna con la cacofonia, cose in cui i fratelli Barnett sono esperti, qui aiutati dal ritorno del produttore Graham Sutton, che aveva già lavorato ai dischi Hidden e Field of Reeds, rispettivamente il secondo e il terzo della discografia che con Crooked Wing (Domino recordings) arriva al quinto traguardo.
Wild Fields, altro ritorno al ritmo cupo e industrial, affascinante nel suo modo floydiano di essere cantata, fa di nuovo da contraltare alle melodie oniriche dei pezzi precedenti. E allora è a questo punto che capisci cosa stai ascoltando: Crooked Wing è la colonna sonora dell’ultimo film che David Lynch non è riuscito a fare. Del resto proprio il compianto regista dei mondi onirici li aveva ingaggiati per un festival in suo onore a Manchester poco prima dello scoppiare della pandemia.
Un’altra litania tutta costruita su cori e piano è The Old World, dove a metà canzone entra un organo di chiesa che lascia poi sfumare la melodia di chiusura al piano iniziale.
La canzone industrial più bella e completa del disco (le sequenze etereo-industrial si alternano quasi perfettamente) è la title track, che arriva a chiusura disco, per dare una svolta elettronica e cupa all’album, appena celata dietro ritmi di batteria nordico-tribali.
A metà pezzo la canzone sembra spegnersi, su organo e pianoforte. Ma poi riprende il refrain di batteria e cori. Quasi a far sì che questi strumenti, iperutilizzati nel disco, diano il congedo all’ascoltatore. Goodnight infatti è poco più di un saluto finale, e Return chiude il disco specularmente all’inizio, con la voce soprano che canta Waiting, a rifare il vocalizzo solitario.
Anche questa voce è stata registrata in una chiesa lontana, nella contea dell’Essex, in piena brughiera desolata.
Le suggestioni che questo disco, molto sperimentale, quasi a livello di colonna sonora, lascia sono enormi e innumerevoli. Forse i fratelli eccedono nei pezzi senza ritmo, ma tutto il disco vuole essere soprattutto atmosfera rarefatta e suggestiva, onirica e volutamente ipnotica, ricercata e però a tratti incredibilmente classica.
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