Pubblicato da Vina Records e distribuito da Believe Music Italia, “PISS! PEAS! PEACE!” è l’album d’esordio dei Lovvbömbing!, band di Cesena composta da Francesco Brandolini, Federico Canducci, Francesco Lucchi, Lorenzo Ricci, scelti da Spotify Italia come band di copertina della playlist rock, con un disco uscito dopo la pubblicazione dei primi tre singoli e l’inserimento di President Alien nelle playlist editoriali di Pitchfork, All New Rock, New Music Friday e Rock Italia.
Eppure, ad ascoltare a primo impatto la track iniziale, Esquisito River, ti vien fatto di pensare che non esiste band meno social di questa: la canzone è ruvida, aggressiva, fatta di hard rock rigoroso che non dà sconti e non cede a lusinghe melodiche. Se White Rabbyt inizia con un arpeggio leggermente più dolce, entrambe nella loro durezza soprattutto dettata da una chitarra elettrica potenziata, esagerata, ridondante, e dai prodigiosi continui cambiamenti di ritmo, disegnano subito un disco che mette al centro energia, istinto e urgenza espressiva, senza alcuna patina, che fonde punk, e garage senza compromessi e in maniera viscerale, come dimostra anche il modo di cantare senza mezzi termini e senza ricerca di armonia del vocalist.
Dieci tracce registrate rigorosamente in presa diretta, tra feedback, fuzz, delay storti e ritmi forsennati, che mostrano come le jam sessions da cui sono nati siano solo in apparenza caotiche e frenetiche, con testi spesso vicini al flusso di coscienza, con una forte identità ironica e provocatoria. Vere e proprie improvvisazioni nate suonando sono solo la scatenata e catartica Sydney Weenie, e Fajitas (Poliz Navidad), pezzo molto più spiccatamente indie, che esplora i pensieri distorti di un poliziotto ed il suo istinto violento, mentre James Pond è al contrario il pezzo forse più studiato del disco, dai riff meno ruvidi e più voluttuosi, e dal respiro più ampio e ritmi appena più lenti.
A metà disco i Lovvbombing! hanno già raccontato molto di sé e della loro intenzione di fare musica senza compromessi e senza concessioni al commerciale: si privilegia il suono emotivo, ruvido, a tratti anche sporco, ma sempre molto libero e vitale. Grande errore però pensare che questo suono è scanzonato e senza tecnica: si coglie sin da Esquisito River che gli strumentisti della band sanno come suonare e dove mettere le dita, e al di là del frastuono che a volte è volutamente cagofonico (specie nel cantato e negli assoli di chitarra) la padronanza tecnica non manca ed è sfoggiata. Competenza e intenzioni molto chiare e lucide vi sono anche nella gestione dei tre singoli: sono pensati per comporre, insieme ai rispettivi videoclip, la mini trilogia The Big Alien Come Up dando vita ad una narrazione to be continued pensata e realizzata da tutti i membri della band.
Nel primo capitolo Fajitas (Poliz Navidad), uscito il 24 ottobre, si racconta di un giovane alieno, ignorato e vessato da tutti, costretto a fuggire da un poliziotto perché in possesso di sostanze illecite. Whyte Rabbyt, il secondo capitolo, presentato in anteprima, il 12 dicembre, da Ondarock, riprende la narrazione e vede l’alieno, ex poliziotto, nelle vesti di predicatore nell’atto di smuovere con le proprie parole la sua agguerrita folla. La trilogia si chiude con President Alien, terzo singolo, in cui il nostro alieno compie l’ultima e definitiva trasformazione sociale. Il videoclip segue l’alieno, oramai presidente, girare liberamente in un mondo vuoto, finalmente vincitore, mentre la musica scanzonata e ribelle si apre a un crescendo improvvisamente interrotto da un bridge di enorme potenza elettrica.
Un’intro insolitamente fusion apre Fury, che poi diventa molto hard, fino al momento solista blues del basso e chitarra, per un brano che promuove l’amore libero, entrando però spesso nella testa confusa dell’uomo risentito.
Completano il disco Doodley Doo, il pezzo più punk del disco, che si inclina però con virtuosismi e assoli in stile puro hard rock, per poi tornare al punk iniziale stile Ramones, Majestic Silver Seas, breve pausa di ritmo (ma non di sonorità, sempre affidate a una chitarra molto piena e “rumorosa”), e infine Telejunkies, che chiude con un caos di rivolta nichilista, in maniera frenetica e violenta, sfociando quasi nell’hardcore senza che nemmeno il bridge a beat rallentato porti conforto all’ascoltatore.
Nelle dieci tracce i Lovvbombing! hanno toccato, spesso anche all’interno della stessa traccia, praticamente tutti i sottogeneri dell’hard rock, dal garage al punk al blues al metal, saltellando fra Doors, Led Zeppelin, Sex Pistols, Ramones, Jeff Buckley, Beck e indie contemporaneo. Si sprecano davvero i riferimenti e nessuno troverà quello giusto, perché i Lovvbombing! sono una miscela, ma decisamente esplosiva e rabbiosa, quasi un inno all’anti-melodia. L’ascolto ne risulta difficile, ma anche liberatorio, pratica che sicuramente i quattro cercano e trovano nella loro musica al fulmicotone.
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