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Beirut – Gallipoli (4AD)

di Redazione
3 Aprile 2019
in Focus On, Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Non nascondo che, tredici anni fa, quando per la prima volta ascoltai “Gulag Orkestar” dei Beirut di Zach Condon, ne rimasi piacevolmente colpito per la sua godibile miscellanea di pop d’autore e musica folk da Europa centro-orientale vestita di un “inconsueto” abito da prêt-à-porter alternativo del momento.

D’altro canto, la fascinazione per un gusto esterofilo sospinto dal vento dell’est, è sempre stato un leitmotiv caro alla musica occidentale (che trovò il suo culmine nelle visioni orientali – psichedeliche di fine anni sessanta) e una tale contaminazione, se non per unicità nell’intuizione, mi appariva comunque stilisticamente degna di nota per il paese di provenienza e per l’età dell’autore, essendo (all’epoca) Condon un giovane ventenne statunitense.

Da quel lontano 2006, il viaggio musicale dei Beirut è proseguito e il suo “vento dell’est” ha soffiato con sempre più sommesso romanticismo nei fiati che lo hanno condotto sino a “Gallipoli”, ultimo lavoro discografico targato 4AD, per una carriera artistica senza picchi ma sicuramente saldamente attestata su un’aurea mediocritas.

E su queste coordinate si colloca anche “Gallipoli” che, se da un lato segna sulle “ascisse” una maggior contaminazione etnica, dall’altro accentua, sul ramo delle “ordinate”, il legame con il cantautorato indie che dagli scozzesi Belle and Sebastian spazia sino agli statunitensi Neutral Milk Hotel e The Magnetic Fields (ovviamente siamo ben lontani dai loro splendidi dischi quali, rispettivamente, “If You’re Feeling Sinister”, “In the Aeroplane Over The Sea” e “The Charm Of The Highway Strip”), con virate più pop stile primi The Decemberists e sperimentazioni ora melting pot (si pensi al brano Corfù), ora vagamente da avanguardistiche (We Never Lived here), ora insensatamente elettro/ambient come per la conclusiva Fin; il tutto comunque ben impiantato su stratificazioni da organo Farfisa, da sempre strumento guida per (e di) Condon: “Il progetto Gallipoli iniziò, nella mia testa, quando finalmente feci spedire il mio vecchio organo Farfisa dalla casa dei miei genitori a Santa Fe, NM a New York. Mi impossessai dell’organo durante il mio primo lavoro al Center For Contemporary Arts di Santa Fe; il cinema locale di film stranieri e spazio espositivo. Il tastierista di un circo itinerante (non è una barzelletta) lo aveva lasciato nel magazzino dopo che alcuni tasti e alcune funzioni avevano smesso di funzionare. Trascorsi i successivi tre anni scrivendo il maggior numero di canzoni che potevo tirarne fuori. La maggior parte del mio primo album (Gulag Orkestar, 2006) e una buona parte del secondo (The Flying Club Cup, 2007) è stata scritta interamente su questo organo, che visse nella mia cameretta non lontano da Santa Fe. Mi affidai all’aiuto di mio padre per farmelo spedire a Brooklyn, e poi da lì, nella mia casa di allora, in un angolo di Westchester nell’area protetta Titicus. Lo stabile era la casa di un custode nella villa di un multimilionario in carcere per evasione fiscale, frode monetaria e non so cos’altro. Iniziai a scrivere i primi brani di Gallipoli su quell’organo, nel tardo 2016, quando l’inverno stava per iniziare” (dal sito ufficiale).

“Gallipoli” è, quindi, un lavoro equilibrato che mostra un giusto punto di transitoria maturazione nella carriera artistica di Zach Condon.

Un’ultima annotazione va fatta sul titolo del disco che, al pari del brano omonimo, trova evidente ispirazione nella cittadina pugliese, regione che ha, in parte, ospitato le registrazioni del disco, come si legge anche nel “diario” di presentazione sul sito ufficiale: “Entro l’estate del 2017 ero sicuro di avere abbastanza materiale per un’altra lunga sessione di registrazioni. Con il totale inferno politico statunitense, la frenesia dei media e i costi proibitivi per vivere e registrare a New York, pensai fosse meglio che Gabe e gli altri mi raggiungessero in Europa per la sessione finale. Paul aveva trascorso qualche mese a Roma, durante il suo viaggio di nozze, visitando la città e addentrandosi nella scena musicale italiana, dove sentì parlare di un grande studio nella parte rurale della Puglia, nel tacco dello stivale dell’Italia. Indagammo e sembrava che fosse uno studio ben isolato, ben attrezzato e non eccessivamente altezzoso e decidemmo di andarci. Quindi io, Paul, Gabe e Nick, ci incontrammo nei primi giorni di ottobre del 2017 a Roma e prendemmo un treno diretto a Lecce, in Puglia, dove ci venne a prendere Stefano Manca, il proprietario del Sudestudio, e ci portò allo studio in aperta campagna. Ben e Kyle ebbero complicazioni per via di impegni con altre band, quindi decisi con determinazione di occuparmi degli ottoni come facevo un tempo, vedendo cosa sarebbe successo. Il mese successivo è stato una tempesta di giorni passati impegnandosi in studio dalle 12 alle 16 ore, facendo gite sulla costa e una dieta solida a base di pizza, pasta e peperoncini, comprati a Lecce, così piccanti da indurre le lacrime. Una sera ci trovammo per caso nella cittadina medievale di Gallipoli e seguimmo una band di ottoni in processione dietro a preti che portavano la statua del santo patrono tra le strette vie del paese, seguiti da quella che sembrava l’intera città. Il giorno seguente scrissi in una sola sessione, facendo pausa solo per mangiare, il brano che sarebbe diventato ‘Gallipoli’”.

https://www.beirutband.com/
https://www.facebook.com/beirutmusic

autore: Marco Sica

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