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Recensione: Ulan Bator – Ulaanbaatar (Jestrai /Ruminance)

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Ricordo che quando nel 2003 uscì il pop-oriented “Nouvel Air” prodotto da Robin Guthrie suonò per i fans della prima ora del trio francese, guidato da Amaury Cambuzat, quasi un’abiura di quelle sonorità post-rock urticanti che li avevano caratterizzati sin dai loro esordi e che avevano trovato potente sublimazione in “Ego-Echo” magistralmente prodotto da Michael Gira. Era il 2000 e ancor oggi quel lavoro è parte centrale della loro carriera, ponendosi come apice della loro maturità-creatività artistica.
“Rodeo Massacre” nel 2005 rimetterà in discussione le sonorità oniriche e rarefatte di “Nouvel Air”, detto tra noi per nulla disprezzabili, una svolta in cui Cambuzat credeva molto allora, come dichiarava in un’intervista che mi concesse.
“Rodeo Massacre” riaprirà i battenti di un sound dalla forte carica implosiva, resa incondizionata ad un ‘quotidiano’ internazionale ormai sconvolgente ed autodistruttivo.
Così mi affabulava Amaury in una seconda intervista rilasciatami nel 2005.
Questa recentissima uscita dell’italiana Jestrai/Ruminance, Ulaanbaatar/The French Red Warriors, Ulan Bator Archive Volume 1 (si spera in una nutrita serie!) 1993-1998, A Selection Of Unreleased Works farà quindi sicuramente la gioia dei fans della prima ora di cui sopra, perché è stata prodotta e diretta da Amaury Cambuzat e dallo straordinario storico bassista Olivier Manchion, andando a selezionare dagli archivi della band quasi settanta minuti di demo, studio live, remix e live risalenti al loro periodo più sperimentale e spigoloso, tra il ’93 ed il ’98, quando lo studio degli Ulan Bator era ‘La Guillotine’, all’interno di una grotta di tufo nei pressi di Parigi: prime carismatiche e noise versioni e remix di brani come ‘Ursula Minor’ (con il sax free di Quentin Rollet), ‘Céphalopode’, ‘D-Press T.V’, Automne, Apt 18-A, Catatonia poi confluiti nei loro primi lavori registrati a La Guillotine, Ulan Bator, 2 Degrees, Ursula minor, Végétale, o live conturbanti come ‘Bleu èlectrique’, ‘Brille’ (Cosenza), ‘Lumière Blanche/Scheestum’ (al Bloom di Mezzago, Mi), ‘Melodicart’ (Olympic, Nantes), sino al primissimo demo Tengri del 1993, documento dal sapore industrial, quando Amaury e Olivier erano Khan Duo.
Con Franck Lantignac alla batteria un anno dopo sarebbero diventati la formazione storica degli Ulan Bator che ascoltiamo nei 20 brani di Ulaanbaatar, uno straordinario campionario-archivio di tracce cupe e corrosive, crudeli e sferraglianti, affascinante esistenzialistica rivisitazione francese del krautrock più intransigente, alchemicamente alterata da metalliche innovative istanze post-rock ed industrial!
Una forte componente onirico-introspettiva farà parlare della loro musica la stampa specializzata internazionale come ‘colonne sonore per film che non esistono’.
La loro propensione europeistica li porta a collaborare dal ’96 in poi con uno dei più emblematici gruppi tedeschi di krautrock sperimentale, i Faust (sono con loro in tour anche mentre scrivo), a far da supporto agli italiani C.S.I. nel 1997, a pubblicare in Italia grazie al Consorzio Produttori Indipendenti i loro primi tre albums, a collaborare con musicisti italiani come Matteo Dainese, Massimo Gattel, Manuel Fabbro. In pratica da tempo sono ormai una band italo-francese.
Sino a cadere attualmente tra le braccia accoglienti di una delle più attive e prestigiose etichette indie italiane, la bergamasca Jestrai. “Ulaanbaatar” è impedibile documento dell’inquietante-primordiale-avanguardistica verginità sonica di una delle bands europee più influenti degli ultimi 15 anni.

Autore: Pasquale Boffoli

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