In occasione dell’uscita di “Romance”, si osservò come “O quam cito transit gloria mundi” (De Imitatione Christi) fosse locuzione che si sposa perfettamente con la parabola che stanno percorrendo i Fontaines D.C..
Sempre nel medesimo articolo, dopo aver ripercorso la carriera artistica del gruppo di Dublino e aver recensito “Romance” (si ramanda alla sua lettura), si concluse asserendo: ‘I Fontaines D.C. hanno così arricchito la loro discografia con un ulteriore lavoro che non potrà non piacere (mostrando di essere cresciuti anche in termini di produzione rispetto agli esordi e di aver ben concretizzata una volontà di ampliare gli orizzonti del mercato), ma che personalmente non scioglie (ancora) l’interrogativo posto a inizio di articolo se la loro sarà vera gloria, rimandando nuovamente ai posteri “l’ardua sentenza”’.
Ebbene, il 2026 è l’A.D. del loro nuovo lavoro discografico “Dopamine Chamber” (XL Recordings), con cui i Fontaines D.C., con “calcolata” e (im)pagabile abilità, hanno vestito con gusto vecchio il loro abito nuovo.
Un abito che suona differente dai dischi precedenti e per questo nuovo, ma che al contempo suona incredibilmente retrò, intriso tanto di elettronica dal gusto synth-pop quanto da cantautorato anni Ottanta, con ambientazioni ora vespertine, ora romantiche, come sublima in modo esatto il singolo “Marianne” nel suo già sentito e risentito.
Se infatti l’apertura affidata a “Six Shot Morning” pur parlando di “emozioni” si era mostrata musicalmente più “distaccata”, “Marianne” ristabilisce le gerarchie e inchioda l’orecchio a un mood ben più appetibile.
La successiva “Mimesis” si pone su una linea mediana, marziale ma comunque melodica… prima che “Happy For You”, con il suo arpeggio di chitarra, s’incarni in ballata morbida e notturna per poi vivere di contenute progressive sostenute distorsioni; il tutto immerso sempre in una bolla anni Ottanta.
“Demolition” è più energica, meno “sintetica”, ma sempre avvolta da atmosfere retrò, caratterizzata da un incedere cadenzato e da un bel alternarsi di voce.
“Tongue”, malgrado il suo piglio “art”, non deraglia dal binario fino ad ora percorso.
Anche “One Man” punta ad affascinare gli ascoltatori con i suoi echi abbordabili dal passato, echi che in “Where Is Gone?” con Rosalía alla voce risuonano (fin troppo) tra stanze già abitate, come quelle da Nick Cave (inevitabile che alla mente non si affacci la “Where the Wild Roses Grow” in duetto con Kylie Minogue).
Dalla ricerca della melodia e di ritornelli funzionali non sfugge “You Miss Me”, mentre la più essenziale “Japan” inizia a mostrare segni di stanchezza di ripetitività.
“Intimate” riporta i giri su coordinate più elettroniche, meccaniche, alienate, allucinate, con un cantato prossimo a un “rap” contemporaneo e un ritornello “corale”.
- Conclusioni
Sicuramente si può dire che i Fontaines D.C. non siano un gruppo “ripetitivo” rispetto a se stesso, ma con la stessa sicurezza si può dire che sia un gruppo poco incline all’innovazione musicale in senso ampio e che nel tempo si stia orientando verso il placet di un mercato che già in passato (anche per artisti e generi differenti) ho definito “alt-mainstream”; ad oggi, il già posto manzoniano interrogativo “sarà vera gloria?” non trova (personalmente) risposta positiva, atteso che “Dopamine Chamber” nella sua bella “confezione” e nel suo riuscito ascolto, avrebbe potuto lasciare un segno significativo se pubblicato quarantacinque anni fa (o giù di lì).
https://fontainesdc.com/
































