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Recensione: Nadàr Solo – Un piano per fuggire (Massive Arts)

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Si intitola “Un piano per fuggire il secondo lavoro dei Nadar Solo, giovane band torinese classe 2007 che in breve tempo ha già raggiunto parecchie tappe: dall’inserimento nel rotocalco di Mtv Brand:New con il video del singolo “Novenovembre”, alla ripetuta trasmissione sulle frequenze di Radio Capital con “Roba Sporca”.
Le dodici tracce del nuovo album si presentano dunque come un progetto tecnicamente maturo, curato nel dettaglio, a cui si affianca un ottimo lavoro per quanto riguarda le scelte di produzione. Nonostante questo, le canzoni portano dentro un’ingenuità bambina, fatta di riff alla chitarra che non sono mai troppo cattivi e testi nostalgico-poetici che assimilano la lezione de Le luci della centrale elettrica, senza tuttavia risultare pedanti.
Il disco si apre con il primo singolo, 7 anni, e dirige subito l’ascolto nel mood definitivo dell’album, che potrebbe definirsi alla lontana una sorta di concept dai motivi intimistici di un sabato pomeriggio dei 16 anni del mondo: a tratti si affacciano le suggestioni dei Tre allegri ragazzi morti a rievocare una certa ribellione adolescenziale; un’irriverenza romantica sempre accompagnata dalla chitarra insistente, una batteria marziale che gioca a fare la guerra e trasforma tutto nel set di un film sulla Bologna anni settanta, in un fumetto di Andrea Pazienza (ancora più forte in Radical Trip).
Il retrogusto punk è mitigato con abilità dai coretti melodici generazione indie anni zero: canzoni come Un’ora sola e La strada restano in testa, tormentano i pensieri anche una volta passati i due minuti e mezzo circa che gli sono stati concessi al primo ascolto. Le 100 cose è forse, insieme a Lo stato maggiore, una delle tracce portanti dell’album. La linea vocale parlata, distorta, supportata dal ritmo insistente del basso-batteria si avvicina ad una malinconica tensione poetica.
Citando il testo, “le regole del mondo sono un sogno che hai dimenticato”: c’è sempre voglia di andare oltre, di sconfiggere il senso di sconfitta. Di non essere giovani che si piangono addosso. E di sicuro i Nadar Solo non lo fanno.
Se non torni è una ballata dolce e leggera che ricorda le concessioni acustiche dei Kooks; spicca per brevità ed è come un pensiero proibito soffocato da un sorriso.
“Nel piano orizzontale il mondo è attutito e lento. In questo giorno di inverno verticale basta aprire gli occhi per salutare la terra dove sono nato, basta chiuderli per raggiungere il paese del ricordo bambino”: recita il testo di Inverno Verticale, un pezzo completo e intenso. La musica dei Nadar Solo ha le tonalità dolci dei colori pastello; l’intensità di quando li calchi forte sul foglio e sfuggono fuori dai contorni, irriverenti; il profumo del legno e della cera sfregati sulla carta che ti riportano tra i banchi, a scrutare di nascosto verso il posto della più carina della classe.
Niente di nuovo, in verità. Niente di sperimentale o innovativo o geniale. Ma fatto bene.

Autore: Vittorio Lannutti

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