“Hold me, smell of mildew/I wanna die in this room/I still shake/Just by nature/Easy to hate, easy to blame/Shoot me down/Come on, hurt me/I’m wide open and deserving” (Ethel Cain da “Janie”).
- Premessa
Solo pochi mesi fa, su queste pagine, si era dedicato un articolo a Ethel Cain intitolato ‘Il precipizio umano e l’astrazione della “perversione” di Ethel Cain’; ciò all’alba della pubblicazione di “Perverts”, osservando in proposito come Ethel Cain avesse “raggiunto un’abissale personale vetta al contempo profonda e alta”.
Per l’occasione, si era anche ripercorsa la sua carriera artistica, sottolineando come “Preacher’s Daughter” contemperasse ‘quanto di buono espresso finora, conservando tanto la matrice di un impegnato cantautorato “indie” e “pop” come in “American Teenager”, quanto sonorità ora dolcemente aspre come in “A House in Nebraska”, ora riflessive e intime come nella perfetta “Family Tree”, ora di narrativo cantautorato come nell’intensa “Thoroughfare”, ora intriso di richiami e battiti elettrici come in “Gibson Girl”, ora di sperimentazione come in “Ptolemaea” (che a suo modo anticipava il futuro “Perverts”), ora (dis)perse tra i tasti di un pianoforte come in “Sun Bleached Flies” (anch’essa intrisa da un gusto “pop”), ora “radiofoniche” come in “Strangers”’.
In merito, invece a “Perverts” di era concluso: ‘Ciò che alla fine resta di “Perverts” è un viaggio nella psiche e nell’animo di Ethel Cain, tra territori popolati da fantasmi e da “mostri”, un viaggio sicuramente da percorrere tra le sue profonde vette in attesa e nella speranza che venga stampato anche in vinile essendo al momento disponibile solo in forma liquida’.
Ora, forma solida l’assume “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” (Daughters Of Cain Records), lavoro che si discosta dalle sperimentazioni di “Perverts”, ripartendo dal cantautorato indie di “Preacher’s Daughter”.
- “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”
Messo il primo vinile sul piatto, si avverte da subito di stare ascoltando un ottimo disco, inaugurato da “Janie”, composizione intensa ed espressiva che evoca il miglior cantautorato femminile indie anni novanta.
Se la strumentale “Willoughby’s Theme” è abrasivo ambient, “Fuck Me Eyes” è perfetto singolo nel suo giusto equilibrio “alt-pop”.
Girato il primo vinile, la toccante “Nettles” evolve nella sua narrazione … “To love me is to suffer me”… e conduce al secondo abrasivo ambient strumentale “Willoughby’s Interlude”.
Chiude il primo LP “Dust Bowl” che raccoglie polvere slowcore.
Una chitarra e suoni a riempire e a disturbare… e “A Knock At The Door” è rarefatta ballata.
“Radio Towers” cala l’orecchio in ovattati abissi (la passione di Ethel Cain per certe atmosfere permea i suoi lavori) per decomporsi, senza soluzione di continuità, nella lunga “Tempest”… claustrofobica nei suoi strali elettrici e nei suoi vortici in progressiva formazione prima del collasso (brano di pregio).
Il side C è interamente occupato dai quindici minuti di “Waco, Texas”, “distesa” e riuscitissima ballata che congeda un bel disco che conferma non solo le grandi doti di Ethel Cain, ma anche come il richiamo a sonorità ormai datate (forte è l’impressione di essere immersi nei primi anni novanta) possa apparire scelta vincente ed attuale quando la si rende caratteristica personale e non nostalgica imitazione.
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