Chiariamolo subito i Black Engine sono gli Zu più Eraldo Bernocchi (che nel suo curriculum vanta collaborazioni con Bill Lasweel, gli Almamegretta, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri progetti come Ashes). Cosa aspettarsi da un quartetto di questo tipo? La decostruzione del jazz core, il metal core che incontra l’elettronica ed il free-jazz? Semplice: tutto ciò ed anche il suo contrario. Il quartetto chiaramente improvvisa e si diletta in continui deragliamenti sonori, assembla sonorità diverse, per poi scomporle o farle scontrarle in incidenti cacofonici, chiaramente con la giusta ed inevitabile dose di noises. Nella title-track, tanto per fare un esempio, partono con una frenesia precipitosa che ti fa domandare: se partono così dove arriveranno? Ma dopo una trentina di secondi interrompono la corsa forsennata, per lasciarsi andare a varie sperimentazioni spezzettate e gradualmente tirare il pezzo, giungendo ad un post-core alla Neurosis, nel quale restano sospesi tra l’implosione e l’esplosione. In “Fishtank midget surfer” si lasciano andare ad un delirio cacofonico cosmico in cui vengono assemblati metal-core e jazz-core, mentre con “A wolf bay” giocano con un noise elettronico funkato, sostenuto da un ritmo ipnotico, ripetitivo e martellante su cui il sax si lascia andare a diverse divagazioni. Deliri urticanti fanno da padrone in “Mene tekel peres”, mentre deliri ipnotici catturano l’attenzione di “controversy over the east bank”. Fortuna che c’è ancora chi, come i Black Engine, che hanno da dire qualcosa di innovativo nel mondo del free-jazz-melta-core-post-core, ecc.
Autore: Vittorio Lannutti































