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Cinema: Una notte sul taxi con i D’Angelo (senior e junior)

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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Intervista a Tony D’Angelo, figlio del cantante, al suo primo film

L’impegno del cinema indipendente partenopeo, dà uno scacco alle grandi produzioni, e si affaccia su una città nuova: non più la solita brutalità dei compromesso napoletano, non l’immagine discendente e distorta né brutale e realistica di una città sull’orlo del baratro, disperata, castigata. Bensì uno scorcio di poesia narrativa, un racconto che, come in un sogno, si svincola dai cliché ma non rinnega la retorica del quotidiano confronto con i giudizi ed il qualunquismo nostrano.
Un film, “Una Notte”, firmato da Tony D’Angelo (all’esordio) dai toni delicati, che non manca di sapiente ironìa, un contorno nostalgico per raccontare, nell’arco di intera notte, una storia di amicizia e memoria, parafrasi spirituale di un racconto cechoviano, così come Goffredo Fofi tiene a sottolineare, ribadendo persino una lettura dei personaggi alla Cassavetes.
Il film si nutre di essi e trasmette un sentimento di empatia dove i ruoli “caratterizzati” traggono spunto dalle intuizioni, dall’indole liberamente orchestrata, degli interpreti. A Roma , alla Casa del cinema in Villa Borghese, l’attesa anteprima e l’incontro con il cast. In sala, presenti alcuni dei brillanti interpreti del film, Nino D’Angelo, Riccardo Zinna, Salvatore Sansone, Luigi Iacuzio, (assenti Alfonso Postiglione e Stefania Troise); nonché il regista, Toni, ed il “crepuscolare” direttore della fotografia, Rocco Marra.
Papà Nino, partecipa al film, in un ruolo “di superficie”, stilizzato, ma che in realtà si trasforma in una seconda chiave di lettura narrativa, una figura che oscilla tra il consueto e non, apparentemente e volutamente scontata, essa sottolinea, accompagna, e realizza una parte di quel sogno a cui partecipano i protagonisti. Sono cinque amici di estrazione sociale borghese napoletana, conducono le proprie vite in differenti città, finchè la morte di un loro caro, Antonio, li conduce ad un incontro che durerà una notte intera. Notte “ispirata” dal filo comune che li avvolge. Dalla veglia funebre alla cena che li rivede tutti assieme è un continuo altalenarsi di dialoghi fra i quattro ricchi di “spunti ironici, di ricostruzioni gestuali, amarezza e sarcasmo ma senza durezza. L’animo di ognuno di essi è mutato, ma conserva un calore nel suo interno, volutamente sottolineato dal regista, e che nulla ha a che vedere con accenni talora mielosi da “Grande Freddo”, alla Kasdan. Un confronto con il talento di Nino, qualche domanda per saperne di più.

L’INTERVISTA

Un film interamente indipendente, di difficile realizzazione, dato il budget: come lo hai vissuto?
Toni D’Angelo: con una passione profonda legata all’ansia del compromesso, l’ansia del tempo, che non era mai abbastanza, l’ansia per la pellicola che finiva…L’ho girato in venti notti in 35mm con poco meno di duecentomilaeuro… le nostre esigenze erano ridotte all’essenziale ma ci hanno stimolato a dare il meglio, a trovare escamotages non sempre di comodo, per gestire le inquadrature, per rendere più sfaccetata ogni singola scena, un parto sofferto, piacevole ma sofferto.

Come nasce questa idea, il racconto, solo tuoi i testi?
T. D’A: Le scene le ho scritte con Salvatore Sansone, a cui proposi l’idea. Una commedia umana, che si sviluppa come nel corso di un viaggio, il ritorno alle origini lascia trapelare la tragicità della vita quotidiana…ci abbiamo discusso a lungo poi il tutto ha preso piede, ha avuto un senso.

Il ruolo di tuo padre nel film,è stato premeditato, o si è sviluppato al momento?
Era necessario per me, e si è sviluppato con il confronto tra noi del cast, volevamo creare un personaggio popolare, che rischiarasse nella notte, una figura salvifica, umile ma intriso di speranze, finanche banali, un traghettatore a cui dare facilmente il via per assumersi questo ruolo, come una responsabilità sentita da tutti.
Napoli, città d’autore…Infatti io credo che Napoli non sia solo un tripudio di mandolini e camorra a oltranza. E’una città in cui spregiudicatezza e poesia vanno a braccetto, come dire, Città del Messico ed una piccola New York. E seppur lontana dai riflettori, Napoli si mantiene sinuosa, una stoffa simile al velluto, distante dalle dinamiche cinematografiche di Roma, ma in un certo senso questo potrebbe anche essere un fattore positivo, una tabula rasa su cui imprimere nuove prospettive.

Come regista cosa proponi a te stesso?
Non solamente a me stesso, diciamo ai nuovi cineasti, con idee più o meno interessanti, li esorterei ad un maggior entusiasmo, poiché un tantino diffido delle solite lamentele. Dai luoghi comuni fra gli “addetti ai lavori”, alla svalutazione sul dove e come fare cinema in Italia, da parte un po’ di tutti. Certo ci vuole coraggio, ma in fondo è una piccola sfida, rispetto ai cambiamenti a cui dovremmo far fronte nel nostro paese.

Parliamo della colonna sonora nel film, che segna un percorso catartico retto dalla musica. Essa si rappresenta e descrive gli stessi personaggi, scandendo momenti chiave, definisce l’indagine del racconto, amplifica l’atmosfera notturna, il tempo.
In questo caso, con la scelta del jazz in alcuni momenti della storia è esplicita la mia rivendicazione culturale, musicale, nei confronti di una città che pochi conoscono come teatro jazzistico ricco, variegato interculturale, che per anni ha imperversato con una caleidoscopica rappresentanza di artisti. Ognuno di essi, persino Miles Davis di cui v’è un accenno in una citazione del film, ha impresso in questa città il proprio stampo, una fetta della propria anima, lasciandone il sapore anche per chi, non ne conosce appieno i retroscena…Ed è proprio con My Funny Valentine cantata da Luigi Iacuzio che i protagonisti si ritrovano intimamente con la musica tutto ha un suo inizio un evolversi, un momento di stallo, una fine.

Autore: Lorenza Ercolino

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