L’evento più internazionale nella rassegna di quest’anno del festival romagnolo Acieloaperto (giunto alla XIV edizione) è stato senza dubbio il concerto alla Rocca Malatestiana di Cesena dei White Lies, uno dei gruppi più influenti della scena indie rock britannica degli ultimi quindici anni, formatisi nel 2007, e subito divenuti famosi per il loro sound oscuro e potente, incasellato nel disco di debutto To Lose My Life (2009) seguito da Ritual (2011), e dal cambio di rotta prima con Big TV (2013), poi con Friends (2016) verso la new wave pop anni ’80, e infine con tentativi più rock-progressive con , Five (2019) e As I Try Not To Fall Apart (2022).
Con l’ultimo disco, Night Lights, (2026) (qui la nostra recensione) la band ha consolidato il successo di pubblico e critica: non rinuncia alla new wave ma segna un ritorno a un sound più organico e dinamico: chitarre incisive, synth avvolgenti e ritmi che intrecciano rock e atmosfere sperimentali.
Si presentavano in quel di Cesena dopo l’arena di Verona a giugno, e con il concerto ai Magazzini Generali di Milano dello scorso 6 febbraio andato tutto esaurito: non hanno bissato qui il sold out, ma lo spazio della Rocca era pieno anche se non in maniera eccessiva.
Ad accompagnarli, in apertura, i cremonesi Satantango, duo composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, scelta azzeccatissima per introdurre i White Lies in quanto molti pezzi esibiti avevano in comune atmosfere dark e alternative, con un pizzico di shoegaze e dream pop, influenze davvero sorprendenti, che hanno colpito e sono piaciute molto, per una band di provincia italiana.
Alle 21.30, puntualissimi, Harry McVeigh, vocalist e guitarist, Charles Cave, al basso, Jack Lawrence-Brown alla batteria, accompagnati dal turnista Tommy Bowen (tastiere), partono, carichi del successo e della buona qualità dell’ultimo disco (uno dei loro migliori, senza dubbio), con All the Best, tratto proprio da Night Lights. Partenza in sordina, con un semi-lento, non particolarmente trascinante, ma è chiaro che serve per scaldare voce e corde, perché dopo c’è subito un singolo del primo e tuttora più noto disco al pubblico, Farewell to the Fairground tratto da To Lose My Life (che sarà l’album più saccheggiato durante il concerto, con cinque pezzi in totale).
Segue There Goes Our Love Again, singolo di Big TV, e poi subito due belle sorprese: Hurt My heart, inedito di edizione deluxe di Five, e My Lover, inedito invece di Night Lights. Colpiscono in questi due pezzi il sound molto oscuro, molto dark e il ritmo al fulmicotone, più elevato di quello solito dei pezzi della band, al punto da portarli verso un sound che potremmo definire Joy Division accelerati al massimo. I due inediti, poco conosciuti dal pubblico, resteranno una delle perle del concerto, che prosegue poi però per catturare il pubblico a cori e mani alzate, con Is My Love Enough?, tratto da Friends, e poi il singolo di lancio di Five, Tokyo, che resterà l’unico pezzo di quel disco estratto in questa serata (nullada AS I Try to fall Apart), sceltaprobabilmente condivisibile visto che si tratta dei due album sicuramente meno “facili” che la band ha inciso. Mc Veigh e compagni hanno ormai in archivio sette dischi, e dunque il concerto (troppo corto come ormai lo sono tutti, solo 17 canzoni) prevedibilmente finisce per essere un greatest hits con l’aggiunta dei pezzi del nuovo disco, che infatti compare a metà scaletta on una delle canzoni più belle e coinvolgenti, Juice.

Ancora un singolo di Friends (Hold Back Your Love) che scalda molto la platea, e poi Unfinished Business, che Harry introduce a voce ricordando che è il loro primo singolo oramai di venti anni fa: purtroppo l’esecuzione vocale non brilla, Harry forse perde il contatto sonoro con gli strumenti e finisce per stonare sugli acuti, supportato subito da Cave, che gli corre in aiuto sostenendolo con seconda voce. Si tratta di un piccolo incidente di percorso, relativo a questo pezzo e in parte al successivo The Price of Love, (sempre singolo del primo disco) perché poi la band si riprende con Big Tv.
Fin qui, il pubblico segue divertito e ammaliato, con battiti di mano, senza grandi cori ma molto coinvolto, e poi arrivano in finale come sempre i colpi più forti: To Lose My Life, forse la loro canzone più nota, e poi Bigger than Us da Ritual (Ritual e Five saranno i dischi con un solo brano scelto, e forse meritavano di più). Il finale è dedicato all’ultimo disco, con una splendida Night Lights che inizia acustica, e la chiusura con la bellissima In the Middle, intervallate da Death, sempre dal primo disco.
17 canzoni alla fine, senza il bis: scherzando col pubblico Harry spiega che “adesso verrebbe la parte in cui facciamo finta di andar via e poi voi ci richiamate, ma questa è una serata speciale, è stato forse il concerto migliore per noi di questo tour [e bisogna dargli ragione per la qualità con cui hanno suonato, e per l’esplosione di suoni, gestiti ottimamente, e non è sempre così nei concerti, dal sound team] per cui non andiamo via ma faremo un paio di pezzi in più”.
Concerto dunque davvero bellissimo, tra i migliori per chi come noi ha seguito i tour dei White Lies dai tempi di Ritual, in cui si nota che la band è maturata, pronta per il grande pubblico (anche se forse non ancora pronta per gli stadi, per numero di fan ma anche per gestione del palco), e consapevole del suo potente apparato sonoro.
Ma è anche in questo caso un concerto troppo corto: sta succedendo ai concerti quel che succede negli ultimi anni coi cibi confezionati: costano di più e si riducono di dimensione: 17 canzoni per una band che ha all’attivo 7 dischi sono troppo poche, e mancano all’appello almeno Take It Out On Me, il singolo più importante di Friends, e Denial di Five, e Nothing on Me, lo splendido singolo di lancio di Night Lights, e anche Everything is Ok, la canzone più “diversa” e sorprendente, springsteeniana, del nuovo disco, rarissima ballata romantica nella discografia della band.
E dunque? non possiamo darne colpa ai White Lies perché è una tendenza generale, specie nei festival estivi, ma ci piace l’idea di aprire una riflessione a margine.
La band di McVeigh e Cave va comunque premiata, perché ha catturato e conquistato anche chi non li aveva mai sentiti (e tanti erano gli avventori musicali nella splendida cornice della Rocca Medievale di una deliziosa città come Cesena), e lo si nota dagli occhi e dai sorrisi e dall’ondeggiare dei corpi durante le davvero travolgenti esecuzioni di Is My Love Enough, Hold Back Your Love, e naturalmente dei pezzi con cui si sono fatti conoscere al mondo, To Lose My Life e Bigger than Us. Mc Veigh si diverte a far alzare e battere le mani al pubblico, e si nota che i quattro escono soddisfatti e divertiti (con tanto di foto al cellulare verso il pubblico).
Una serata corta sì ma bellissima, per loro e per il pubblico, e per la città intera radunatasi a festa con gente dai 20 ai 60 anni, come sempre dovrebbero essere tutti i concerti.
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