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Roger Waters, nessun confronto va fatto tra i due “The Dark Side of the Moon”.

di Marco Sica
22 Ottobre 2023
in Focus On, Speciali
Tempo di lettura: 9 minuti
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A cinquant’anni dall’uscita di “The Dark Side of the Moon”, ha suscitato particolare interesse e clamore la pubblicazione dell’intero disco, nella versione inedita e “rivisitata” da Roger Waters.

Per affrontare con serenità e onestà intellettuale l’analisi di “The Dark Side of the Moon – Redux” (Cooking Vinyl – Egea Music – The Orchard), è, in primo luogo, opportuno sgombrare la mente e l’animo da ogni preconcetto e/o faziosità che nel tempo è nata in merito (e in seno) ai Pink Floyd, soprattutto nel dualismo Waters/Gilmuor.

Gettando lo sguardo e l’orecchio oltre ogni partigianeria, non è ardito affermare che Waters abbia “licenziato”, ben più di Gilmour, dischi di interesse quali “The Pros and Cons of Hitch Hiking” (che Waters propose alla band nel 1978 in versione demo come “alter ego” di “The Wall” e che, contrariamente a molta critica, personalmente ho apprezzato) e “Amused to Death“ (il più compiuto); da menzionare anche “The Lockdown Sessions“, non per il valore in sé, ma in quanto contenente “Mother” e soprattutto “Comfortably Numb”che (con un’analisi retrospettiva) lasciava intuire quali fossero le coordinate sulle quali Waters si stava iniziando a muovere nella rilettura dei classici “pinkfloydiani”.

Postilla per i lavori solisti degli altri membri dei Pink Floyd, tra cui spiccano “The Madcap Laughs” e “Barrett” di Syd Barrett (belli e di culto), mentre in secondo piano si collocano quelli di Richard Wright (il godibile “Wet Dream” è stato recentemente edito con un missaggio a cura di Steven Wilson); discorso a parte per Nick Mason “autore” (tra l’altro) dello stralunato “Fictitious Sports”, miscellanea di psichedelia e jazz di stampo zappiano (il disco, come affermato dallo stesso Mason nell’autobiografia “Inside Out”, è formato da canzoni scritte da Carla Bley che, oltre a suonare le tastiere, ne è anche co-produttrice con Mason).

Va comunque detto che Waters (come del resto i restanti Pink Floyd ad eccezione di Syd Barrett) sia ben lontano da incarnare un esempio di musicista capace di realizzarsi individualmente in modo superiore o paritetico a quanto riuscito ottimamente in “gruppo” (come invece accaduto per il Klaus Schulze di “Irrlicht”, il Robert Wyatt di “Rock Bottom” – prodotto da Nick Mason -, il David Pajo/Papa M di “Live from a Shark Cage”, il Donald Fagen di “The Nightfly” …), certificando così i Pink Floyd (post Barrett) come sintesi perfetta e irripetibile di distinte personalità artistiche (non a caso perplessità continuano a suscitarmele le registrazioni “soliste” in studio di “Ummagamma”); né tantomeno Waters e i restanti Pink Floyd si sono mai imposti come “nome solista”, ex membri di un celebre gruppo, alla stregua di Peter Gabriel, Phil Collins, Sting, Lou Reed, Eric Clapton, (il già citato) Robert Wyatt, Steve Winwood, Brian Eno, Mark Stewart, David Byrne, Nick Cave, David Grubbs, Jim O’Rourke, (il già citato) Steven Wilson, Steve Wynn …

Nessun confronto va pertanto fatto tra i due “The Dark Side of the Moon” e non condivido chi stia già correndo in strada stracciandosi le vesti e gridando “lesa maestà” sebbene, ci tengo a ribadirlo, riconosco la “perfezione” e l’“equilibrio” unico della versione datata 1973, che resta il più riuscito “prodotto” della storia della musica.

Come ebbi, poi, modo di scrivere su queste pagine in un precedente articolo, se da un lato ‘non ho mai condiviso “l’iperdulia mariana” che accompagna i Pink Floyd, sia tra i loro “devoti” fan che tra alcuni “addetti ai lavori” … devo necessariamente riconoscere la “perfezione” e l’“equilibrio” unico che scolpisce i solchi di The Dark Side of the Moon, rendendolo – a mio giudizio – il più riuscito prodotto discografico della storia della musica’; ne deriva che l’operazione compiuta da Roger Waters, e ogni sua valutazione, devono essere scevre da esasperati confronti con l’“opera” originale, che resta sì un punto di riferimento ma va privata dell’intoccabile e immutabile atto divinatorio che spesso l’accompagna; parimenti trovo sterile commento porsi l’interrogativo sull’opportunità (o meno) di riscrittura di “The Dark Side of the Moon”. D’altro canto c’è innumerevole “letteratura” che testimonia come nelle arti sia possibile rileggere con abilità e giustezza talune “opere” apparentemente “uniche”; penso, in musica, alla “(I Can’t Get Me No) Satisfaction” dei Devo, alla “Cortez the Killer” dei Built to Spill, alla “Dazed and Confused” dei Led Zeppelin, all’“Hallelujah” di Jeff Buckley, “All Along the Watchtower” di Jimi Hendrix … e ancora alle versioni “unplugged” che molti musicisti hanno eseguito del loro stesso repertorio (la “Layla” dei Derek and the Dominos nella versione “acustica” di Eric Clapton ne è forse il più fulgido esempio), senza contare l’ambito cinematografico, tra remake e trasposizioni di classici della letteratura (anche se in quest’ultimo caso muta la forma espressiva). Di segno opposto (ma resta una valutazione dello scrivente) per tutti il discutibile “Darwin!” del Banco del Mutuo Soccorso e la “saga” di “Tubular Bells” di Mike Oldfield; senza contare, per rimanere in ambito Pink Floyd, che lo stesso David Gilmour si è cimentato anche in una (sicuramente evitabile e non nelle sue “corde”) versione acustica di “Shine On You Crazy Diamond”, mentre mi torna con piacere all’orecchio la delicatissima e riuscita versione (altrettanto acustica) di Christy Moore (di “Shine On You Crazy Diamond” da segnalare anche le belle esecuzioni live sia dei Gov’t Mule, con la “sudata” chitarra e la voce di Warren Haynes, che del progetto Colonel Les Claypool’s Fearless Flying Frog con il “cavalcante” basso – e non solo – e la “pazza” voce di Les Claypool).

Tornado ora al tema principale della nostra trattazione, puntualizzo subito che con “The Dark Side of the Moon – Redux” Roger Waters ha restituito un buon lavoro discografico (con più pregi che difetti: punti di maggior forza la splendida “Money” e gli inserti “parlati”, sebbene talvolta eccessivi, mentre punto estremamente debole si è rivelata “Great Gig in The Sky”); c’è comunque da dire che le anteprime di “Money” e di “Time”, con il loro (dis)equilibrio, avevano lasciato presagire un lavoro di caratura elevata che poi, nel suo complesso, terminato l’ascolto integrale, (tradendo parzialmente le aspettative) si è dimostrato, come detto, un buon lavoro da far comunque girare sul piatto, in tranquilla autonomia e con enorme piacere, indipendentemente dall’ingombrante presenza del suo predecessore.

Tutto il disco è caratterizzato da un funzionale suono “profondo”, che enfatizza le graditissime frequenze “basse”, da un “apparente” rallentamento sonoro, da un’esatta scrittura per organo, da posate e giuste rifiniture di chitarra acustica e theremin e da arrangiamenti di archi sempre equilibrati.

E così, “The Dark Side of the Moon – Redux” è da Waters scardinato dal suo omonimo primigenio e ancorato a una non celata decadenza ed ecumenica introspezione che irrompe sin dall’iniziale “Speak to Me”, in cui il testo di “Free Four” (che ha, nella versione originale, uno “scanzonato” arrangiamento musicale) diviene cupo “spoken” con il quale Waters presenta se stesso e ciò che sarà a venire per l’ascoltatore: “The memories of a man in his old age/are the deeds of a man in his prime/You shuffle in the gloom of the sick room/and talk to yourself as you die/For life is a short, warm moment/and death is a long, cold rest/You get your chance to try/in the twinkling of an eye/Eighty years, with luck/or even less …”.

Le parti parlate/recitate diventano, così, da subito una caratteristica portante, aggiungendo ai testi concetti, visioni e nuove narrazioni: una formula “lirica” affascinate che conferisce al tutto una sincronica quanto diacronica visione d’insieme.

Se proseguendo con “Free Four”, “You are the angel of death/and i am the dead man’s son …” fa da ponte e dà l’abbrivio ad un’ovattata “Breathe”, in cui spicca l’organo (strumento che sarà significativo in tutto il disco) e i “ricami” della chitarra acustica, “On the Run” esegue un upgrade dell'”elettronica”, introduce elementi di “musica concreta”, intermezzi “suonati” (dal piglio austero), per essere didascalica “base” in cui, come per il sogno di “The Pros and Cons Hitch Hiking”, Morfeo dona rivelazioni: “Today i awake from a dream/It was a revelation”; se l’elettronica del 1973 non mi aveva mai completamente convinto, non sfruttando le potenzialità del VCS3 (campo in cui i Pink Floyd non hanno mai eccelso – è bene sempre rammentare su quali altri binari viaggiava la coeva Germania con il suo “krautrock”), l’elettronica del 2023 lo fa ancor meno: Waters ha perso una buona occasione per attualizzare e sperimentare a campo aperto …

“Hanging on in quiet desperation” paluda “Time” in ovattati “frames” che emendano, come in una immagine al negativo, ogni suono “metallico”, “ripiegando” più che “risolvendo”, e ingentiliscono il tempo di romantica mestizia sublimata dalla chitarra che annuncia il cantato e dal contraltare di organo e della voce “razionale” del theremin che trasportano l’ascoltatore in un tempo senza tempo, i cui ingranaggi si muovono con meccanica quantistica. Come da tradizione, sebbene il tempo fosse passato e la canzone finita, anche la “Time” di Waters ha altro da dire con la apparentemente non dichiarata “Breathe (Reprise)” che “incanta” e sospende i giri … “to hear the softly spoken magic spells”. “The voice had been there all along/Hidden in the stones in the rivers/Hidden in all the books/Hidden in plain sight/It was the voice of reason” fa didascalica chiarezza e segna un ulteriore punto sulle coordinate di ciò che “The Dark Side of the Moon – Redux” è (e forse sarebbe dovuto essere da sempre per Waters).

“Great Gig in The Sky” discende con un volo di uccelli in terra per comprimersi in una pastorale, assonata, “sorda” e disinnescata bomba, residuato bellico, “aebersold” per “spoken” che nei passaggi strumentali (senza il narrato) registra il punto più basso e meno riuscito del disco.

“Money”, piccolo capolavoro, svestito l’abito “popular” indossa un claustrofobico e “marcescente” abito rituale; l’esigenza di introspezione e di malessere si amplifica, perde ogni visione salvifica, si fa umana e resta umana e crocifissa alla sua esistenza dannata. Il celebre basso contempera un recitato/cantato roco su atmosfere e arrangiamento da decadente teatro sperimentale mitteleuropeo, il testo rigurgita uno “spoken”, la narrazione si fa “incontro” e “scontro” all’inferno, patto mefistofelico per un’anima già persa “The Devil pats the briefcase that holds the Faustian pact”: eccellenza per un Woland Faustiano.

“Us and Them“, mantenendo fede al messaggio contenuto nel testo, è marziale nella ritmica ed è esequie con onori funebri nelle aperture; da “camera” i dialoghi tra organo, chitarra e “orchestrazioni”.

“Any Colour You Like” è sicuramente il brano che ha meno “risentito” del “Redux” essendo comunque stato dal vivo, per i Pink Floyd stessi, momento di improvvisazione più libera (ne è prova la recente versione pubblicata del “Live at Wembley 1974”); anche in esso il “colorato” recitato di Waters “Any colour you like/Blue and yellow/Pink/Red/Black/Rainbow/Yeah, raimbow/Why don’t we re-record Dark Side of the … He’s gone mad” fa da padrone; forse Waters avrebbe potuto limitare la sua esigenza di narrazione, mantenere la funzione strumentale del pezzo e utilizzarlo per una più spinta sperimentazione (pecca, che come detto, è anche di “On the Run” e di “Great Gig in the Sky”).

“Brain Damage” ed “Eclipse” sono entrambe “asciutte” e confacenti per atmosfera ai Pink Floyd the “The Final Cut” o al Waters del citato “The Pros and Cons of Hitch Hiking” nella loro “frenata” esecuzione: “Eclipse” realmente obnubila; come per l’iniziale “I’ve been mad for fucking years, absolutely years ….” di “Speak to Me”, il “Dark Side” di Waters è orfano anche della celebre frase di chiusura “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark” sostituita da “I’ll tell you one thing, Jerry, me old mucker. It’s not all dark, is it?”.

Con una forse solo eccessiva personale esigenza di comunicazione, che si è rivelata Giano bifronte nel suo chiaro/(o)scuro, si può concludere che Roger Waters abbia così definitivamente abbattuto il muro, e se “The Dark Side of the Moon – Redux” scontenterà (probabilmente) tanti cultori (e non) dei Pink Floyd, Waters è certamente allunato sul suo (e più vero) lato della luna.

Menzione finale per la bella “cover” con il cane con la copertina con il “prisma” riflessa nell’occhio (belle le foto tutte di Kate Izor), soprattutto nel formato vinile, il quale riserva un Side 4 di “musica concreta” in cui compare tra suoni e rumori, oltre alla voce di Waters, anche quella del cane stesso.

Con Roger Waters (Vocals, Bass on Any Colour, VSC3): Gus Seyffert (Bass, Guitar, Percussion, Keys, Synth, Backing Vocals); Joey Waronker (Drums, Percussion); Jonathan Wilson (Guitars, Synth, Organ); Johnny Shepherd (Organ, Piano); Via Mardot (Theremin); (Azniv Korkejian (Vocals); Gabe Noel (String Arrangements, Strings, Sarangi); Jon Carin (Keyboards, Lap Steel, Synth, Organ); Robert Walter (Piano on Great Gig).

The Dark Side Of The Moon Redux
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Marco Sica

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