L’edizione 2026 del B.O.P. – Beats of Pompeii si è aperta col botto con un concerto di un’atmosfera unica, difficilmente ripetibile per i fans degli Of Monsters and Men. Il gruppo islandese ha debuttato per la prima volta nel Sud Italia, scegliendo il luogo che per la musica ha avuto, e continua ad avere, un significato unico per la sua ambientazione unica. Il quintetto di Garðabær, piccolo paese a sud ovest delle Iceland, arriva a Pompei sin dalla mattina e prima del soundcheck ha visitato la città dei scavi archeologici più importante al mondo senza negarsi anche i piaceri del palato degustando pizza, gelato e addirittura una speciale visita privata al Santuario. Il pubblico, differentemente dalla tipica audience della band in generale radicata nel luogo in cui si esibiscono, ha visto persone provenire da tutto il meridione, ma non è raro sentire lingue straniere, come spesso accade a Pompei: chi dagli Stati Uniti, chi dal Canada, chi da diverse parti d’Europa, tanti fan della band hanno preferito venire in Italia piuttosto che aspettare che gli OMAM passassero nei loro Paesi. Ed è forse questa la sostanza più grande di un luogo iconico come l’Anfiteatro di Pompei. Non sono nemmeno le 21:30 quando nell’anfiteatro inizia a risuonare l’intro di Television Love, primo singolo estratto dal nuovo album All Is Love and Pain In The Mouse Parade. Uno alla volta, nella penombra gli Of Monsters and Men salgono sul palco, e dalla penombra iniziale, sul “someone gave me novocain” le luci si accendono e il concerto inizia davvero. È poi il turno di Dream Team, secondo brano del nuovo album, che inizia a scaldare il pubblico. La band saluta il pubblico, con la frase di rito che li accompagna ormai dal primo tour “We’re Of Monsters and Men and we’re going to play some songs for you”. È il momento dei ricordi con King and Lionheart, iconico brano del primo album My Head Is an Animal, e l’anfiteatro scoppia in un unico coro insieme alla band. Sembra che i cinque ragazzi islandesi, che mancavano in Italia da quasi sette anni dal loro ultimo concerto nel nostro Paese, in realtà non se ne siano mai veramente andati. Si torna ai brani recenti con Tuna in a Can e Kamikaze: una menzione speciale, per questi due brani, alle armonizzazioni vocali leggermente diverse dalla versione studio, ma non per questo meno belle; anzi, forse sono riuscite a dare qualcosa in più a due brani già di per se perfetti. Ora un salto indietro, ma non troppo, con Human, dal secondo album Beneath The Skin, in una versione tutta nuova: Nanna imbraccia una diamonica, e con quella intona il riff principale del brano, donandogli una veste inedita e interessante. Le parole “Cage me like an animal, a crown of chains and gold. Eat me like a cannibal, chasing the neon throne” ci riportano con la mente al 2015: cinque ragazzi, appena tornati dal loro primo tour, avevano conosciuto il mondo e, facevano tesoro di tutte le esperienze riportandole su un album memorabile. E andiamo avanti con Styrofoam Cathedral, uno dei brani più significativi del nuovo album: sulla coda finale, Nanna e Raggi si muovono su e giù per il palco, coinvolgendo il pubblico che, nonostante rimanga seduto, riesce a far sentire tutta la sua energia e tutto il suo calore. Il brano successivo è Alligator, unica traccia rimasta di quel Fever Dream del 2019, oggi tanto distante dal nuovo sound OMAM. Ciò però non impedisce al pubblico di scatenarsi e cantare “Wake me up, I’m fever dreaming”, quasi che quelle parole riflettano il sentimento di tutto il pubblico presente. Si torna al nuovo album con il brano intimo ed introspettivo The Actor: qualche problema con la chitarra di Raggi, che però viene subito sistemato grazie alla bravura e alla professionalità di Valgeir Skorri Vernharðsson, tecnico della band e già batterista dei MAMMÚT, band islandese che durante il tour di Beneath The Skin faceva da opening act alla band. Arriva l’accoppiata più iconica di All Is Love and Pain in The Mouse Parade, composta dai due brani The Block e la title track Mouse Parade: quest’ultima cantata in cerchio intorno ad un microfono panoramico da Nanna, Steini, Kiddi e Raggi, mentre Árnar e Brynjar rimangono a suonare. Il light show e l’atmosfera dell’anfiteatro fanno il resto, creando un momento magico per tutto il pubblico. Una location senza pari, che viene celebrata dagli stessi Of Monsters and Men: come dice Raggi al pubblico, normalmente le loro venue sono delle anonime “black boxes”, mentre quella sera, complice una luna mozzafiato, si sentono quasi intimiditi dall’imponenza di ciò che è l’anfiteatro del Parco archeologico. Dopo Mouse Parade, servono solo poche note per far esplodere il pubblico in un boato di esultanza: è arrivata Dirty Paws, canzone di apertura di My Head is an Animal e uno dei lavori più amati della band. Tutti cantano, tutti partecipano: band e pubblico sono ormai una cosa sola. Un altro accenno a Beneath The Skin con Crystals, e poi su verso Ordinary Creature, con il pubblico che intona “I wish I could run to your house when it gets dark out”: una versione leggermente più rock e movimentata rispetto a quella in studio, ottima per una audience partecipe e scatenata. Ma, a proposito di scatenarsi, la fine tranquilla di Ordinary Creature che sembra presupporre l’inizio di un brano lento, dà invece spazio a Little Talks, il leggendario brano che consacrò gli Of Monsters and Men al successo internazionale nel lontano 2012. Tutti cantano, tutti si muovono, tutti gridano quel “Hey!” che qualche anno fa cambiò la vita a cinque ragazzi venuti da lontano. Il concerto sembra essere arrivato al suo clou, ma ancora non è finita: inizia Visitor, dall’EP TÍU, ed è proprio qui che il pubblico si alza e corre sotto al palco, restituendo alla band l’energia ricevuta durante tutta la durata del concerto. Il concerto sulla carta è finito, ma si sa, non può esserlo davvero. Il pubblico reclama la band a gran voce, e gli Of Monsters and Men rientrano sul palco per gli ultimi due brani: a gran sorpresa, torna nella scaletta Love Love Love, il brano più intimo di My Head is an Animal, che Nanna canta con passione e profondità per tutto il pubblico. E infine il saluto, l’abbraccio finale, con Fruit Bat. Forse il momento più emozionante di tutti, con un brano così profondo a far da chiosa ad un’esibizione impeccabile. Ma, sebbene parliamo di una canzone che parli di addio, tutto sembra suonare tranne che un addio. L’entusiasmo del pubblico presente e la risposta della band confermano come, a distanza di quattordici anni dal debutto internazionale, il legame tra gli Of Monsters and Men e il pubblico italiano sia ancora straordinariamente vivo.
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