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“Il Laboratorio”, Pasquale Napolitano porta in scena l’esperienza unica della stamperia di Vittorio Avella, “un luogo d’amore, maestria, comunità”. Attiva la campagna di crowdfunding

di Michela Aprea
11 Marzo 2024
in Cinema
Tempo di lettura: 7 minuti
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Il Laboratorio, regia di Pasquale Napolitano. Foto di Domenico Nocera
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“La stamperia è la stamperia e tutti gli artisti sono uguali. Tutto il nostro impegno è uguale”.

La stamperia è un luogo magico che apre le porte alle pendici del Vesuvio, nella terra che diede i natali a un genio come Giordano Bruno e non poteva far altro che ripetersi. La stamperia è il luogo di ritorno di Vittorio Avella, l’uomo più bello del mondo (e ora a ottant’anni e passa più che mai), strappato da Parigi, luogo di elezione per artisti e avventurieri (all’epoca più che mai), per ricoprire il ruolo di segretario cittadino del Pci. A Nola. Alla fine degli anni ’70.

C’è un filo rosso che collega la terra di San Paolino alla Ville Lumière: è la tratta percorsa da Vittorio durante il suo esodo verso casa; gli anni ’70 sono alle spalle e davanti a sé ha la fine di un mondo e l’inizio di una nuova Storia.

Una storia che dura quarantacinque e che si sdoppia tra Napoli e Nola. Al fianco il compagno di sempre, Antonio Sgambati, con cui fonda la stamperia d’arte “IL LABORATORIO/le edizioni”, che ancora oggi è tra le realtà più importanti nel settore delle arti applicate a livello mondiale, con all’attivo edizioni di grande pregio che ne fanno uno dei più fini e ricercati centri di produzione di libri d’arte e d’artista del mondo, con un catalogo che annovera i più importanti nomi della poesia e delle arti visive. Libri a tiratura limitata, quelli di Vittorio e Antonio, nei quali si respira cura, bellezza e perizia.

Una scena da Il Laboratorio, regia di Pasquale Napolitano. Foto di Domenico Nocera

Nei quali respirare l’aria che tira in stamperia. Un luogo, quello, dove non trovano spazio ego altisonanti e titoli, un mondo in cui a vincere è l’eguaglianza, dove tutti sono uguali: gli artisti più giovani, alle prime armi, e quelli affermati, pure quando ormai sono assurti ad artistar.

È questo il mondo che il filmmaker ed esperto di visual-design e comunicazione audiovisiva Pasquale Napolitano porta alla ribalta in Il Laboratorio, film documentario dedicato all’impresa di Vittorio Avella e Antonio Sgambati. Scritto insieme a Daniela Allocca, poetessa e coautrice, quello de “Il Laboratorio” è il racconto di un rapporto fatto di amore, di legami, di comunità.

“È soprattutto una storia di amore quella che si vuole raccontare” afferma il regista durante l’intervista rilasciata a FreakOut Magazine. Nolano, Pasquale vive la stamperia come un rifugio adolescenziale, un luogo da cui è immaginabile pensare “che sia possibile fare arte anche se si viene da un paesino del vesuviano, con tutto quello che significa”. Un approdo, quello della stamperia, in cui ripararsi dal rischio d’omologazione, frutto degli anni passati al liceo classico cittadino e l’apparente assenza di orizzonti.

E dove ritrovarla invece una prospettiva, proprio a due passi, in quello che continua ad essere luogo di incontro, di scambio, di passaggi fantasmagorici e di arte, arte allo stato puro. Che è inventiva, maestria, gioco e patafisica, ma è anche il racconto di una maestria antica che trova le sue fondamenta nell’inizio della Modernità. C’è un filo doppio che collega Vittorio Avella a Johannes Gutenberg. Un ormeggio gittato quasi sei secoli orsono e che ora rischia di spezzarsi.

“La tecnica per incidere una lastra non è mai cambiata, solo i materiali sono diversi” si legge in comunicato realizzato per una vecchia mostra “Vittorio Avella – Il tempo, il paesaggio ed altre storie” che si è tenuta svariati anni fa alla PAGEA ARTE CONTEMPORANEA di Angri. “Noi siamo specializzati per la calcografia, – spiega Avella in quel carteggio – ossia la stampa ricavata da torchio calcografico a cilindro nata nel 1450: l’incisione è praticata su una lastra di metallo e l’inchiostro si deposita nelle parti incise. Ma usiamo anche l’acquaforte, tecnica incisoria più usata dai pittori, l’acquatinta per ottenere valori di chiaroscuro, la serigrafia dove l’inchiostratura è eseguita attraverso la trama di un tessuto di seta e altre tecniche“.

Una scena da Il Laboratorio, regia di Pasquale Napolitano. Foto di Francesco Manguso

Tecniche antiche che ora rischiano di scomparire, come un altro amore di Avella, la cartapesta, che per anni lo ha visto in prima linea: “Ero presidente dei cartapestai e in quanto tale ho guidato il progetto della “Cittadella della cartapesta” che prevedeva un museo, botteghe d’artigiani e scuola di formazione” si legge in un’intervista rilasciata a Repubblica, nel 2012. “Il progetto è stato anche finanziato dalla Regione” ma poi i lavori ad un certo punto “non si sa perché, sono stati interrotti”.

Logiche di mercato, moda, comprenderne le motivazioni è oscuro, fatto sta che anche a Nola, nella città dei Gigli di millenaria persistenza, “la cartapesta è stata sostituita dal polistirolo, e mentre all’estero viene usata per creare oggetti di ogni genere, da noi gli artigiani muoiono per consunzione”. Così il laboratorio si fa diario di una Resistenza, come quella che Vittorio porta sempre appuntata sul suo petto, in forma di una spilla dell’Anpi, e in ricordo di quanti hanno lottato per la liberazione dal nazifascismo.

Storia ostinatamente in direzione contraria quella di un poeta e sognatore, capace di inventarsi un’arte che è un po’ come fare l’amore in tre: da un lato, la poesia, dall’altro l’artista, al centro a muovere tutto l’incisore. Nascono così i suoi libretti d’arte, rimedio al narcisismo atavico degli artisti e quintessenza di un’arte che finisce di farsi utopia perché è realtà. Di un’arte in cui si fondano lavoro artigianale, inventiva poetica ed estro artistico. Quale definizione ideale per la perfezione?

E invece, in questo mondo di consunzione costante tutto rischia di scomparire. Anche il luogo (un’utopia reale, viva, vitale) di Vittorio Avella.

Una scena da Il Laboratorio, regia di Pasquale Napolitano. Foto di Domenico Nocera

Ed è allora ancora più necessario sostenere il progetto “Il Laboratorio” di Pasquale Napolitano. Film documentario, diario, monumento alle gesta di Vittorio Avella e Antonio Sgambati, i due in grado di creare, nel cuore dell’agro nolano, un’eccellenza mondiale, riconosciuta da tutti, fuori dalle proprie mura.

“Abbiamo lavorato con Achille Bonito Oliva, Fabrizia Ramondino, Luigi Compagnone, Michele Sovente, Edoardo Sanguineti, Mario Persico, Ernesto Tatafiore, Mimmo Paladino, Errico Ruotolo, Gianni Pisani, Riccardo Dalisi e molti altri artisti, molti dei quali stranieri. Ci conoscono in Germania e in Francia e qualche anno fa sono stato chiamato dalla Hebei Normal University, in Cina, per tenere una mostra e un corso formativo d’incisione” ricordava ancora Avella in un’intervista a firma di Anna Marchitelli, apparsa su Repubblica.

“Mi spaventa pensare che la mia attività finirà con me, in questi ultimi anni che mi restano sono disposto a fare qualcosa per aiutare i giovani e insegnare loro l’arte incisoria, la stampa di qualità, fino a recuperare i materiali naturali usati per produrre opere. Da soli non ce la facciamo e non abbiamo bisogno di soldi o strutture, ma di impegno e dedizione, non possiamo assistere alla morte dell’artigianato senza fare nulla” denuncia ormai da tempo. Uomo di parola, ha tenuto un corso di formazione in Calcografia e Serigrafia presso Casa Morra. Ma non può bastare.

Il rischio è troppo alto: è quello di cadere nell’oblio. Un’opzione che, come una maledizione, sembra contrassegnare tutta la sua opera: “Nasciamo come stamperia d’arte per artisti, gallerie d’arte ed editori. Nel tempo ci siamo specializzati nel lavorare direttamente con gli artisti, in fondo io sono partito come artista e so come instaurare un rapporto di fiducia. Per produrre cinquanta copie impieghiamo dai quattro mesi a un anno, allo stesso modo la vendita è lenta, abbiamo libri stampati venti o trent’anni fa e i maggiori acquirenti restano i collezionisti sebbene stiano diminuendo. A volte il guadagno viene molto dopo la pubblicazione, perché nel frattempo l’artista ha acquisito notorietà, dunque il valore dei libri che stampiamo aumenta col tempo e noi cresciamo insieme all’artista. Le copie dei libri sono firmate una a una e una volta terminata la pubblicazione, il libro non esiste più, né il testo né l’immagine“. O, forse, è proprio questo rischio il segno della sua eternità.

Trailer di “Il Laboratorio” regia di Pasquale Napolitano

C’è ancora tempo per contribuire alla campagna di crowdfunding a sostegno del documentario “Il Laboratorio”. Per farlo, è possibile rilasciare donazioni libere, oppure dai dieci euro in su, è possibile ottenere un benefit in cambio. Quello più ambito? Di certo una delle opere originali di Avella oppure uno dei celebri Libri del Merlo, una delle serie più longeve del laboratorio.

Per contribuire e saperne di più: https://www.produzionidalbasso.com/project/il-laboratorio/

“Il Laboratorio” è un film scritto da Pasquale Napolitano e Daniela Allocca. Diretto da Pasquale Napolitano, é prodotto da Lapej Communication.

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