Con tre soli dischi, ovvero il sorprendente esordio del 2012 In the Silence, (il disco più venduto nella storia di Islanda), il riuscito seguito Afterglow del 2017 e la conferma mondiale Bury the Moon del 2020, in piena pandemia, Ásgeir ha superato in vendite nomi molto più famosi dell’ormai popolato e noto genere Icelandic, come Bjork e Sigur Ros. Time on My Hands, del 2022 ha confermato tutto il buono di questo notevole esordio, ribadendo anche la scelta di cantare in inglese, che viene ormai definiivizzata da questo quinto disco, Julia, uscito il 13 febbraio, per etichetta One Little Independent Records.
La piccola novità di questo quinto disco è che dopo anni trascorsi a collaborare con traduttori come John Grant e a lavorare con le poesie del padre, Einar Geor Einarsson, Ásgeir, per la prima volta ha scritto i suoi testi da solo. Il risultato è un’opera profondamente contemplativa ed intrisa di nostalgia, che vede Ásgeir meditare sui suoi rimpianti passati e sulle sue speranze per il futuro, guidato dal personaggio principale dell’album. “E’ stata la prima volta che ho scritto i testi completamente da solo, ho cercato di aprirmi e di affrontare i miei limiti. Ho imparato molto attraverso questo processo, è stato decisamente terapeutico per me”.
Musicalmente parlando, il disco non aggiunge novità allo stile ormai consolidato del cantautore islandese: molti brani sono stati composti inizialmente alla chitarra, dando priorità a melodia, chiarezza e significato. La produzione è stata poi sviluppata in collaborazione con l’amico di lunga data Guðm “Kiddi” Kristinn Jónsson, ma l’impianto semplice, immediato, tipicamente folk-pop come ci ha abituato nei dischi precedenti, è rimasto quello della iniziale composizione acustica, arricchito strumentalmente ma non modificato nella melodia di base.
Quiet Life, Against the Current e Smoke (quest’ultima registrata da vivo con una band di quattro elementi e successivamente arricchita con l’organo a pompa) sono particolarmente acustici, mentre più ritmo e strumenti elettrici sono introdotti in Ferris Wheel, la canzone forse più ricca del disco.
Nathaniel Smith, violoncellista di Nashville, aggiunge poi un sottofondo atmosferico in tutto il disco, improvvisando melodie che danno vita e dimensione ai brani in un modo che lo stesso cantautore non aveva mai immaginato prima.
Universe e Julia definiscono invece la storia tragica della protagonista immaginaria del disco, fulcro emotivo dell’album, che trae spunto da un’agghiacciante poesia islandese, una storia di fantasmi avvolta e costruita in Universe esclusivamente su un’inquietante pedal steele, storia di una donna dal cuore spezzato che torna dalla morte per ricongiungersi con il suo ex amante, per sempre.
Julia invece è acustica totalmente: le due canzoni, al centro esatto del disco, si stagliano per intensità, minimalismo, liricità, su tutto quello che si trova nel resto del disco, ripotando Ásgeir alla sua originaria caratteristica compositiva, più folk che pop strumentale. Senza dubbio restano le canzoni più magnetiche del disco, più lontane dalla immediata ascoltabilità e per questo più profonde, più dense, più intime.
Sugar Clouds è costruita su un insolito tempo di 7/8, in melodia notturna che rispecchia la tensione del suo tema, un desiderio di appagamento e pace interiore, mentre Stranger esplora la sensazione di diventare sconosciuti a sé stessi. In The Wee Hours cerca di catturare musicalmente il fascino dei locali aperti fino a tarda notte e delle conversazioni noturne, con la vivida consapevolezza che alcuni aspetti della vita non tornano più.
L’album si chiude poi con Into The Sun, un pezzo pienamente folk con una chitarra acustica strimpellata a pieni accordi per costruire un finale pieno di speranza e di liberazione. Il brano emerge alla luce a poco a poco, con un crescendo strumentale che si inserisce a metà canzone per dare una conclusione solare e luminosa, positiva, in cui emerge un senso di accettazione del sé in tutta la sua complessità e imperfezione.
Le influenze di questo disco, molto lontane dal genere icelandic con cui Asgeir ha in comune solo l’origine geografica, spaziano da Daniel Lanois, Leonard Cohen e Nick Drake ad artisti contemporanei come Adrianne Lenker, Dina Ögon, Gregory Alan Isakov e Saya Gray.
Ásgeir, negli ultimi anni si è esibito anche con l’Orchestra Sinfonica Islandese, ha registrato una live session per Arte TV a Berlino ed ha composto dei brani per l’opera teatrale kafkiana ‘Sýslumaður Dauðans’ presentata al Teatro Comunale di Reykjavik, ed è reduce da un lungo tour di oltre 70 concerti in Europa, paesi nordici ed Islanda, spesso in piccole chiese o luoghi appartati: queste esibizioni lo hanno ricondotto al cuore della sua musica, e infatti narrazione, presenza e calma condivisa, musica soffusa e toni sfumati e riflessivi e introversi si ritrovano nelle registrazioni di questo disco raffinato, altro tassello di questa sfolgorante carriera.
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