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Recensione: The Faint – Wet From Birth

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Con tutto il trambusto delle grandi città oltreoceano, ci mancava solo che nel profondo midwest di Omaha, Nebraska, ci si mettesse a far musica con la determinazione e la spavalderia che solo nell’aria viziata di smog di una metropoli sembrano poter essere assorbite.
Proviamo allora a pensare quali possono essere i presupposti, le prerogative, gli orizzonti del far musica in quella che, con le dovute proporzioni, può essere guardata più o meno come la “Campobasso americana”. Poche pressioni, innanzitutto. Poca concorrenza. Sensazione di essere pionieri di qualcosa. Già, ma il pubblico? Chicago non è dietro l’angolo, ed è tuttavia il più vicino polo di attrazione.
E uno straccio di etichetta? Bè, quella almeno c’è. Ed è una realtà già ben consolidata la Saddle Creek, la creatura di quel Conor Oberst, main-man dei Bright Eyes, che pure ha militato con i Faint dei primordi, quando ancora si facevano chiamare Norman Bailer, e quando ancora si definivano, con le chitarre in primo piano, “folky noise”. E sempre Saddle Creek/Bright Eyes è la provenienza di Mike Mogis, che questo disco ha registrato e prodotto.
Molte cose sono cambiate. Todd Baechle e soci hanno esclamato il fatidico “eureka” con la “scoperta” delle tastiere. Non si è andata ad accrescere l’anagrafe delle band elettroniche, ma il sound dei Faint, già ostile ai massimalismi rock, ha intrapreso la strada della pop-dance. Una robusta pop-dance, però.
Con le sue esplosioni di ritmi grassi e regolari, “Wet From Birth” potrebbe associarsi, vuoi per vantaggi commerciali propri, vuoi per comodità descrittive nostre, alla disinvoltura dance-punk che rende effervescente la produzione rock di una New York City, anche se un che di “twisted” rende plausibile anche l’accostamento agli Enon, o – pur se meno “flippati” – ai “progenitori” Brainiac. Di sicuro la sua essenza pop ne prevede il medesimo disimpegno, tuttavia di qualche differenza si impone segnalazione.
Il sound dei Faint sembra infatti poggiare, più che su una certa “squadratura” del ritmo (che comunque non manca), sulla “curvatura” delle melodie – anche quando più spigolosamente rock –, così come il richiamo, già manifesto, agli anni 80, diventa in alcuni casi (la wave-romantica di ‘How Could I Forget’, le vaghe “depecherie” di ‘Erection’, quella ‘Symptom Finger’ che da un momento all’altro minaccia di sfumare in ‘You Spin Me Round’ dei Richenel) quasi spudoratamente incompromissorio, se non anche, pacchianamente, eccessivo.
Altrove le cose funzionano meglio. E’ un sound saturo di energia, “che rimbalza”, fors’anche cazzone quello dei Faint, frutto non solo di un intensivo sfruttamento delle tastiere (che raggiunge l’apice in ‘Paranoia Attack’), ma anche – se ne potrà mai fare a meno? – di una mai doma chitarra (play sul “singolone” ‘I Disappear’, pur non immune dagli anzidetti eccessi, e su ‘Drop Kick the Punks’ a tal proposito). E non abbiamo ancora detto nulla sugli arrangiamenti di archi (‘Desperate Guys’, ‘Southern Belles in London Sing’), valido complemento alle velleità di “completezza” con cui i Faint arricchiscono di dettagli il loro stile. Pur senza essere questi ciò che farà pulsare le pareti intorno a voi…

Autore: Bob Villani

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