Keep It Simple, Stupid! (pubblicato per Vina Records e distribuito da Believe), non è solo il titolo del disco di esordio dell’ironico trio The Bravo Maestros (Matteo Buranello alla voce, basso, Davide Diomede alle chitarre e Luca Buranello alla batteria), ma è anche uno slogan, un manifesto, una bandiera delle intenzioni della band italianissima (sono di Biella) nonostante l’ispirazione musicale, che certo non pesca dalla tradizione di casa nostra.
Nel suono degli energici e frizzantissimi 11 brani del disco infatti si mescolano garage rock, indie rock e psycho pop, e un pizzico di brit-rock mescolato con il punk allegro dei Blink 182 e dei primi Green Day. Il tutto come dicevamo all’insegna di uno slogan: rendi e mantieni l’impianto musicale semplice, immediato, diretto. E cosa c’è di più semplice, immediato, primitivo, essenziale, nel mondo del rock, di una band fatta di tre elementi? Non è necessario ricordare i gloriosi esempi dei Police, o dei Doors, ma quelli dei dei Green Day e dei Blnk 182 li abbiamo citati anche per assonanza di genere musicale.
Pezzi come Pest, I Am So Sorry Senor, o Lost e Out of the Game, o Haunted House (il primo pezzo scritto dai The Bravo, che insieme con Pest rivela un iniziale intento garage e punk, nonché un colore cupo e un’atmosfera oscura assente negli altri pezzi) ricordano infatti da vicino lo stile di queste super band mainstream, ma va detto che a un ascolto appena più attento, per esempio del singolo Jungle Jingle, con il suo esordio schitarrato grintosissimo e accattivante, i the Bravo Maestros in realtà si ispirano a quelle correnti di indie rock comparse sulla scia di Strokes e Gomez, e che costituiscono l’allegra e nutrita famiglia di Virgins, Rifles, Antlers, Cribs, Wombats, ecc.
Non manca, in pezzi come Lucy Sin Diamantes (chiara citazione autoironica e post-moderna dei Beatles), Out of the Game, When the Black Night Falls, The Love Conspiracy, un chiarissimo riferimento anche al sound degli indimenticabili fifties americani, così come appunto capita in alcune delle band indie citate sopra. E c’è anche una ballata acustica, Freak Show, efficacissima nello spezzare il tema sonoro tutto chitarre, e anche, soprattutto nel dare il segnale che i testi, tutti del vocalist Matteo Buranello, sono allegri e ironici ma non affatto banali o superficiali.
Quello che emerge da questo esordio è la volontà della band di non rinunciare al proprio megafono sgraziato e voler dire la propria anche grazie a questa primitività musicale tutta garage, nell’infinito rumore di fondo di voci virtuosistiche. Come dicono loro stessi, “È la gioia di suonare insieme, di chiuderci in una sala prove dopo una giornata nel mondo là fuori. Il puro entusiasmo di sentire ogni errore e ogni sbavatura diventare parte del nostro suono. Stiamo costruendo un castello di verità.”
In realtà, gli archi commoventi di Freak Show, gli arrangiamenti e i riff di Out of the Game, gli effetti di Lost, gli assoli ecoizzati di I Am So Sorry Senor, rivelano che nel talento musicale dei tre componenti c’è anche sapienza melodica e profondità strutturale. Sono loro stessi a rinunciare quasi ideologicamente a frivolezze, a sovrastrutture, a velleità compositive, per dedicarsi rigorosamente a chitarra ritmica elettrica, basso, batteria alla massima potenza ritmica, e voce. Canzoni semplici strutturalmente, energiche ritmicamente, dirette e brevi come il punk fine anni ‘70, suonate con altrettanta semplicità, rabbia e divertimento. Ma non affatto banali, né rozze, anzi rivelanti un gusto melodico sopraffino, e una certa profondità anche nei testi. Per esempio, in Jungle Jingle che apre l’album, rock al fulmicotone e cassa dritta a 160 bpm fanno da sfondo ad una serie di riflessioni sui grandi temi esistenziali, oppure la martellante batteria di Lost fa da sfondo al racconto della fine di un amore, sporcando il suono. O ancora in Pest si evocano massicce dosi di cinismo per sopravvivere allo scempio di umanità a cui stiamo assistendo svogliati e inermi, con vere e proprie guerre di opinione, e luoghi comuni che alimentano assurde convinzioni.
In sintesi, Keep it Simple Stupid! è un album semplicemente perfetto nel suo genere, che sorprende non solo perché è un esordio che nasce già perfetto e completo, ma anche perché è di matrice tutta italiana. E’ un’autentica esplosione di energia, ritmo, scanzonata volontà di fare musica senza orpelli, ma di quella musica che nei decenni ha fatto storia e si è conquistata uno spazio più che dignitoso nella storia del rock. Dai Ramones e Pixies, fino ai giorni nostri con i Fratellis e i Kooks, tanto per capirci: e i the Bravo Maestros si guadagnano decisamente una citazione in questo percorso, perché la loro musica scanzonata non è da meno di questi nomi ben più noti. C’è solo da sperare con ottimismo per il prosieguo di questo folgorante avvio con fuochi d’artificio.
https://www.instagram.com/thebravomaestros/
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