La storia degli Arab Strap parte da lontano, da quel decennio in cui è successe veramente qualcosa di nuovo dal punto di vista musicale: gli anni Novanta. Scozzesi di Falkirk, ma colonna portante della scena di Glasgow insieme agli amici Belle and Sebastian e Mogwai, il duo formato da Aidan Moffat e Malcolm Middleton rappresenta una delle realtà più eclettiche del nuovo modo di intendere il rock.
Tutto comincia a metà degli anni Novanta quando, mentre impazzavano contemporaneamente Britpop, pop-punk, nu-metal e trip-hop, loro scelgono una strada più tortuosa e rischiosa. Nei primi dieci anni di carriera consumano così i loro album più cupi e scarni, a partire dal debutto The Week Never Starts Round Here (1996) e il capolavoro Philophobia (1998), passando per The Red Thread (2001) fino a The Last Romance (2005). Poi lo scioglimento durato dieci anni – intervallato da progetti solisti e collaborazioni che hanno arricchito la già elevata creatività dei due – qualche live celebrativo e infine, nel 2016, la reunion.
Dopo un paio di album di pregevole valore, il 4 settembre 2026 arriva Half-Told Tales. Il loro nono album in studio nasce dalle sapienti mani del produttore e collaboratore storico Paul Savage (già al lavoro con Mogwai, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand). Le 14 tracce in scaletta raccontano di disillusioni, di politica, del tempo che passa e di come sfruttarlo al meglio, lasciando però intravedere un bagliore di speranza e ottimismo: qualcosa di buono dovrà pur esserci, nonostante la scarsa decenza umana circostante.
Musicalmente l’album continua a esplorare, tra riff di chitarra sempre più prepotenti, elettronica e strumenti a ruota libera. Il risultato è un cocktail di post-rock, folk, trip-hop e drum machine che rende il disco estremamente concreto e diretto. Si parte subito forte con “I Get Noise”, dove regna il caos controllato delle chitarre, lo spoken word di Moffat e un sax ad impreziosire il tutto. “You You You” mette invece sul piatto una sorta di techno-pop sintetico alla Pet Shop Boys con venature Italo-disco: una scelta inusuale per il duo, ma decisamente piacevole e ballabile, almeno fino a quando, nel finale, sfociano nuovamente le chitarre di Middleton. Nonostante tratti temi complessi – dalla corsa agli armamenti ai problemi quotidiani di una società malata – è forse il brano che più di altri contiene il seme della speranza.
Con “Fighting for You” entriamo nell’orto dei Roxy Music: chitarre glam a tutto spiano per il pezzo più politico del lotto, ispirato dal libro Universality di Natasha Brown, che si configura come un chiaro atto d’accusa contro l’estrema destra e il nazionalismo vacuo. Le chitarre si fanno invece più accattivanti e suandenti in “Glamour Magick”, dove l’inconfondibile cantato-parlato di Moffat si muove su uno sfondo oscuro in stile Wire e Gang of Four. Al contrario, la pacata “Be a Man”, pur essendo ben suonata, si inserisce tra gli episodi meno esaltanti dell’album.
La parte centrale riserva però grandi perle. Molto ben riuscita è “Gape”, una slow song dove un arpeggio triste e ripetitivo, uno shuffle di batteria e una delicata drum machine creano un’atmosfera notturna che ricorda i momenti più affascinanti di Low e Slint. Quasi sciamanica e lisergica è poi “Under Offer”, che per certi versi evoca un John Trudell in stato di grazia: il pianoforte troneggia, rendendo questo racconto autobiografico sulla vecchia casa di famiglia in vendita un autentico pugno allo stomaco. “Basic Physics” si presenta invece come una ballata epica, dove la drum machine duetta con una chitarra che si prende sempre più spazio nel finale, per una narrazione incentrata sull’amore e sulla conseguente resa dei conti. Cerca un po’ di pace anche quando il mondo crolla la bellissima pop-song “Sunsong”.
Con “Dollar Park” si ripiomba in ritmi opprimenti e ossessivi alla Nine Inch Nails, con chitarre graffianti che fanno di questo capitolo post-rock uno dei passaggi più belli del disco. Geniale è anche “Mr. Splitfoot” (il modo in cui gli inglesi chiamano tradizionalmente il diavolo), retta da un arpeggio misterioso e spettrale con un Moffat che praticamente recita, rendendo il tutto affascinante e fumoso.
Ed è proprio sul finale che incontriamo uno degli episodi migliori: la ballata romantica e celestiale “Ampersand”. Qui si parla d’amore alla maniera irriverente degli Arab Strap, per una canzone melodicamente eccelsa che non passerà inosservata. L’elettronica minimale e rilassata di “Fragments” risulta, seppur piacevole, un tantino riempitiva, ma la chiusura del cerchio con “Beats Per Minute” è perfetta: l’indietronica scura sembra scandire letteralmente il battito del cuore prima di sfociare nuovamente nel post-rock.
In questo album, a detta dello stesso Moffat, gli Arab Strap ci hanno messo dentro tutto senza tralasciare nulla. Se in passato avanzava sempre qualche canzone dalle sessioni di registrazione, non è questo il caso. Half-Told Tales risulta a tratti straziante, altre volte romantico, poi combattivo, tagliente e brillante come da sempre sono i nostri scozzesi. In una sola parola? Sublime.
https://www.arabstrap.scot/
https://www.instagram.com/arabstrapband/
https://www.facebook.com/arabstrapofficial/
































