Più che “live report” questo è “diario di un incanto”. La terza edizione di Racconti al Femminile ha scelto, non a caso, una delle anime più stratificate e misteriose di Napoli: il Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova. Fondato nel XII secolo, scrigno di secoli dove gotico, rinascimento e barocco dialogano in un silenzio vibrante, la venue non è stata un semplice palcoscenico, ma un interlocutore d’eccezione, un membro muto ma potentissimo della artiste in programma. Le sue pietre hanno assorbito, riverberato e magnificato ogni nota, ogni sospiro, in una simbiosi perfetta con lo spirito della rassegna: esplorare e celebrare i linguaggi sonori plasmati dalla creatività femminile.
Dopo le due edizioni passate (realizzate presso il Complesso monumentale di San Domenico Maggiore) che hanno visto sul palco nomi del calibro di Nada, Fatoumata Diawara, Rita Marcotulli e Andrea Motis, il cartellone 2025 ha confermato la sua vocazione alla qualità e alla diversità, proponendo un percorso emozionale attraverso storie, timbri e generi differenti.
Racconti al Femminile 2025 si afferma come un evento straordinario, che travalica i confini cittadini. Più di una semplice rassegna musicale, si è rivelata un’esperienza immersiva, una perfetta sinestesia tra suoni, storia, architettura e arte. Le quattro interpreti, ciascuna portatrice di un mondo espressivo distinto, hanno dialogato in modo straordinario con lo spazio di Santa Maria la Nova, trovando in esso non una semplice cornice ma un’ispirazione viva e partecipe. Hanno così regalato al numeroso e attento pubblico napoletano e non solo un viaggio emozionante attraverso la bellezza, la forza poetica e la ricerca che contraddistinguono la creatività femminile in tutte le sue sfumature.





Ad aprire il cammino è stata la poetessa dei chiaroscuri sonori, l’inglese Beth Orton. La sua voce, un affresco di fragilità e forza, ha trovato nell’eco naturale della chiesa un amplificatore perfetto per la sua poetica fusione di folk ed elettronica distillata. Accompagnata dal chitarrista e cantautore Sam Amidon (anche suo marito), Orton ha costruito un’atmosfera ipnotica e profondamente intima. Chitarre acustiche, tappeti di piano elettrico e loop si sono intrecciati tra le navate, avvolgendo un pubblico folto e attento in una bolla sospesa nel tempo. Lo sguardo della stessa Orton, a tratti, tra una canzone e l’altra, si perdeva verso gli altari dorati e le volte, come a cercare un contatto con la storia che la circondava. Un dialogo silenzioso e commovente.





Il secondo appuntamento ha virato decisamente verso il jazz più puro e viscerale, con la raffinatissima Ada Montellanico. In un omaggio a Billie Holiday che ha evitato ogni facile citazionismo, Montellanico ha guidato il pubblico in un viaggio sospeso tra ricerca armonica e poesia nuda. La sua voce, strumento di intelligenza emotiva unica, ha scolpito ogni frase con una precisione e una profondità che tenevano il fiato sospeso. Il culmine, inevitabile e travolgente, è arrivato con Strange Fruit. In quel momento, la voce di Montellanico, l’orrore della storia racchiuso nel testo e l’aura sacrale del luogo hanno creato un cortocircuito di intensità rara. Un’esecuzione che ha mostrato non solo la sua statura artistica, ma ha trasformato la performance in un atto di memoria collettiva.





Terzo atto, terza sorpresa. Ginevra Di Marco, per molti ancora “la voce dei CSI”, ha dimostrato di essere un’artista completa e potentissima a tutto tondo. Con una voce che sa essere potente come un’onda e soave come un sussurro, ha sciorinato un repertorio che ha attraversato la sua intera carriera. L’apertura è stata un pugno al cuore: Montesole, brano-manifesto dei PGR, ha immediatamente stabilito un patto di intensità con la platea. Ha proseguito con gemme del suo percorso solista, come un commovente Auguri da Kaleidoscope, e ha toccato di nuovo l’epica rock italiana con una versione travolgente di Amandoti dei CCCP. Emozionante la sua interpretazione di Tumbalalaika, il classico tradizionale yiddish, trasformato in un richiamo d’amore universale. Al suo fianco, una band d’eccezione: il tastierista e compagno Francesco Magnelli, il percussionista napoletano Cristiano Della Monica e il chitarrista sodale Andrea Salvadori, a tessere tappeti sonori perfetti per la sua vocalità inconfondibile.





A chiudere il cerchio, portando l’attenzione oltreoceano, è stata la vocalist newyorkese Indra Rios-Moore. Con un trio essenziale di chitarra, contrabbasso e sassofono, ha costruito un concerto che era più una celebrazione spirituale che un semplice set jazz. La sua voce, calda, avvolgente, ricca di una sacralità laica e profonda, ha riempito ogni anfratto della chiesa. Il suo mix di jazz, soul e spirituals ha trovato nella venue una cassa di risonanza ideale. Ma le sorprese maggiori sono arrivate dalle sue scelte di repertorio: due cover che, nelle sue mani, sono diventate inni nuovi. Money dei Pink Floyd, spogliata della sua cinica vena rock e immersa in groove ipnotici, e soprattutto Heroes di David Bowie, trasformata in un inno di resilienza e amore di una potenza emotiva sconvolgente. Un finale di intensa suggestione, che ha lasciato il pubblico in un silenzio carico di gratitudine prima degli applausi scroscianti.

































