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Il tutto all’insegna dell’improvvisazione… Intervista a Gino Robair.

di Redazione
23 Maggio 2017
in Focus On, Interviste, Speciali
Tempo di lettura: 15 minuti
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Abbiamo incontrato il performer statunitense Gino Robair all’Ex Asilo Filangieri di Napoli al termine del concerto con la vocalist torinese Erika Sofia Sollo e la successiva performance, all’insegna dell’improvvisazione con l’ensemble aperto NISE (Noncollettivo Infrasuoni Sabotatori Elettroacustici), all’interno della rassegna ‘Geografie del Suono’.

Il compositore americano è arrivato nel capoluogo campano dopo esser stato impegnato a Torino in una masterclass sui sintetizzatori modulari allestita dall’attivissima associazione culturale Noisecollective.

Gino Robair è un grande esperto di apparecchiature elettroniche, è redattore capo della rivista Keyboard e in passato ha diretto il magazine Electronic Musician.

Il workshop ha esaminato le tecniche da utilizzare durante l’improvvisazione, attitudine per la quale il compositore statunitense si è contraddistinto durante la sua lunga e articolata carriera e che presumibilmente ha sviluppato grazie alla sua inclinazione alla musica jazz o anche contestualmente al fatto di aver suonato e collaborato con musicisti della caratura di Tom Waits, Anthony Braxton, John Zorn, Nina Hagen, Terry Riley, Lou Harrison, John Butcher, Derek Bailey, Peter Kowald, Otomo Yoshihide e ROVA Saxophone Quartet.

E’ molto importante confrontarsi con musicisti del genere proprio perché mettono a disposizione la loro esperienza con l’obiettivo di trasmettere qualcosa, comunicare e condividere la conoscenza con una certa genuinità. Infatti Robair durante la masterclass ha saputo innanzitutto mettere a proprio agio gli allievi, coinvolgendo maggiormente quelli che avevano meno esperienza nel suonare insieme ad altri musicisti. Ha cercato di capire le potenzialità di ognuno inserendoli nel giusto contesto. Alla fine, tutti e gli otto musicisti partecipanti hanno seguito le linee guida di Gino e hanno eseguito un set completo e particolarmente interessante.

L’autore americano, nasce musicalmente come batterista, s’orienta verso il jazz ma poi presto, come avrà modo di spiegare, devierà la rotta in favore della sterminata possibilità della costruzione del suono.

Sul finire degli anni ottanta ha fondato la label ultra-indipendente Rastascan Records, marchio con il quale ha rilasciato le sue tantissime produzioni comprese quelle a nome Splatter Trio, oltre a svariate uscite di compositori come Bob Ostertag, Jon Raskin, Anthony Braxton, John Butcher, ROVA Saxophone Quartet e tantissimi progetti in collaborazione tra performer anche di diversa estrazione.

Tra i lavori più noti di Robair, quello che certamente ha ricevuto i maggiori consensi e destato tantissima curiosità è “I, Norton: An Opera in Real-time“, opera multidisciplinare e aperta, orientata chiaramente verso l’improvvisazione. L’iniziativa artistica è stata inserita finanche nel documentario di successo “Noisy People (Improvising A Musical Life)” a firma del video-maker Tim Perkins ed è ispirata alla curiosa storia di Joshua Abraham Norton, cittadino e imprenditore di San Francisco che nel 1859 si autoproclamò imperatore degli Stati Uniti d’America e successivamente “Protettore del Messico” e come tale, con queste cariche auto-conferite, iniziò poi “seriamente” ad agire…

Compositore, improvvisatore, percussionista, giornalista/scrittore, produttore: non è per niente facile seguire tutte le attività di questo artista dal carattere molto socievole.

Il musicista di San Francisco è autore di alcuni saggi tra cui il libro “The Ultimate Personal Recording Studio” e inoltre compare nel gruppo dei volontari del Board Of Trustees della Recording Academy, una rinomata organizzazione statunitense di musicisti, produttori, ingegneri e altre professionalità del campo musicale, nota soprattutto perché legata ai Grammy Awards e all’aggiudicazione degli ambiti premi.

Il Grammy infatti oltre a essere un grosso evento mediatico attua una serie di iniziative a favore della promozione artistica come ad esempio la su citata istituzione accademica oltre al meno conosciuto MusicCares, lodevole iniziativa destinata a tutelare i musicisti con coperture assistenziali di ogni sorta in uno stato dove comunque quello che dovrebbe essere il sistema sanitario nazionale si riduce a essere uno scoraggiante sistema di assicurazioni.

La conversazione nasce spontaneamente: Gino Robair è molto cordiale e amichevole; in compagnia di Erika Sofia Sollo ci dedica qualche minuto per “improvvisare” una intervista al termine della loro esibizione all’Ex Asilo Filangieri. I due artisti per quasi un’ora hanno messo in scena le loro corrispondenze in una riuscita interazione tra voce e suono. L’esperimento della destrutturazione è così messo in scena con destrezza dai performer che nello scambio-dialogo sono in perfetta sintonia creativa. “I suoni-voce” e “voci-suono” propongono effetti di connessioni che delineano e caratterizzano uno spazio sonoro intimo ed intenso. La performance improvvisata propone un costruzione e decostruzione di un paesaggio sonoro che va ben oltre il palco e la strumentazione, grazie anche alla espressività corporale e capacità interretativa di Erika, veri e prorpi personaggi figurano nelle scene, deframmentate, composte e poi scomposte; nell’ intimità dello spazio sonoro  l’ascolto stesso diventa un prendere parte al gioco mutevole dell’improvvisazione.

Nella piacevole chiacchierata l’artista ci rivela gli aspetti più stimolanti e affascinanti dell’arte dell’improvvisazione: come il suono possa essere rischioso e nello stesso tempo divertente per le sue ingestibili differenti realizzazioni. La relazione del musicista col suono, con lo strumento, con il co-player e il pubblico sono elementi centrali per capire l’arte dell improvvisazione. Il musicista consapevolmente o meno decide in ogni istante: così come nel loro duetto, Erika e Gino “sceglievano”  in ogni passaggio, nell’ atto dell’alternarsi. I suoni trasformati di Gino lasciano spazio alla voce di Erika per poi prendere protagonismo e poi ancora i vocalismi dirompono ora stridenti ora sussurrati. Il gioco dell’alternanze e delle connessioni che trovano libera espressione in una consapevole o meno scelta è sempre guidata dall’esigenza di “espriemere qualcosa di interessante”, il roleplayer  infatti non è mai virtuosismo fine a sé stesso o “rumorismo” di pura forma. Le giuste combinazioni  rendono così possibile la creazione di uno spazio di condivisione, di produzione e di ascolto che determinano quella che Gino chiama “community environment” dove ciascuno musicista riesce ad esprimersi”.

Gino Robair sarà di nuovo a Napoli a giugno per un nuovo workshop oltre a concludere il lavoro cominciato con la vocalist Erika Sofia Sollo, un lavoro “ambientato” durante la Seconda Guerra Mondiale.

Autori: Sonia Polliere e Luigi Ferrara
Photo: Jane Richey
Grazie a: Francesco Mulassano (Ass. Culturale Noisecollective), Emanuele Errante, Erika Sofia Sollo, L’Asilo Filangieri

ENGLISH VERSION (Audio Only) – Click HERE –

Un pò per gioco, al termine dell’intervista abbiamo “testato” la capacità di improvvisazione del nostro con dei piccoli sintetizzatori tascabili: un Korg Monotron, un Korg Monotron Delay ed un Bastl Kastle.

Gino Robair: Con i sintetizzatori analogici è sempre diverso, l’idea di partenza del workshop che abbiamo svolto era abbracciare il fatto che può andare sempre in maniera differente. Il concetto è essere capaci di creare suoni nell’immediato ed essere abili a cambiarli istantaneamente.

Così un modo di fare per un modular synth player può essere stabilire due o tre patches che si possono sempre impostare senza nemmeno provarle, si corre il rischio che può venire fuori un suono approssimativo ma significa che poi, l’alternativa è staccare i cavi, inserirli in altri output e ottenere suoni differenti, in modo simile ad un sassofono il quale può raggiungere tonalità molto alte e molto basse; molti di noi poi impostiamo una patch e ci fermiamo a guardarla e studiarla, per capire se può suonare perché dopo è difficile tornare indietro.

Quando iniziai a suonare musica improvvisata come batterista, perché cominciai con la batteria, il mio interesse era poter manipolare suoni, suoni radicali e c’era qualcuno che li portava alle parti elettroniche, bisognava esser certi di ciò che si voleva ottenere.

Devi essere sicuro di avere uno, due suoni che si possono mutare velocemente, non avere una mistura di cavi. Inoltre non devi preoccuparti se il suono si guasta, bisogna sapere accettare questa cosa e accettare anche che ci si può divertire maggiormente se non sei condizionato dal timore di suonare la nota sbagliata. Perché altrimenti non ti diverti…e la musica è molto più divertente quando il musicista si sta divertendo sul palco.

La gente prende la musica elettronica in maniera troppo seria, pensa che siamo là con le partiture di Stockhausen e spendiamo sei mesi in conoscenze tecniche. Ma tu puoi suonare con un sassofonista e divertirti a collegare apparecchi e creare rumori bizzarri. Stasera ho suonato con una vocalist e ho dovuto fare delle scelte: “voglio fare suoni con la voce o voglio contrastarla?”

Nei lavori che facciamo con Erika devo considerare se voler essere il musical leader o il follower, se fare accompagnamento o andare da solo…e lei è nella stessa condizione…provo a suonare qualcosa, ma lei, lei prende lo sfondo…A volte cambiamo direzione in altre circostanze abbiamo una “conversazione” e siamo consapevoli di tutto ciò inconsciamente. Se lei riesce ad ottenere qualcosa di davvero interessante è contenta, altrimenti staccherebbe tutto e allora tocca a me supportarla o spostare la sua attenzione su qualcos’altro e anche lei fa altrettanto con me.

E’ davvero come se fosse un gioco. Perché a volte l’improvvisazione è come se ci fossero due bambini seduti a giocare, noi in inglese diciamo “play a role play”: lo scopo consiste nel raggiungere un obiettivo comune gomito a gomito; infatti non amo improvvisare con musicisti che pensano e fanno solo le loro cose.

Erika ascolta e stiamo costantemente nell’ascolto dell’altro in corrispondenza immediata, per poi decidere se continuare ciò che stiamo facendo o cambiare…

Quando invece sono saliti gli altri due gentleman è stato interessante perché abbiamo dovuto cambiare radicalmente ciò che stavamo facendo. Ci siamo dovuti adattare, anche in questo caso ascoltando e prendendo interessanti decisioni in tempo reale.

Stasera c’è stata molta interazione con la sala, è importante anche sentire il feeling della stanza, dall’audience…gli ascoltatori erano coinvolti, attenti, un buon supporto, si crea una sorta di sinergia con il pubblico. Se suoni con gente che non è attenta allora è tutto più difficile, ma non è stato il caso di questa serata: abbiamo avuto il supporto del pubblico e un buon impianto, ricco di alti e di bassi, riuscivamo ad ascoltare ciò che stavamo facendo e questo è stato molto importante perché la voce ha la più ampia gamma dinamica e il range di frequenze più ampio, è molto difficile produrre un suono chiaro.

Così io potevo andare verso il basso quando lei saliva ma riportare tutto in alto quando lei scendeva e gli altri due ragazzi ci hanno fatto tornare in alto…ma abbiamo avuto una buona combinazione tutti insieme.

In termini di costruire e improvvisare nuovi suoni, il workshop ha voluto indicare questa direzione: accettare che non c’è mai nulla di sbagliato qualsiasi cosa fa il suono, magari fai cose che non intendevi, ma va bene anche così. Stasera dovevamo accettare tutto quello che sarebbe potuto succedere. Qualche volta si commette un errore che magari invece attiva qualcun altro e porta a qualcosa di buono.

Nel workshop c’erano alcuni partecipanti che conoscevano molto bene la propria strumentazione e altri che erano principianti e non avevano mai veramente suonato con altre persone, magari stanno a casa a creare i loro suoni, ma una volta che devi reagire a qualcuno che può far si che le persone si blocchino psicologicamente allora il mio lavoro, quello del coordinatore, del conduttore, è indurre le persone a fare le cose più semplici e edificare su, in modo da sentirsi più rilassati avendo anche degli strumenti per costruire.

FO: Gino ma tu pensi che l’improvvisazione è fatta di istinti o è la somma delle conoscenze e abilità?

GR: E’ una sorta di istinto ma devi essere in grado di condividere lo spazio con qualcuno, parliamo di ascolto, di saper ascoltare, alcune persone ascoltano non per condividere spazio, ascoltano perché vogliono prendere lo spazio, vogliono appropriarsi di tutto lo spazio! Io invece quando suono con musicisti mi devo sentire in un ambiente comunitario.

Ho fatto molti lavori dove vivo a San Francisco, a Oakland, suoniamo con un paio di centinaia di musicisti musica improvvisata, li teniamo divisi in grandi gruppi, ognuno porta qualcosa di sé. Ognuno vuole lasciare che ciascuno abbia qualcosa da dire, ti senti in una comunità! Sembra quasi impossibile ma troviamo modi interessanti per farlo, oggi arriva qualcuno con il suo pezzo e lo suoniamo, la settimana dopo suoneremo il pezzo di qualcun altro.

Quando poi siamo in piccoli gruppi abbiamo più possibilità di sviluppare qualcosa. Se suoniamo due mesi in tour dopo la prima settimana potremmo già avere il desiderio di una pausa ma non te la puoi permettere. Per cui a volte, è proprio quando arrivi al punto che senti di non poter andare oltre che accade qualcosa di nuovo. Stasera qualcosa di nuovo ci è capitato, abbiamo esplorato qualche nuovo ambiente, abbiamo preso qualche rischio con la voce, ma che in definitiva ci ha portato sempre in nuove direzioni e quando abbiamo suonato con gli altri ragazzi ci siamo spostati in ambienti che ancora non avevamo esplorato, è stato davvero utile…per noi improvvisatori è come stare costantemente nel workshop, siamo sempre a cercare vie di uscita.

Il motivo per cui siamo qui è anche perché stiamo facendo un lavoro sulla storia della famiglia di Erika durante la guerra che vogliamo preservare artisticamente e presentarlo in modo che non sembri banale. Questo è molto difficile, per cui abbiamo bisogno di un paio di giorni per processare la sua voce facendola passare attraverso i miei sintetizzatori, ma in modo originale e che comunque includa l’improvvisazione, perché il mio interesse è improvvisare con la strumentazione elettronica.

FO: Puoi parlarci di come avete cominciato questo progetto?

GR: Il progetto è iniziato come un dibattito con Erika sul come sarebbe stato vivere durante le guerre mondiali in Italia. I suoi nonni hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale, mentre mia nonna era una bambina durante la prima guerra mondiale nel nord-est dell’Italia.

Quando abbiamo inizialmente concepito una collaborazione, stavamo pensando ad un approccio storico più generalizzato al soggetto, magari concentrandoci sui partigiani.

Tuttavia, la nonna di Erika (che anche si chiama Sofia) è ancora in vita e abbiamo avuto la possibilità di domandare riguardo gli eventi di quel periodo.

Le storie sono state molto commoventi per entrambi e soprattutto significative per Erika.

E grazie a questa connessione diretta e personale abbiamo deciso di concentrarci sui ricordi, sulle esperienze e sui sentimenti di Sofia come giovane donna durante la guerra a Napoli.

Questo ci ha portato anche a ricercare l’argomento delle Quattro Giornate di Napoli, che ha recentemente incluso un’intervista con uno dei partecipanti.

FO: Come lo realizzerete? Come tradurrete in musica la tensione e l’angoscia della guerra?

GR: A questo punto, Erika sta “internalizzando” le storie che ha sentito da sua nonna e li usa come materiale per l’improvvisazione.

La sua attenzione è su un approccio non lineare, come l’esplorazione di frammenti di parole e i sentimenti che si presentano come ricorda e così lavora con il materiale. Da parte mia, uso l’elettronica analogica e digitale per catturare il suono della sua voce, rielaborare il suono e riprodurlo mentre lei lavora con la lingua. Mi permette di rafforzare e sostenere o contrastare e contraddire ciò che Erika sta facendo.

Finora, l’esperienza è stata molto potente per entrambi, emotivamente. Anche se non si intendono le storie in modo lineare, si percepisce il loro senso, di quello che deve essere stato per una giovane donna in un tempo così terrificante cercando di vivere una vita normale, innamorarsi, e così via.

FO: Ascoltando la vostra performance penso alle sorgenti sonore e ai milioni di modi di comporre e creare suoni ma spesso il microfono…

GR: E’ più diretto….c’è un’azienda che costruisce synth modulari si chiama Thonk, di base hanno inserito il microfono in un modulo eurorack e l’idea non è portare un microfono, ma di tenerlo direttamente nel sistema.

Davide (chitarrista NISE – ndr) usa una chitarra collegata al suo computer che può “sporcare” con gli effetti o suonare col suono tradizionale ma se ha un modulo può far processare la chitarra nel modulare stesso e questo è possibile farlo anche con la voce. Per cui è un’ottima cosa avere un microfono. Ma la questione è: come far uscire qualcosa di davvero interessante e nuovo dall’attrezzatura più semplice?

A volte è davvero troppo semplice, pochi passaggi, crei un suono che ti meraviglia ma dopo una settimana si è già esaurito e io non voglio spendere altri duecento dollari in nuovi moduli per trovare qualcosa di nuovo.

Questo è il mio “dilemma”, non voglio portare con me otto chilogrammi di attrezzatura, quindi devo capire cosa mi serve davvero. Quando ho lavorato con Erika nel suo appartamento di Torino sono uscite fuori delle idee di elaborazione della voce che abbiamo provato per vedere se funzionavano, come improvvisatore devi essere sempre in un “work in progress” e se non lo accetti è che semplicemente sei infelice…perché devi accettare che le cose vanno male o vanno bene…a volte vai al ristorante e il cibo è terribile…devi accettare i rischi e i pericoli, la possibilità di fallire…anche l’audience è disposta a vederti rischiare. A volte puoi fare qualcosa di terribile o viceversa fai qualcosa che nessuno si aspettava e così meravigli la gente.

Penso che sia ulteriormente difficile con i sintetizzatori perché tu non sai mai in quale direzione ti porteranno, soprattutto se parliamo dell’analogico, il synth ti può sfuggire di mano sotto i tuoi occhi…se invece parliamo di digitale, è tutto molto più semplice, premi un pulsante per attivare un suono prestabilito…ma è noioso! Inoltre è complicato programmare e questo è anche il motivo per cui la gente sceglie la strumentazione analogica. Con il digitale creano un programma prima, ma io posso avere una versione software con un controller e puoi programmare tutto il tempo alla stessa maniera.

FO: Ma Gino, secondo te, qual’è il bilancio perfetto tra uomo e strumentazione, perché oggi tanta attrezzatura viene lanciata nel mercato e puoi trovare di tutto…

GR: Penso che la gente che si approccia ad uno strumento, qualsiasi esso sia, deve avere una visione, questa è la cosa più importante, a volte le persone pensano o sperano che la visione venga semplicemente comprando lo strumento.

Ma sai, quando ho acquistato il mio Blippoo, la box che utilizzo, ero ad una festa a casa di qualcuno e vidi questa scatola capace di tirare fuori dei droni. Ah sai – mi dissero – questa cosa è molto strana, produce dei suoni proprio strani…

Non c’era nessuno a suonarla e così lo feci io. E mi accorsi che esistono così tante interconnessioni e puoi suonarla tenendola comodamente su un tavolo…così mi dissi che avrei imparato a usarla.

Avrei potuto avere un clarinetto o un altro modulo…invece preferisco usare questa.

Molto spesso la gente compra, ma poi non impara mai veramente ad utilizzare uno strumento.

Per esempio tu hai un Korg MS10, se lo suoni ogni singolo giorno, per due ore in due anni, probabilmente trovi qualcosa che gli altri non hanno scoperto, veramente scopri l’anima dello strumento!

FO: Ma Gino perché la gente è tornata a utilizzare i synth analogici e i modulari?

GR: Penso che l’utente può personalizzarlo, nel mondo dell’eurorack ci sono centinaia e centinaia di moduli differenti, puoi costruire uno strumento che ha senso per te, senza avere saldature, non hai bisogno di programmazione a computer, è facile metterlo insieme…se hai abbastanza soldi.

FO: Per quanto riguarda la tua opera “I, Norton: An Opera In Real Time”…ho letto la curiosa storia dell’Imperatore Norton. Qui Europa non è così famoso. Ma come ti è venuta l’idea di creare un’opera su di lui?

GR: Io penso che sia interessante perché nel momento in cui l’ho concepito c’era George W. Bush che era visto come qualcuno che non aveva il contro di se stesso come presidente e allo stesso modo era considerato Norton, una persona che la gente pensava fosse pazza a dichiararsi imperatore…

FO: Ma tu pensi che Norton fosse pazzo?

GR: No assolutamente, questo è il punto…anzi era una persona ben istruita…lui voleva risolvere i problemi…a quei tempi a San Francisco la polizia era corrotta, c’erano un sacco di gang, criminalità organizzata, a lui non piaceva tutto ciò, voleva rendere le cose più ordinate, così se diventi imperatore puoi sbarazzarti del Congresso, perché il Congresso non fa il proprio lavoro, sbarazzarti del presidente in modo che le cose possano davvero concretizzarsi!

Così si recò ad un giornale portando la sua lettera di auto-proclamazione che fu pubblicata e la gente comprò il giornale e lesse questa follia. Successivamente ci furono altri giornali che si interessarono spontaneamente a questo caso e cominciarono a scrivere altre cose, cercando altre notizie su Norton ed esplorando poi questa pazza idea di abolire il congresso e il presidente.

Così quando stiamo nell’improvvisazione abbiamo delle partiture grafiche ma preferiamo avere un tema di ciò che faremo insieme. Ora il brano cresce, cresce, cresce e fino a immaginare di essere nell’universo di Emperor Norton. Così ci sono diversi universi che vengono fuori. In uno di essi si predice il futuro, perché c’è una sorta di libro con un sacco di immagini strane, il conduttore guarda l’immagine, appoggia qualche oggetto sul tavolo e il musicista interpreta la figura sul tavolo, non dal libro. Prende la partitura da cui si trova a tre passi di distanza.

Abbiamo musicisti, non musicisti, abbiamo una cantante perché le parole devono essere trasformate in partiture grafiche, c’è una persona che fa questo insieme ad altre 85 persone…a volte è anche troppo…ma intanto lo puoi fare per strada, puoi farlo in un teatro, dove vuoi tu…

Conoscete per esempio quella che cantante svedese che ha tratto un’aria dell’opera?

Il suo nome è Anne Pajunen e lei crea questi piccoli blocchetti di legno, con la partitura di quell’aria. L’interpretazione include questi blocchetti creati come una copia delle partiture. La cantante esegue la sua performance con una telecamera. La telecamera può riconoscere il colore e la forma dei blocchetti e attiva un suono.

Tutto ciò è per far capire che sia nell’opera sia nel workshop la filosofia è la stessa e la cosa più importante è essere capaci di ascoltare e abilità nella reazione. Infine bisogna seguire le proprie intenzioni anche se si può cadere in errore e infine non sentirsi insicuri perché ogni cosa che fai è valida…quindi deal with it!

– Ascolta la versione integrale dell’intervista –

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