C’è un luogo al mondo dove la storia, il mito e la musica si fondono in un’alchimia perfetta: l’Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei. Ieri sera, sotto un cielo plumbeo che sembrava sospeso tra passato e presente, Nick Cave ha tenuto un concerto indimenticabile, ottavo appuntamento del BOP – Beats of Pompeii 2025, la rassegna voluta dalla direttore artistico di Peppe Gomez che sta riportando a Napoli i grandi nomi della musica internazionale. Dopo Ben Harper e Jean-Michel Jarre, è toccato al “Re Inchiostro” australiano regalare una performance di rara intensità, accompagnato solo dal suo pianoforte e dal basso elegante e misurato di Colin Greenwood, storico membro dei Radiohead. Un live essenziale, senza fronzoli a dispetto del momento che vuole grandi palchi, grandissime venue e tanti video wall, luci, ballerine e nani da circo con cambi di costume e fuochi pirotecnici. Ieri sera la messa era illuminata solo da fasci di luce bianca mentre il resto della scenografia era naturale.
Alle 21:20, con puntualità quasi sacrale, Cave ha attaccato con Girl in Amber, brano che ha immediatamente steso un velo di malinconia ipnotica sulla platea, scritto nel 2014 e adattato nel 2016 pensando alla morte del figlio Arthur. A seguire, Higgs Boson Blues e Jesus of the Moon hanno confermato il tono della serata: un viaggio attraverso l’oscurità e la redenzione, in un luogo già di per sé sospeso tra vita e morte. La voce di Cave, grave e vibrante, risuonava tra le antiche pietre come un canto funebre moderno, mentre il pubblico – tremila persone, oltre la metà straniere – sembrava quasi trattenere il fiato.
Nick Cave era chiaramente affascinato da Pompei. Arrivato il giorno prima, aveva visitato in solitaria il sito archeologico dopo il soundcheck, assorbendone l’atmosfera senza tempo. E quella suggestione si è trasformata in energia pura sul palco. Tra un brano e l’altro, ha parlato al pubblico con rara disponibilità, ringraziando per l’ispirazione che il luogo gli donava, scherzando con i fan e persino benedicendo un bambino che piangeva in platea. “Questo posto è magico”, ha sussurrato prima di immergersi in O Children, mentre il vento portava l’eco delle sue parole tra le rovine.
La scaletta, composta da 19 brani più sei bis (anziché i soliti quattro, segno di un artista particolarmente ispirato), è stata un susseguirsi di gemme della sua carriera. The Mercy Seat poi I Need You e Jubilee Street hanno mostrato tutta la potenza del suo blues intimista. Gli omaggi a Leonard Cohen (Avalanche) e a Marc Bolan dei T.Rex (Cosmic Dancer) hanno aggiunto un tocco di reverenza verso i maestri che l’hanno influenzato. Ma è stato il finale a entrare nella storia.
Cave ha spezzato ogni barriera, chiedendo al pubblico di suggerire i brani per i bis. Man in the Moon e Love Letter sono nati così, mentre la folla, ormai in piedi e radunata sotto il palco, sembrava parte attiva del rito. La chiusura, però, è stata un’apoteosi: Into My Arms, il classico del ’97 tratto da The Boatman’s Call, ha trasformato l’anfiteatro in una cattedrale laica, con migliaia di voci che cantavano all’unisono sotto le stelle.
Con questo concerto, Nick Cave si è aggiunto alla lista leggendaria degli artisti che hanno reso Pompei un palcoscenico mitico, accanto ai Pink Floyd, Miles Davis e King Crimson. Ma ieri sera non si è esibito solo in un sito archeologico: ha suonato nella storia, con la storia. E il BOP, ancora una volta, ha dimostrato di saper trasformare Napoli e il suo territorio in un crocevia irrinunciabile per la musica mondiale.
https://www.nickcave.com/
https://www.instagram.com/beats_of_pompeii/
Testo: Redazione
SCALETTA
Girl In Amber
Higgs Boson Blues
Jesus Of The Moon
O Children
Cinnamon Horses
Galleon Ship
I Need You
Waiting For You
Joy
Papa Won’t Leave You Henry
Balcony Man
Mercy Seat
Watching Alice
Ship Song
Avalanche
Weeping Song
Skeleton Tree
Jubilee Street
Push The Sky Away
Shivers
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Man In The Moon
Love Letter
Cosmic Dancer
Into My Arms

















































