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L’Europa che non abbiamo. La moneta definisce i diritti ‘sociali’.

di Redazione
4 Luglio 2019
in Focus On, Oltremusica
Tempo di lettura: 4 minuti
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La storia d’Europa è stata, sino all’altro ieri, una storia di conflitti sanguinosi, di pulsioni egemoniche di dominio. Una storia di divisioni, che ha sempre concepito l’unione come il predominio di uno su tutti. C’è voluto il sangue di milioni di europei, e le immani distruzioni materiali di due guerre mondiali nell’arco di soli trent’anni, perchè si provasse a superare quella visione. Da lì nasce l’idea europeista, dal rigetto di quel cupo passato – o quanto meno dalla volontà di superarlo.
A quella necessità ‘etica’, in epoca più recente si è aggiunta una necessità ‘materiale’: nell’era della globalizzazione, infatti, le piccole realtà nazionali, per quanto possano essere economicamente e politicamente ‘forti’, sono destinate al declino. La competizione mondiale – posto che non siamo ancora riusciti a superare il modello competitivo dell’economia di mercato – non perdona, e chi non sa attrezzarsi per affrontarne le sfide non può che scivolare ai margini.

Il futuro, diceva alcuni decenni fa un politico francese, non è scritto da nessuna parte. Siamo noi a scriverlo, giorno dopo giorno, in una tessitura corale in cui nessuno ha il monopolio della narrazione, ma questa nasce e si definisce dall’interazione di innumerevoli ‘voci’.
 E poiché, appunto, queste voci non sono in effetti assimilabili ad un coro – in cui tutto punta ad armonizzarsi – ma piuttosto ad una cacofonia, ad un caos generativo, mettere insieme più voci, accordarle tra loro in vista di un risultato comune, diventa un imperativo cui non ci si può sottrarre.
 Se dunque è questa l’Europa di cui abbiamo bisogno, non è però l’Europa che abbiamo.
 Le intuizioni e le volontà degli ispiratori e dei ‘padri fondatori’, si sono perse già sul nascere. Edificare l’Europa sulla base dell’economia (e sostanzialmente solo di quella) è stato sicuramente più facile, ma non di meno quanto di più errato. É certo che trovare accordi di natura commerciale, e successivamente anche monetari, è stato assai più semplice che non far accettare cessioni di sovranità politica. La miopia è stata non rendersi conto che, così facendo, nessuno dei membri cedeva sovranità all’Unione, ma tutti insieme la cedevano all’economia.

Il primato della politica, ovvero il cuore della sovranità, il potere di decisione esercitato nelle forme e nei modi previsti dalle Costituzioni, fa in quel momento harakiri. Da lì, infatti, parte ineluttabilmente la deriva che porterà l’economia a divenire fattore regolatore sovranazionale, sottratto a qualsivoglia controllo ed autorità, sino a divenire – nell’immaginario collettivo – quasi un fenomeno ‘naturale’, che piaccia o meno va comunque accettato.
 Ugualmente, è da lì che trae origine la scomparsa della distinzione politica tra destra e sinistra; poiché entrambe condividono l’abdicazione della politica nei confronti dell’economia, e quindi la subordinazione della prima alla seconda, ecco che le differenze (valoriali e pratiche) si ridislocano altrove, si assottigliano e si marginalizzano: la differenza residuale, infatti, si colloca ormai sul piano dei diritti ‘civili’, individuali, avendo entrambe delegato alla moneta la definizione dei diritti ‘sociali’.

In questa faglia, l’Europa rischia di precipitare. 
La crisi d’inizio secolo si è abbattuta sull’Europa, mostrandone tutte le fragilità, le inadeguatezze. Lungi dall’essere un fenomeno ‘naturale’ – le crisi sono una costante periodica dell’economia capitalista – e soprattutto lungi dall’essere percepita come tale dagli europei, ha solo accelerato la maturazione di una crisi politica che incubava da tempo. E che, appunto, investe l’intero spettro delle questioni ‘politiche’: dalla rappresentanza alla sovranità, dal primato della finanza o della politica, alla collocazione nel contesto globale.
 L’onda lunga degli effetti politici connessi alla crisi economica, giunta a maturazione segna la fine di una fase storica. Non è più soltanto questione di chi governa, di alternanza tra le visioni contrapposte ‘classiche’; gli europei percepiscono oggi chiaramente che l’Europa, quale l’hanno conosciuta negli ultimi decenni, non è (più) ‘madre’, non è il luogo sicuro in cui far crescere i propri figli, ma è divenuta ‘matrigna’, attenta soltanto agli interessi di pochi (sempre meno, per di più). Da qui, il rigetto verso l’Europa, e verso chi l’ha incarnata e rappresentata.

Il paradosso, è che – in mancanza di alternative – questo rifiuto si rivolge verso chi propugna un ritorno unilaterale al passato, all’Europa delle piccole patrie, che proprio per il suo essere anacronistica non è assolutamente in grado di garantire quella ‘sicurezza’ che promette.
 L’Europa dei muri, dei confini chiusi, del ‘ciascun per se’, non può affrontare né tanto meno risolvere nessuno dei problemi che la affliggono. Tutte le grandi questioni sul tappeto, tutte le crisi – dall’economia al declino demografico, dalla rappresentanza alle migrazioni – si collocano infatti su una dimensione di scala assolutamente ingestibile a partire da piccole realtà nazionali; che per di più, già da tempo hanno perso capacità di intervento persino sulle questioni ‘interne’.
 La sola idea che una somma di ‘egoismi’, di chiusura nella difesa di interessi particolari, possa mai tramutarsi in una forza di maggiore capacità, è palesemente infondata.
 É una fuga dalla realtà, come lo struzzo che ficca la testa sotto la sabbia quando avverte un pericolo. Nessuno si salva da solo.

Ciò nonostante, la storia va avanti; non si ferma ad aspettare che ci si svegli dall’illusione. Quella tessitura a più voci, quella cacofonia di cui si diceva, continua a produrre il nostro futuro. Che però non è un risultato casuale, ma come un corpo in caduta su un piano inclinato si dirige laddove lo orienta chi può ‘manovrare’ l’assetto del piano.
Se una fase storica si è chiusa, ed esclude quindi che si possa tornare agli assetti (ed ai protagonisti…) di ieri, quella nuova non è ancora definita. Per dirla con Gramsci, “crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”
Abbiamo bisogno d’Europa. Ne abbiamo bisogno per non rinunciare a ciò che siamo, per non riprecipitare in un fosco passato – peraltro impossibile.
 Abbiamo bisogno di un Europa che metta al primo posto la partecipazione politica dei suoi cittadini, e che riconquisti il primato della politica sull’economia. 
Abbiamo bisogno di un Europa che risolva le sue innumerevoli ‘questioni nazionali’, affinché le storie, le culture, i popoli europei possano esserne parte su un piano di parità.
Abbiamo bisogno di un Europa che rispetti le differenze, ma metta sempre al primo posto le solidarietà.
Abbiamo bisogno di un Europa aperta, coraggiosa, innovativa.
 Abbiamo bisogno, urgentemente, di donne e uomini che prendano in mano il proprio destino, di teste e gambe perché quest’idea d’Europa diventi realtà.

di Enrico Tomaselli

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