Già in passato su queste pagine si è preso spunto dalla pubblicazione dell’“ultimo” disco di un gruppo che ha (a suo modo) fatto la storia della musica decenni addietro (ad esempio con i Deep Purple, ma anche con Klaus Schulze, gli Hawkwind, Diamanda Galás, i Gastr del Sol, Nick Cave, Robert Plant…), non tanto per il valore del disco stesso, ma per scrive una “retrospettiva” del gruppo in questione; altre volte si è partito da un anniversario o da una (lieta o triste) ricorrenza (come per Frank Zappa, John Mayall, Ozzy Osbourne, Brian Wilson…
Ebbene, è ora la volta degli Yes che hanno dato alle stampe “Aurora” (InsideOut/Sony), il loro ventiquattresimo lavoro discografico.
- Premessa
Gli Yes si collocano a pieno titolo in quel caotico “mare magnum” definito “progressive” che ha caratterizzato la musica prevalentemente (ma non solo) europea negli anni Settanta, con l’Inghilterra quale pietra d’angolo su cui è stato poi eretto sostanzialmente l’intero “movimento”.
Non posso celare che da adolescente, affascinato dalla sua magniloquenza e dal suo “virtuosismo”, il “rock progressivo anni Settanta” fu uno dei miei grandi amori, tanto da spingermi alla ricerca di dischi anche di gruppi, sottogruppi e derivati meno noti…
Più volte ho, poi, dedicato spazio a al rock progressive (in senso ampio) parlando dei King Crimson, dei (The) Soft Machine e di Mike Ratledge, di Robert Wyatt, di Peter Gabriel, dei Pink Floyd, di David Gilmour, di Roger Waters, dei Gong…; e proprio in occasione di una recensione dei Gong ebbi modo di citare anche gli Yes: “I Gong, creatura di David Allen (cofondatore con Robert Wyatt dei Soft Machine) e Gilli Smyth, non furono (per i loro tempi) sicuramente i più bravi tecnicamente (il podio probabilmente spetta, nel “complesso”, ai Gentle Giant), non furono i più sperimentali (King Crimson e Henry Cow insegnano; per gli Henry Cow, in sodalizio con gli Slapp Happy, andrebbe aperto un capitolo a parte), non furono i più “canterburiani” (inarrivabili i Caravan, i Matching Mole, gli Hatfield And The North e i National Health), non operarono la miglior fusione tra rock e jazz (la cattedra va ai Soft Machine), non furono letterati come i Genesis di Peter Gabriel, né solenni come gli Yes, non furono un supergruppo come gli Emerson, Lake & Palmer, non operarono una narrazione apocalittica come i Magma, non hanno raggiunto la fama dei Pink Floyd, né furono celebri “minori” come gli Audience, i Cressida, gli Spring, i Greenslade, gli Egg …’.
Ed ancora, in altra ocacsione, scrissi: ‘La passione fu tale che oltre ai nomi “noti” (menzione speciale per i Gentle Giant e per gli Henry Cow) andai a scovare anche piccoli “gioielli” di gruppi “minori” (penso agli Spring, ai Gnidrolog, ai Samurai, ai Khan di “Space Shanty”, ai Cressida, agli Audience…) e band non solo europee (Arachnoid, Pazop, Bodkin, Moving Gelatine Plates, After Crying…) ma anche d’oltreoceano (Crucis, Bacamarte…); stilare un elenco anche solo approssimativo sarebbe complicato oltre che enciclopedico tanto è stata la produzione di “genere”…’.
Come si può sopra leggere, nel citare gli Yes, definì la loro musica “solenne”.
- Yes: alfieri del progressive anni Settanta
La forza e il limite degli Yes è stata quella di essere una delle massime espressioni del “genere” ma al contempo, nel definire un “genere”, di restare anche imbrigliati nei dettami da loro stessi codificati; e così il progressive da loro “istituito”, sinfonico, a tratti “barocco”, solenne e “scientifico”, divampò e si consumò (sostanzialmente) nell’arco del biennio 1971/1972 consegnado però alla storia della musica due capolavori: “Fragile” (del 1971) e “Close To The Age” (del 1972).
Ho sempre ritenuto che si debba scindere il gusto personale da una valutazione “oggettiva” (per quanto possibile) delle forme d’arte. Ebbene, malgrado nell’alveo del progressive britannico anni Settanta i miei dischi preferiti restino “Rock Bottom” di Robert Wyatt, “Larks’ Tongues in Aspic” dei King Crimson, “Flying Teapot – Radio Gnome Invisible Part 1” dei Gong, “Concerts” degli Henry Cow… così come nel tempo al progressive britannico gli abbia preferito il krautrock tedesco, è indubbio che “Fragile” e “Close To The Age” siano “oggettivamente” due delle massime espressioni raggiunte dal genere e della loro epoca. Ma andiamo per ordine.
- Dal 1969 al 1971: i prodromi
La storia musicale degli Yes è inevitabilmente legata anche ai componenti che nel tempo vi hanno, via via, preso parte; personalità musicali tanto “ingombranti” quanto determinanti nell’evoluzione del suono e della loro musica.
L’LP omonimo d’esordio “Yes” (del 1969) vedeva quali membri del gruppo Jon Anderson alla voce e percussioni, Bill Bruford alla batteria e vibrafono, Tony Kaye all’organo e tastiere, Peter Banks alla chitarra e voci, Chris Squire al basso e voci, per una musica ancora legata a una “forma canzone” e imperneata su una miscellanea di folk, beat… e intrisa di psichedelia anni Sessanta (“Beyond and Before”), con tanto di omaggio sia ai Byrds di Jim McGuinn e David Crosby (“I See You”) che ai The Beatles (“Every Little Thing”); brani quali “Survival” lasciavano però già intravedere il futuro a venire…

In “Time and a Word” (del 1970), gli Yes mantengono la medesima formazione ma si avvalgono dell’ausilio dell’orchestra arrangiata da Tony Cox, elemento che personalmente ho sempre ritenuto “ridondante”; la musica in ogni caso compie un ulteriore passo in avanti procedendo in una lenta maturazione (“Sweet Dreams”, “The Prophet”, “Time and a Word” e nelle “cover” del brano di Stephen Stills “Everydays”…).
Un’ultima considerazione va fatta in merito alle diverse copertine di “Time and a Word”: splendida quella della versione UK (“Photographs & designe by Laurence Sackman Designe co-ordinated by Graphreaks” si legge nelle note di copertina), mentre anonima è quella della versione USA (e non solo), che tra l’altro reca in foto un Steve Howe che non suona nel disco.
“The Yes Album” (del 1971) segna la prima svolta; Steve Howe sostituisce Banks e se da un alto Howe lascia “personalmente” il segno con la versione live di “The Clap”, gli Yes lasceranno il segno con le suite “Starship Trooper” e “I’ve Seen All Good People”, con “Yours Is No Disgrace” e con “Perpetual Change”, composizioni che definiscono (per la prima reale volta) il “suono” Yes!
- Dal 1971 al 1972: l’apice del progressive
La seconda definitiva e fondamentale svolta (in positivo), gli Yes la compiono quando al posto di Tony Kaye subentra Rick Wakeman e con lui danno alle stampe, sempre nel 1971, “Fragile”, disco che rappresenta uno degli apici del rock progressivo anni Settanta; composizioni quali “Roundabout”, “South Side of the Sky” e “Heart of the Sunrise” (Howe poi ribadirà con “Mood for a Day” quanto nel precedente disco messo in mostra con “The Clap”), oltre a costituire la spina dorsale di “Fragile” vanno a costituire anche parte dell’ossatura del rock progressive britannico di stampo sinfonico dell’epoca, mostrando una acquisita unica e invidiabile maturità.
C’è da dire che, a ben ascoltare, 1971 resta un anno di grazia per il rock progressivo britannico; i Genesis pubblicheranno, infatti, “Nursery Cryme”, gli Emerson, Lake & Palmer “Tarkus”, i Gentle Giant “Acquiring the Taste”, i Van Der Graaf Generator “Pawn Hearts”, i King Crimson “Islands”, i Caravan “In the Land of Grey and Pink”, i Pink Floyd “Meddle”, i Jethro Tull “Aqualung”, gli Audience “The House on the Hill”…
“Fragile” segna poi l’inizio, per le grafiche, della storica collaborazione tra gli Yes e Roger Dean, autore di storiche “copertine” non solo degli Yes (si pensi a quella splendida dei Clear Blue Sky – tra le mie preferite – e ancora a quelle degli Osibisa, dei Gentle Giant, degli Asia, dei Greenslade, dei Budgie, degli Uriah Heep…
Sebbene possa apparire difficile, gli Yes con “Close To The Edge” (del 1972) riescono ad eguagliare (e in parte a superare) la bellezza di “Fragile”; “Close To The Edge” si sostanzia di due mirabili suite “Close To The Edge” e “And You And I” e della lunga “Siberian Khatru”, per un lavoro perfetto in ogni suo aspetto, solido e con un ineguagliabile equilibrio.
Il biennio 1971/1972 vedrà la degna chiusura con la pubblicazione nel 1973 del live “Yessongs”, contenente registrazioni dal vivo del 1972 e una scaletta tratta sostanzialmente da “The Yes Album”, “Fragile” e “Close To The Age”; nel disco poi compare alla batteria Alan White (Bill Bruford sarà presente solo in tre), che andrà a sostituire Bill Bruford.
- Dal 1973 al 1974: la conclusione di un’epoca
“Tales From Topographic Oceans” (del 1973) mostra i primi limiti della musica degli Yes (che non hanno la capacità rigenerativa unica dei King Crimson che nel 1973 daranno alle stampe il meraviglioso “Larks’ Tongues in Aspic”), musica che inizia a patire eccessivo autoreferenzialismo; ricordo che però è stato uno dei loro dischi che ho ascoltato di più poiché possedevo una sua audiocassetta che girava fissa nell’autoradio.
Il disco (doppio LP) è composto da quattro lunghi brani in cui a ottimi spunti (come ad esempio quelli contenuti in “The Revealing Science of God”)si alternano momenti di stanca, di stasi e probabilmente anche eccessi di sperimentazione ai quali gli Yes non erano propriamente “vocati”, come per “The Ancient” (ma gli Yes non hanno la capacità di sperimentare unica dei King Crimson).
“Relayer” (del 1974) segna un ulteriore importante cambiamento: Rick Wakeman sarà sostituito da Patrick Moraz e di conseguenza la musica virerà verso territori meno “classici”, più “synth” e più aperti anche verso un gusto “fusion”… il risultato si farà apprezzare soprattutto nella bella “The Gates of Delirium”; per il resto il processo inaugurato con “Tales From Topographic Oceans” giunge a compimento e gli Yes congedano, per musica e per tempo, la loro migliore e significativa produzione…
– Dal 1977 al 1987: un controverso decennio
Quanto accadrà dal 1977 al 1987 è altalenante e controverso. Si parte con “Going for the One” (del 1977) che, benché veda il ritorno di Wakeman, trasporta l’ascolto verso soluzioni più “pop” e “formato canzone” (come il brano eponimo, “Turn of the Century”, “Wonderous Stories” e “Parallels”); non salva il risultato finale la lunga e interessante “Awaken” in vecchio (ma ormai ripetitivo) stile. Discorso non dissimile è per “Tormato” del 1978 (si ascolti “Don’t Kill the Whale” ma soprattutto la ballata “Onward”; anche in questo caso non basta a salvare la baracca una più onesta “On the Silent Wings of Freedom”).
Con l’avvento degli anni Ottanta gli Yes perdono nuovamente Wakeman e con lui anche la storica voce di Jon Anderson; al loro posto subentrano rispettivamente Geoff Downes e Trevor Horn (che con i Buggles avevano da poco pubblicato il brano “Video Killed the Radio Star”) e daranno alle stampe “Drama” (1980), un disco che alterna momenti “progressive” (ho sempre ascoltato con piacere “Machine Messiah”) a momenti d’effetto (“Does It Really Happen?”) o progressive con influenze dei nuovi tempi (“Into the Lens”, “Tempus Fugit”).
Del 1980 anche un nostalgico live “Yesshows” contenente registrazioni comprese tra il 1976 e il 1978 con la formazione di fine anni Settanta.
La “compagine” non trova pace, e così tornano Anderson alla voce e Kaye alle tastiere, steve Howe lascia il gruppo e il suo posto è preso da Trevor Rabin; il risultato è il successo mainstream e AOR di “Owner Of A Lonely Heart” da “90125”. Siamo nel 1983 e i nuovi Yes hanno ben compreso e messo a frutto gli umori “commerciali” del nuovo decennio (si ascoltino anche le radiofoniche “Hold On”, “Our Song” “It Can Happen”, la dance “Leave It”…); non a caso i due ex Yes Steve Howe e Geoffrey Downes formato il supergruppo Asia con John Wetton e Carl Palmer si erano mossi seguendo le stesse coordinate pubblicando solo l’anno prima l’omonimo disco contenente i classici “Heat of the Moment”, “Only Time Will Tell” e “Sole Survivor”. Ma come detto (duole ripetermi) gli Yes non sono i King Crimson che nel 1981 diedero alle stampe l’epocale e fenomenale “Discipline”).
“Big Generator” (del 1987) è il “fratello minore” e “sfortunato” di “90125” poiché non ci sarà una “Owner Of A Lonely Heart” a salvarlo dall’oblio e dall’anonimato.
- Dal 1989 al 1994: la (re)Union e la nuova scissione
Nel 1989 Anderson, Bruford, Wakeman e Howe pubblicano a loro nome (quindi non come Yes) “Anderson Bruford Wakeman Howe”, lavoro che insisteva con “atmosfere” anni Ottanta in chiave rock-prog; ricordo in ogni modo che quando acquistai il disco brani quali “Brother of Mine” e “The Meeting” colpirono la mia attenzione. A loro nome uscì anche il live “An Evening of Yes Music Plus” contenente registrazioni dal vivo sempre del 1989 tra cui un particolare medley acustico di “Time And A Word/ “Owner of a Lonely Heart”/“Teakbois”.
A tale pubblicazione segue l’ardita idea di riunire quelli che oramai erano di fatto due “distinti gruppi”; così “Union” (del 1991) vede Jon Anderson, Steve Howe, Trevor Rabin, Chris Squire, Tony Kaye, Rick Wakeman, Bill Bruford e Alan White comparire tutti con il nome Yes (oltre a ospiti d’eccezione quali Tony Levin, Steve Porcaro…); il risultato finale è però ben al di sotto delle aspettative per non dire deludente!
Deludente lo è senza smentite il “pessimo” “Talk” (del 1994), con formazione nuovamente “ridotta” a Jon Anderson, Chris Squire, Tony Kaye, Trevor Rabin e Alan White… sospeso tra prog-rock-mainstream con punte pop (“The Calling”, “The Calling”, “Walls”…) e sbiaditi tentativi di ricordare il passato (come la lunga “Endless Dream”).
- Dal 1996 al 2023: il ritorno (in parte) al progressive
Nel 1996 gli Yes tornano a suonare progressive, complice anche un formazione che vede nuovamente Wakeman e Howe al posto di Kaye e Rabin; il risultato sono i due dischi live/studio “Keys to Ascension” (del 1996) e “Keys to Ascension 2” (del 1997). Se i live possono essere materiale per i fan più affezionati (devo ammettere che incuriosito li acquistai entrambi in CD quando uscirono), le composizioni in studio suonano vecchie e “vuote”.
Del 1997 (con Billy Sherwood e senza Wakeman) è “Open Your Eyes”, lavoro con cui dei quanto mai irrequieti Yes fanno ancora una volta un cambio di rotta verso soluzioni AOR in (loro) stile anni Ottanta (brani come “New State of Mind”, “Open Your Eyes”, “Man in the Moon”…. docet).
Come una nave in balia delle onde… gli Yes sembrano non trovare da anni un porto sicuro e nel 1999 ritornano (in parte) al progressive con “The Ladder” (che annovera alle tastiere Igor Khoroshev) soprattutto nelle due più lunghe composizioni “Homeworld (The Ladder)” e “New Language”.
Il progressive saluta il nuovo millennio degli Yes, progressive che caratterizza con maggior incisività “Magnification” (del 2001), complice anche l’utilizzo dell’orchestra; con “Magnification” gli Yes tornano a dare peso al loro nome e al loro passato (si ascoltino “Magnification”, la suite “In the Presence Of”, “Dreamtime”, “Don’t Go”…).
Tra raccolte, live, live con orchestra (“Symphonic Live” del 2002 con registrazioni del 2001), remix, DVD… (descriverli tutti è impresa impossibile per delle pubblicazioni che sono poi continuate fino ai giorni nostri recuperando anche vecchi live), si giunge al 2010 anno in cui gli Yes, con Benoît David alla voce e Oliver Wakeman (figlio di Rick Wakeman) alla tastiere, effettueranno delle sessioni di registrazioni che vedranno la luce come “From a Page” prima in versione ridotta nel 2019 e poi in versione estesa nel 2026; un disco che senza lode e senza infamia propone un rock progressive “anonimo” così come lo è “Fly from Here” (del 2011 con ancora Benoît David alla voce e il ritorno di Geoff Downes e Trevor Horn); “Fly from Here” sostanzialmente ruota, senza particolari spunti meritori, attorno all’omonima suite. Nel 2018 verrà stampata una differente edizione con Horn alla voce oltre a una versione strumentale.
Altro cambio di voce (Jon Davison che nella sua militanza negli Yes è quanto di più prossimo possa esserci nel canto ad Anderson) e nel 2014 è la volta di “Heaven & Earth” un disco di edulcorato progressive (con accenni anche rock blues come “In a World of Our Own”) che non ha nulla da dire… così come privo di particolari spunti è “The Quest” (del 2021 con Davison, Howe, Downes, Sherwood – Squire morirà nel 2015 – e White) che stanca nel suo incedere morbido e che non esalta neanche nella ripetitiva suite “The Ice Bridge” e negli scontati altri “singoli” “Leave Well Alone”, “Dare to Know”… fino a raggiungere punte radiofoniche come con una discutibile “Music to My Ears”.
Nel 2022 verrà a mancare anche White e quindi “Mirror to the Sky” (del 2023) vedrà seduto dietro le pelli Jay Schellen; “Mirror to the Sky” suona come il gemello (un po’) più “incazzato” di “The Quest”… anche se invertendo gli addendi il risultato finale non cambia…
- La non più fulgida “Aurora” degli Yes
Oggi, nel 2026, gli Yes, in un’ncontinenza discografica, oltre alla versione estesa di “From The Page” (di cui si è già detto) e al “Live At Roosevelt Stadium, Jersey City, 17 June 1976” hanno dato alle stampe il loro 24th studio album “Aurora”.
Steve Howe, Geoff Downes, Jon Davison, Billy Sherwood e Jay Schellen proseguono nell’ormai tracciato solco di un nostalgico rock progressive, con Davison fermo nell’inseguire con la voce Jon Anderson.
Il brano di apertura “Aurora” suona accattivante, a tratti cinematografico e da colonna sonora made in Disney (come nell’introduzione); ciò a causa della presenza dell’orchestra a supporto.
Se “Turnaround Situation” e “Love Lies Dreaming” (con la chitarra in primo piano) sono “classici” riempitivi progressive “Countermovement”fa la parte della (immancabile) suite in un’altalena di momenti elettrici e acustici, di alti e bassi…
Anche “Ariadne” ha mutevole “forma”, con nuovamente l’orchestra a supporto che onestamente “rovina” la composizione con i suoi interventi “rinascimentali” che a tratti, da buon napoletano quale sono, mi hanno ricordato le splendide “villanelle”… qui però fuori contesto.
Mentre “All Hands on Deck” si tinge di rock più duro, la mini suite “Outside the Box” appare superflua nell’alternanza di festosi giochi di voci a esercizi per sintetizzatori in stile anni Settanta.
Chiude ufficialmente “Aurora” la ballata folk-rock “Emotional Intelligence”; ufficialmente perchè sono state pubblicate anche due bonus track: la sostenuta “Jambustin” e la folk e retrò “Watching the River Roll” perfetta come brano a completamento di un disco di cinquant’anni fa.
- Conclusioni
Sebbene l’esperienza e la “tecnica” dei musicisti abbia restituito un disco ben “confezionato” (ma questa è una caratteristica innegabile per gli Yes anche nei loro momenti “peggiori”), resta l’interrogativo di quanto sia “necessario” e “urgente” continuare a pubblicare lavori discografici “datati”, nello sbiadito ricordo di ciò che fu e di ciò che si è stato, illuminati oggi da un’aurora che non segna un nuovo inizio e che non “colora” più con la fulgida, romantica e unica luce dell’alba di un progressive di cui gli Yes furono maestri e massimi esponenti.
https://www.yesworld.com/
https://www.facebook.com/yestheband/
https://www.instagram.com/yesofficial

































